La partita di pallone – Burkina faso sette

Ho sempre pensato che il pallone fosse uno dei più grandi strumenti d’unione che ci siano sulla Terra, sicuramente il più immediato e istintivo. In ogni viaggio che ho fatto ho cercato ogni volta un’occasione per la-partita-di-pallone, cercando anche – quando possibile – di organizzare le cose per benino.

Anche perché mi è sempre sembrato che rincorrere un pallone fosse un ottimo congegno per annullare le differenze, o almeno rimescolarle: e ve lo dice uno piuttosto scarso.

Qui in Burkina Faso non ha funzionato. È stata una sensazione davvero brutta, fin dall’inizio mi son sentito “diverso”. È, questo, un viaggio in cui ogni giorno di più mi sono sentito uno sprovveduto, cadendo dalle nuvole per cose che forse avrei dovuto aspettarmi. Forse anche in questo caso sarei stato tenuto a sapere.

È andata così: la mattina, ultimo giorno della conferenza, mi ero portato una maglietta e un paio di pantaloncini nello zaino per quando mi sarei liberato: avevo fatto caso a queste distese di terra, accanto alla sala delle conferenze, dove tutti i pomeriggi vedevo dei ragazzi giocare. Così appena ho avuto un momento libero ho provato a buttarmi nella mischia:

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All’inizio, quando ho chiesto di giocare, mi hanno guardato come un extraterrestre, e ok, un po’ lo ero. Dopo qualche secondo di silenzio uno di loro ha detto di no, e guardate che già questo è strano. A me capita spesso di giocare con sconosciuti: da bambino ti capita, «no», «il pallone è mio», ma fra bambini più cresciuti, capita davvero di rado, se non perché si è dispari (ma anche in quel caso si risolve sempre). Subito dopo uno di loro, e poi altri due mi dicono «sì», senza che io avessi aggiunto nulla. Non so neanche se per cortesia, in ogni caso non parevano entusiasti.

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Dopodiché la partita è stata giocata con un ritmo surreale, loro giocavano ai loro ritmi e quando arrivavano vicino a me rallentavano il passo. Ogni istante cercavano un momento per passarmi la palla, anche se non ero in posizione buona. Quando è capitato che ci fosse un contrasto di gioco ai miei danni – magari un po’ spericolato, ma cose che succedono su ogni campo da calcio – l’autore dell’entrata è stato sgridato dagli altri, neanche in francese, ma in (credo) moorè. E il mio intervento in sua difesa non è servito a nulla.

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Alla fine ho provato un diversivo, ho chiesto se potevo andare in porta, dove sono “più bravo” (la traduzione è “meno scarso). Mi hanno cercato di tutelare, dicendo che su quel campo ci si poteva far male a tuffarsi. Ho accennato al fatto che avevo giocato 11 anni in porta, e che quindi – insomma – dei rischi che correvo, quantomeno, ne ero al corrente. E loro mi hanno detto di no, che non c’era bisogno, ché quello che era in porta era già uno «specialiste».

Dopo poco più di mezz’ora così, sconsolato, ho deciso che la cosa più saggia fosse smettere, pensando a quale possa essere un modo – la prossima volta – perché tutto ciò non succeda:

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C’è stato, però, un particolare divertente: a me capita spesso di essere preso per un nord-europeo, principalmente per l’altezza, ma anche per i colori chiari. Ecco, ho scoperto che la definizione di “del Nord” è relativa. Ognuno ha il suo nord.
Insomma: l’unico ragazzo con cui sono riuscito a fare due chiacchiere, era liberiano e – mi ha detto – era in Burkina Faso in cerca di un ingaggio per una squadra di calcio. Ecco, lui mi ha chiesto: «tu vieni dal Marocco?»

Altre immagini – Burkina Faso sei

Qualche altra foto dal Burkina:

Una cosa simile – la bici in taxi (e qui i taxi sono verdi!) – l’avevo già vista, in Palestina, e la bici era la mia – dopo aver ricevuto i proiettili dell’esercito israeliano. Pensavo fosse una mia invenzione, invece…

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Qui molte madri portano i figli così, con queste sacche dietro la schiena. Se ne vedono anche in motorino, con i bambini a tracolla:

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Avevamo visto la motoretta per Obama 08, ma che ci fosse una Obama Girl anche qui proprio non lo sospettavo:

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Il mio più grande rammarico è non aver trovato il tempo, neanche un minuto, per partecipare a una di queste partite a pallone:

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Proverò in tutti i modi in queste ultime 48 ore.

