Scialocco ha aperto un blog. In endecasillabi.
Esempî
La propria libertà finisce dove inizia quella altrui. Questo lo dicono tutti. Però bisogna andare avanti, dove sia questo limite. Io ve lo dico, dov’è questo limite: niente più oltre di sé stessi. Perché un imam non ha il diritto di dire a me che devo indossare il velo altrimenti lo offendo, o di baciare un altro uomo altrimenti lo offendo? Perché l’offesa, mai, può essere nell’occhio di chi guarda.
Esempî di cosa succede in uno stato davvero liberale (e cosa dicono i ministri):
Io mi vesto in questa maniera. Fai male al tuo prossimo? No? Allora non ci riguarda.
Io faccio sesso con questa persona. Fai male al tuo prossimo? No? Allora non ci riguarda.
Ho questo passatempo. Fai male al tuo prossimo? No? Allora non ci riguarda.
Penso che Mussolini sia un figo. Fai male al tuo prossimo? No? Allora non ci riguarda.
Mi piacciono persone del mio stesso sesso. Fai male al tuo prossimo? No? Allora non ci riguarda.
Non voglio vivere da paralizzato, se avrò un incidente staccate la spina. Fai male al tuo prossimo? No? Allora non ci riguarda.
Bestemmio. Fai male al tuo prossimo? No? Allora non ci riguarda.
Mi drogo.
Questa è la mia posizione sull’esclusione di Morgan da Sanremo, su imbeccata di due ministri.
(se volete leggere una bella e sostanziosa discussione, invece, sull’educatività o meno delle dichiarazioni di Morgan, la trovate qui. Io sono d’accordo con la solita causticità di Guia Soncini, e con l’insolito candore di Matteo Bordone)
Integrità
Bignamino: negli USA dai tempi di Clinton c’è una legge che – non chiedere, non dire – permette agli omosessuali di servire nell’esercito a patto che non dichiarino il loro orientamento sessuale: la legge fu un compromesso, incentrato sul “non vogliamo sapere” a cui si arrivò per eliminare la legge precedente che vietava formalmente agli omosessuali di entrare nell’esercito. Nel discorso sullo stato dell’unione di qualche giorno fa Obama ha usato parole chiarissime: l’anno che è appena cominciato sarà l’anno dell’abolizione del Don’t ask, don’t tell. Non più “non vogliamo sapere”, ma – com’è giusto – “non ci riguarda”.
In rappresentanza di tutte le sezioni militari (Esercito, Marina, Aviazione e Corpo dei Marines) è stato invitato a parlare al Senato, il Capo di Stato Maggiore Congiunto. Questo è ciò che ha detto Michael Mullen, colui che – secondo solo al Presidente – è al comando dell’esercito degli Stati Uniti d’America.
“Parlando per me stesso, e per me stesso solamente, è mia convinzione personale che permettere a omosessuali e lesbiche di servire apertamente nell’esercito sarebbe la cosa giusta da fare.
Da qualunque prospettiva io guardi questa questione non posso fuggire dall’essere turbato dal fatto che quella in vigore è una politica che costringe giovani uomini e donne a mentire su chi sono loro stessi per avere la possibilità di difendere i loro connazionali.
Per quel che mi riguarda, si tratta di integrità: la loro, come individui, e la nostra, come istituzione”.
È questo il vero genio dell’America, il motivo per cui – nonostante tutti i George Bush e i Donald Rumsfeld, nonostante i Rush Limbaugh e le Sarah Palin, nonostante il Ku Klux Klan e la Bible Belt – quella è sempre stata la Terra della Libertà: il desiderio di andare, tutti insieme, avanti. La straordinaria capacità di rimediare ai proprî errori.
E registrando questi pensieri, viene inevitabilmente in mente la miseria di questa povera Italia, quella in cui un generale dell’Esercito – uno dei più progressisti di questo Paese, ci hanno detto – dice che i gay non sono adatti all’esercito.
La Francigena contromano

Questo post lo dovevo fare ieri, quando ho scoperto il suo blog, poi però ho passato tutta la notte a leggerlo, quel blog, e alle 4 di notte non avevo più l’ardore di scrivere.
Lui, questo qui a sinistra, si chiama Paolo De Guidi, e questa foto se l’è fatta prima di partire. Ora, a occhio e croce, ha un po’ di barba in più. Per il suo compleanno, qualche mese fa, si è fatto due regali: un licenziamento, il suo, e un viaggio.
La mèta del suo viaggio è anche la sua metà, Rosa, che vive a Cambridge, a 2200 chilometri di distanza. Di mille mezzi che poteva scegliere per andare a trovare la propria compagna ha scelto il meno tecnologico: i proprî piedi.
Tutte le strade portano a Roma, ma a percorrerle a ritroso ognuna porterà da qualche parte: Paolo si è reso conto che da Terni, dove abita(va), a Cambridge si attraversano quattro paesi, mari, montagne, sentieri e viottoli, e che la strada è su per giù quella dell’antica Via Francigena che collegava Canterbury a Roma. E così, di lì a poco più in là, ha dato un nome alla sua impresa: la Francigena contro mano.
