Ho sempre pensato che il pallone fosse uno dei più grandi strumenti d’unione che ci siano sulla Terra, sicuramente il più immediato e istintivo. In ogni viaggio che ho fatto ho cercato ogni volta un’occasione per la-partita-di-pallone, cercando anche – quando possibile – di organizzare le cose per benino.
Anche perché mi è sempre sembrato che rincorrere un pallone fosse un ottimo congegno per annullare le differenze, o almeno rimescolarle: e ve lo dice uno piuttosto scarso.
Qui in Burkina Faso non ha funzionato. È stata una sensazione davvero brutta, fin dall’inizio mi son sentito “diverso”. È, questo, un viaggio in cui ogni giorno di più mi sono sentito uno sprovveduto, cadendo dalle nuvole per cose che forse avrei dovuto aspettarmi. Forse anche in questo caso sarei stato tenuto a sapere.
È andata così: la mattina, ultimo giorno della conferenza, mi ero portato una maglietta e un paio di pantaloncini nello zaino per quando mi sarei liberato: avevo fatto caso a queste distese di terra, accanto alla sala delle conferenze, dove tutti i pomeriggi vedevo dei ragazzi giocare. Così appena ho avuto un momento libero ho provato a buttarmi nella mischia:
All’inizio, quando ho chiesto di giocare, mi hanno guardato come un extraterrestre, e ok, un po’ lo ero. Dopo qualche secondo di silenzio uno di loro ha detto di no, e guardate che già questo è strano. A me capita spesso di giocare con sconosciuti: da bambino ti capita, «no», «il pallone è mio», ma fra bambini più cresciuti, capita davvero di rado, se non perché si è dispari (ma anche in quel caso si risolve sempre). Subito dopo uno di loro, e poi altri due mi dicono «sì», senza che io avessi aggiunto nulla. Non so neanche se per cortesia, in ogni caso non parevano entusiasti.
Dopodiché la partita è stata giocata con un ritmo surreale, loro giocavano ai loro ritmi e quando arrivavano vicino a me rallentavano il passo. Ogni istante cercavano un momento per passarmi la palla, anche se non ero in posizione buona. Quando è capitato che ci fosse un contrasto di gioco ai miei danni – magari un po’ spericolato, ma cose che succedono su ogni campo da calcio – l’autore dell’entrata è stato sgridato dagli altri, neanche in francese, ma in (credo) moorè. E il mio intervento in sua difesa non è servito a nulla.
Alla fine ho provato un diversivo, ho chiesto se potevo andare in porta, dove sono “più bravo” (la traduzione è “meno scarso). Mi hanno cercato di tutelare, dicendo che su quel campo ci si poteva far male a tuffarsi. Ho accennato al fatto che avevo giocato 11 anni in porta, e che quindi – insomma – dei rischi che correvo, quantomeno, ne ero al corrente. E loro mi hanno detto di no, che non c’era bisogno, ché quello che era in porta era già uno «specialiste».
Dopo poco più di mezz’ora così, sconsolato, ho deciso che la cosa più saggia fosse smettere, pensando a quale possa essere un modo – la prossima volta – perché tutto ciò non succeda:
C’è stato, però, un particolare divertente: a me capita spesso di essere preso per un nord-europeo, principalmente per l’altezza, ma anche per i colori chiari. Ecco, ho scoperto che la definizione di “del Nord” è relativa. Ognuno ha il suo nord.
Insomma: l’unico ragazzo con cui sono riuscito a fare due chiacchiere, era liberiano e – mi ha detto – era in Burkina Faso in cerca di un ingaggio per una squadra di calcio. Ecco, lui mi ha chiesto: «tu vieni dal Marocco?»