Lunedì degli aneddoti – XVII – La caduta del Muro

Quando mi capita di leggere un aneddoto carino, da qualche parte, me lo appunto per non dimenticarlo: così ora ho un piccolo mazzo di aneddoti che ogni tanto racconto. Pensavo di farci un libro, un giorno, ma forse è più carino pubblicarne uno, ogni tanto, sul blog. Questo ‘ogni tanto’ sarà ogni lunedì.

La caduta del Muro

Il mondo finì il nove novembre del 1989, vent’anni fa. Finì come non ci si aspetterebbe mai che finisca un mondo, per caso, quasi per sbaglio. Di mondi – a quel tempo – ce n’erano tre, e a finire fu il secondo: povero come il terzo mondo, ma potente come il primo.
Fini a Berlino, con il crollo del Muro. Un crollo il cui rumore impiegò un paio d’anni per attraversare tutto il globo, ma un crollo inesorabile, ancora più significativo perché avvenuto dal di dentro al di fuori, e non il contrario. Uno non ci pensa mai, considera il Muro di Berlino come il Muro di Berlino Est: e invece no. Era il muro che circondava completamente quel piccolo lembo di Germania orientale, Berlino, che era sempre rimasta libera.
Non è vero che tutto accadde per caso, né che le coincidenze furono determinanti per l’intero corso della storia, ma l’ultima picconata, sì, a quel muro la diede un insieme di coincidenze che fecero finire in commedia rocambolesca quello che era stato un regime fondato sulla più nociva coazione all’organizzazione.
Erano i mesi successivi all’estate dell’89, che era stata l’estate di manifestazioni per la libertà e apertura di frontiere limitrofe. In agosto l’Ungheria dischiuse le frontiere, con l’effetto di ritrovarsi migliaia di tedeschi dell’est che volevano fare il giro per poter andare nella sorella Germania. Operazione fino ad allora vietata, l’attraversamento, e impresa nella quale molti erano rimasti uccisi e altri erano riusciti con i metodi più strani, come una mongolfiera che scavalcasse il muro.
A quel punto nella DDR si studiarono misure per contenere le manifestazioni, e si arrivò ad una conferenza stampa nella quale si sarebbero annunciate dei provvedimenti di concessione in questo senso: ma Günter Schabowski, colui che teneva la conferenza stampa, non aveva partecipato alla riunione in cui il provvedimento era stato pianificato e si era trovato a descriverlo senza padroneggiarlo.
Al termine della conferenza stampa un giornalista chiese: «ma quando entreranno in vigore queste misure?». Schabowski rispose: «per quanto ne so, ora». Immediatamente dopo l’annuncio fallace, che tutta la Repubblica Democratica Tedesca aveva ascoltato per televisione, una marea di persone affollò i varî punti di passaggio per chiedere di avere concesso ciò che il funzionario socialista aveva loro accordato.
Le guardie di frontiera furono prese alla sprovvista da quella folla di gente che si sentiva in diritto di passare di là, e non poterono far altro che aprire le frontiere.
La sera del 9 novembre tutta Berlino Est si riversò dentro a Berlino Ovest, producendo in un attimo quella commistione che era mancata per almeno trent’anni. All’improvviso arrivare dei tedeschi dell’est, quelli dell’ovest poterono fare soltanto una cosa: offrire birra gratis a tutti.
Buon anniversario anche a voi.

[Qui il primo: Brutti e liberi qui il secondo: Grande Raccordo Anulare qui il terzo: Il caso Plutone qui il quarto: I frocioni qui il quinto: Comunisti qui il sesto: La rettorica qui il settimo: Rockall qui l’ottavo: Compagno dove sei? qui il nono: La guerra del Fútbol qui il decimo: Babbo Natale esiste qui l’undicesimo: Caravaggio bruciava di rabbia – qui il dodicesimo: Salvato due volte – qui il tredicesimo: lo sconosciuto che salvò il mondo qui il quattordicesimo: Il barile si ferma qui qui il quindicesimo: Servizî segretissimi qui il sedicesimo: Gagarin, patente e libretto ]

Vuoi indicare un aneddoto per un prossimo lunedì? Segnalamelo.