Tutto quello che fa ve lo andate a leggere, anche perché Paolo non è uno scrittore, è un raccontatore: è uno che non pensa allo stile, pensa a selezionare con cura le cose da rammentare a fine serata. E lo fa molto bene. Questa cosa, io, l’apprezzo molto perché so quanto sia faticoso non perdere anche quella piccola metodicità che serve a determinarsi a rendere partecipi gli altri di quello che si fa: un’impresa, un’avventura, una bella cosa, è meno bella, è meno avventura, è meno impresa, se non spendi del tempo a raccontarla.
Dorme in un sacco di posti, trova ospiti che gli offrono una branda attraverso il couchsurfing – il nostro eroe non è un eremita, lui prende il tanto di buono che è stato inventato in questo tempo, per fare tale impresa d’altri tempi – qualche volta sono ostelli, altre volte refettorî delle parrocchie. Se l’avessi scoperto prima avrei provato a intercettarlo in qualche punto e farmi due passi con lui, oramai è già lontano: è partito da quasi due mesi e ne mancano altri due prima che arrivi.
Come fa? Lui lo spiega così:
Al mattino inizio sempre a camminare con una determinazione di cui ignoro la provenienza. Credo sia il risultato, i mille risultati quotidiani. Oggi arrivo a Bolsena, oggi arrivo a Lucca, oggi arrivo ad Aulla. Arrivo a quel tornante e mi fermo, continuo fino a quella curva e faccio pausa, oltre il ponte c’è un paese. Guadagno un metro in più di mondo ad ogni passo: è l’attività più soddisfacente possibile, la più ricca di realizzazioni. 500 km sono niente, è arrivare in cima alla salita che conta, raggiungere il prossimo bar, il bivio con la provinciale. Se ogni giorno mi chiedessi quanto manca all’Inghilterra probabilmente non mi alzerei neanche dal letto. E invece è un viaggio diverso ogni giorno, un ospite diverso ogni giorno, un dialetto diverso ogni settimana, un cibo diverso, un panorama diverso. E ogni giorno hai combinato qualcosa, qualcosa che dà senso a quel giorno e cosa ancor più importante, lo dà anche a quello successivo.
Il blog si chiama La Francigena contromano, affezionatevici anche voi. E, mi raccomando, non chiedetegli se la Manica vuole farla a nuoto.
Posso parlare?
Ma se io alla prima domenica di sole volessi tornare, per un’altra volta, a parlare con chiunque di qualunque cosa, perché mi diverto e per vedere l’effetto che fa, c’è qualcuno che sa come potrei avere l’autorizzazione dal comune per stare lì senza rischiare di essere cacciato dalla polizia come l’altra volta?
Sia Luca Pioli che Giulio B mi avevano detto che bastava equipararlo a una fittizia iniziativa politica e che non ci sarebbero stati problemi, però, invece – quando gli ho chiesto meglio – dopo essersi informati meglio mi hanno spiegato che non è così facile.
Qualcuno sa come aiutarmi?
Lunedì degli aneddoti – XXVIII – Teorema della cacca di cavallo
Quando mi capita di leggere un aneddoto carino, da qualche parte, me lo appunto per non dimenticarlo: così ora ho un piccolo mazzo di aneddoti che ogni tanto racconto. Pensavo di farci un libro, un giorno, ma forse è più carino pubblicarne uno, ogni tanto, sul blog. Questo ‘ogni tanto’ sarà ogni lunedì.
Teorema della cacca di cavallo
Quando c’è un problema che pare non avere soluzione e tutte le strade prospettate sembrano essere state battute, è facile supporre che la soluzione – semplicemente – non esista. Invece una via c’è sempre, e se non la vediamo è perché il futuro è così imprevedibile e ricco che basarsi sui dati che si hanno al momento per fare delle speculazioni è non solo peregrino, ma anche fuorviante. Questo concetto, foriero d’ottimismo (ma anche d’impigrimento: perché se non si può sapere cosa fare, non si fa) ha una sua propria storia e definizione: la parabola, il teorema, della cacca di cavallo – se c’è un problema irrisolvibile la soluzione arriverà, inaspettata.
Nel 1898 si tenne a New York la prima conferenza di pianificazione urbana della storia; il problema più grande di cui dovevano discutere le delegazioni arrivate da tutto il mondo era un problema ben serio: la cacca di cavallo. Il cavallo era, da sempre, il mezzo di trasporto privilegiato dall’uomo e nel corso del tempo la diffusione degli animali e il concentramento delle persone, nell’era post-industriale, attorno ad agglomerati urbani sempre più grossi aveva acuito fino a livelli mai affrontati il problema dei “rifiuti” che questi cavalli producevano. Ancora prima dell’avvento di un prototipo di trasporto pubblico le città venivano attraversate sostanzialmente a piedi, e i cavalli si usavano su distanze più lunghe: ancora all’inizio del 1800 in pochissimi possedevano un cavallo. Ma già nel 1853 centoventimila persone nella sola New York viaggiavano sugli omnibus, sorta di carrozze pubbiche con tragitti prefissati nelle aree urbane. Ovviamente questa quantità di carrozze aveva bisogno di una quantità di cavalli che aveva bisogno di una quantità di cibo che veniva restituita in letame in quantità. Ma tutta quella cacca come e dove si poteva mettere?