Il pullman – Burkina Faso cinque

Questo pullman, carico di gente, era carico di un sacco di (altre) cose. Sul tetto non ci sono soltanto i bagagli dei passeggeri, come si vede in qualche filmato del Sud America, ma c’è di tutto: motorini, biciclette, etc.

Purtroppo la foto, al solito, non è perfetta:

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Che gusto c’è? – Burkina Faso quattro

Carlo è un collega che conosco da poco più d’un mese, però – da lì – abbiamo lavorato a stretto contatto ogni giorno, quindi abbiamo un po’ fatto squadra, e se riusciamo a combinare qualcosa assieme, vediamo di farlo.

In questi frenetici giorni di lavori non avevamo mai trovato il tempo di prenderci un paio d’ore per esplorare Ouagadougou: così, approfittando di un ufficio chiuso alle 12.30 a cui ci avevano detto di ritornare alle 15.00 (poi alle 15 ci hanno detto di tornare alle 17.30 e alle 17.30 ci hanno detto di ritornare alle 19.50) abbiamo preso Ouattarà, colui che insieme ad altri due burkinabé ci scorrazza dalla casa agli alberghi varî, e gli abbiamo chiesto che ci portasse in qualche posto meno turistico per fare un giro. Poi siamo andati con lui a mangiare in un locale ben spartano, e ci siamo messi a chiacchierare.

La cosa che mi ha davvero sconvolto è che lui non avesse idea di cosa noi stessimo facendo lì, cioè sì, sicuramente era qualcosa di umanitario, ma non aveva capito riguardasse le mutilazioni genitali femminili. Dopo aver preso un po’ di confidenza – e non ci è voluto molto, forse perché Carlo e io siamo i più giovani – abbiamo chiesto a lui quale sia il suo parere sulla pratica, cercando di trovare il modo per il quale si sentisse meno pressato possibile a dirne male: la sua risposta è stata, oltre che apprezzata, molto genuina «beh, se fai l’amore con una donna e lei sta male, che gusto c’è?».

Per il resto abbiamo parlato della situazione del paese, lui dice che Compaoré non è così male mentre le persone di cui si è contornato sono terribili. Che qui, comunque, c’è sufficiente libertà – effettivamente l’altro giorno ho comprato, per il tipo qui, una sorta di “Manifesto” locale con in prima pagina Sankarà – ma che, ovviamente, il problema è la mancanza d’istruzione, sopratutto nei villaggi.

Lui ci ha detto di essere mussulmano, ma “chissenefrega”, che era un modo per dire che una birra l’avrebbe bevuta «avec plaisir».
Ci siamo fatti anche una foto:

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Qualche foto – Burkina Faso tre

La Piazza delle Nazioni Unite, uno dei crocevia più importanti di Ouaga:

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Uno scorcio tipico e caratteristico delle vie secondarie:

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Questo ruscello è usato anche come scarico:

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Qui le donne sono molto più libere di quelle nei paesi arabi, mutilazioni genitali femminili a parte, e tutte – o quasi – hanno un motorino:

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D’altronde è dall’Africa che viene, no?

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Un pasto locale, il pollo alla banana. È anche buono:

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E infine quello che qui è un sigillo di garanzia:

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Ho recuperato il bagaglio – Burkina Faso due

Voi non lo sapevate, ma all’aeroporto di Ouagadougou non avevo più ritrovato il mio bagaglio: in realtà era colpa dell’Air Algerie, ché non l’aveva fatto partire, e l’avevo recuperato due giorni dopo all’arrivo del successivo volo da Algeri.

L’aeroporto Internazionale di Ouagadougou è qualcosa da raccontare, sarebbe da farci un sacco di foto se non fossi così imbranato con le foto:

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Direi che la descrizione migliore è la precisa via di mezzo fra una mensa scolastica di qualche istituto fatiscente e un saloon del Far West. Ci sono dei cupolotti, dove fai il visto: al di là della porta da locanda, c’è un locale solo dove l’unico rullo per i bagagli viene azionato appena dopo l’arrivo dell’aereo: non c’è nessun giro da fare, un omino raccoglie i bagagli dall’aereo li mette sul camioncino e arriva davanti al rullo che passa lì dietro, all’aria aperta. Dall’altra parte di una parete di cartongesso ci siamo noi a raccogliere i bagagli, se sono già arrivati. Lì, in quell’ambiente, c’è un anfratto completamente fuori traiettoria, di quelli in cui solitamente c’è un piccolo bagno di servizio con un grande cartello con scritto “Douane”. Ma chiuso, non c’è nessuno, è un vicolo cieco.

Ci sono tornato due giorni dopo, per il bagaglio, voleva venire pure un amico: no, sono stati inflessibili, all’entrata hanno fatto varcare la soglia solo a me. Poi lui è entrato dalle partenze, ha fatto un giro, e ci siamo ritrovati un metro più in là. Davanti al mio bagaglio c’era un omino della sicurezza, accertatosi che fossi il proprietario me l’ha consegnato.

Vi volevo ringraziare…

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Cartello trovato a una fermata del trenino da Nuovo Salario a Fiumicino nel giorno della mia partenza. Ho paura che sia un Giovanni che ha fatto una brutta fine.

Nel frattempo ho trovato una connessione a internet più stabile, dovrei essere in grado di scrivere qualcosina in più!

Lavarsi i denti con l’acqua minerale – Burkina Faso uno

Questo primo post dal Burkina Faso rischia di essere molto retorico, ho provato a tagliarlo asciutto asciutto ma non m’è riuscito: mi si perdoni l’indugiarci, almeno oggi.

L’immagine è quella lì, davvero “noi” e “loro”. Ed è anche molto più semplice delle divisioni che ci troviamo a fare, per rendere comprensibile il mondo, nei nostri discorsi quotidiani: proletarî americani immigrati, dove in fondo – e in una qualche misura – siamo tutti un po’ proletarî, siamo tutti un po’ americani, tutti un po’ immigrati.
Qui no, è facile e brutale. Noi, i bianchi. Loro i neri.

Ci sono gli hotel per il mondo che non è di qui, e sono di un lusso sfarzoso, delle volte ostentato, che si ferma sul portone d’ingresso. Dove ci sono delle guardie, a tenere lontano lo stuolo di mendicanti che si affastella ai finestrini di ogni macchinone che parte, a chiedere l’elemosina.
All’entrata del fortino ci sono le guardie, a tenere fuori, a spingere lontano la povertà.
Loro – i neri – per entrare negli alberghi devono essere invitati, e ci entrano con un cartellino appuntato al petto con scritto “visiteur”, ché non insospettiscano.
Tu, per diritto di pelle – smaccatamente solo e soltanto per ordinamento cutaneo – a cui le guardie aprono la porta, per non farti fare la fatica di accompagnarla. E alla quinta o alla sesta volta che ci passi, avanti e indietro, finisci persino per dimenticarti di dire almeno “merci”.

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L’immagine è quella lì, dicevo, e cioè che ti lavi i denti con l’acqua minerale. L’attitudine è fatta di cose piccole, questa quella che – scioccamente – ha colpito me. Come chiamarla? Sì, molto banalmente “ingiustizia”, e crasi di tutto il solco delle disparità: là fuori anche quella del rubinetto – non per lavarsi, ma per bere – manca.
Ma le alternative non ci sono: mia collega se n’è scordata, quattro giorni fa, ha usato l’acqua del rubinetto con lo spazzolino ed è tornata a casa – rimpatriata – con una malattia di qui, il Dheng, per fortuna non grave.
(Edit del 9/11: la collega ci tiene a specificare che, come già scritto nei commenti, avevo capito male – è stata una zanzara)
(Nuovo edit 9/11: ho capito l’origine dell’incomprensione, era stato un altro collega – a Roma – a parlare di un’altra collega ancora che, tornata in Italia, si era sentita male, ma non con la dengue)

Ed è lo stesso: non puoi andare in giro da solo. Ci sono le guardie e gli autisti, invariabilmente. Abbiamo una casa, dove lavoriamo e gestiamo l’organizzazione, fuori dalla casa stazionano un paio di guardiani. Ogni volta che andiamo in qualche albergo/ristorante/salaconferenza ci accompagna l’autista. Per fare 500 mt a piedi l’autista parcheggia la macchina e ci accompagna camminando. Avere, possedere, autisti e guardie ti fa sentire come il lavarsi i denti con l’acqua minerale: ma, allo stesso modo, qual è l’alternativa? Forse soltanto chiudere gli occhi.
Meglio di no.

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Qui una foto presa male (ingrandendola ci si entra meglio dentro):

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