Esperti del tempo calcolarono che ogni cavallo produceva qualcosa come 8-10 chili di letame al giorno, nel 1880 – ancora lontano dal picco nella popolazione equina che sarebbe stato riscontrato 20 anni dopo – soltanto a New York e Brooklyn ogni giorno venivano prodotte quasi duemila tonnellate di cacca di cavallo. Nel 1894 il Times di Londra stimò che, continuando allo stesso ritmo, nel 1950 ogni strada della città sarebbe stata coperta da più di due metri e mezzo di letame. La questione è che nessuno sapeva trovare una soluzione a questo problema, perché i cavalli erano necessarî alla vita delle città.
Il convegno urbanistico fu un disastro completo, nessuno riuscì a produrre idee funzionali: l’incontro si concluse in un insuccesso talmente evidente da far sì che gli organizzatori decidessero di chiuderlo dopo soli tre giorni, anziché dopo i dieci della durata prevista. Tutti si arresero all’idea che il problema della cacca di cavallo fosse insormontabile, che nulla si potesse fare per invertire la rotta verso il baratro.
Invece, inopinatamente, il problema si risolse come nessuno aveva previsto, e con eterogenesi dei fini: l’invenzione dell’automobile.
[Qui il primo: Brutti e liberi – qui il secondo: Grande Raccordo Anulare – qui il terzo: Il caso Plutone – qui il quarto: I frocioni – qui il quinto: Comunisti – qui il sesto: La rettorica – qui il settimo: Rockall – qui l’ottavo: Compagno dove sei? – qui il nono: La guerra del Fútbol – qui il decimo: Babbo Natale esiste – qui l’undicesimo: Caravaggio bruciava di rabbia – qui il dodicesimo: Salvato due volte – qui il tredicesimo: lo sconosciuto che salvò il mondo – qui il quattordicesimo: Il barile si ferma qui – qui il quindicesimo: Servizî segretissimi – qui il sedicesimo: Gagarin, patente e libretto – qui il diciassettesimo: La caduta del Muro – qui il diciottesimo: Botta di culo – qui il diciannovesimo: (Very) Nouvelle Cuisine – qui il ventesimo: Il gallo nero – qui il ventunesimo: A che ora è la fine del mondo? – qui il ventiduesimo: Che bisogno c’è? – qui il ventitreesimo: Fare il portoghese – qui il ventiquattresimo: Saluti – qui il venticinquesimo: La fuga – qui il ventiseiesimo: Dumas – qui il ventisettesimo: Zzzzzz]
Vuoi indicare un aneddoto per un prossimo lunedì? Segnalamelo.
o mamma mamma mamma mamma mamma
Momenti che rovinano un’infanzia
Visto che siamo in tema di malattie letterarie racconto una cosa: c’è una regola assurda, che sanno (e interessa) solo ai fissati come me, per la quale in italiano “da solo” si dovrebbe pronunciare dassolo. Esattamente come davvero si pronuncia davvero, o va bene, attaccato si pronuncia vabbene.
Lo so, è una regola per ostinati intestarditi nerd al cubo, ma c’è chi le va dietro. Fra questi va dietro ci sono io.
(per chi volesse entrare nel club si chiama “raddoppiamento fonosintattico”)
Nessuno ci fa più caso, e da quando è nata Mediaset, o Fininvest, e quindi il centro linguistico si è un po’ spostato a Milano l’attenzione per queste cose – che a Milano sono tutte sballate (e difatti lì pronunciano vabene e non vabbene), quindi insomma – è stata completamente cancellata. Più che una battaglia coi mulini a vento è una non battaglia, perché è talmente già persa che è davvero raro che – perfino i rompipalle come me – facciano riferimento a questa cosa.
Però c’è un fatto che mi porto dentro da quando ero bambino e che ha turbato la mia crescita: alle elementari quando dicevo dassolo – a quel tempo lo facevo senza consapevolezza, e dicevo anche “te” al posto di “tu” – gli altri bambini mi prendevano in giro un sacco. Io dicevo loro che avevo ragione, però – a Roma – ero in drammatica minoranza. C’era un mio compagno delle elementari a cui ero affezionato, si chiamava Filippo Lupi, non lo sento da più di dieci anni, che con amorevole piglio ogni volta provava a aiutarmi a dire dasolo, e io gli dicevo «non ci riesco» (te lo confesso, Filippo, mentivo!).
Alla fine me n’ero quasi convinto pure io di stare sbagliando, ma il dramma violento avvenne quando in un tragitto da scuola a scuola calcio, in macchina con un mio compagno di classe, Fabio Pizzino, questi mi chiese «perché dici dassolo invece di dasolo?». Al che io, con la sicumera senza argomenti del bambino di 7 anni, risposi: «perché si dice dassolo». Ecco, in quell’istante la madre di Fabio disse: «no, si dice da solo». Il momento più drammatico della mia infanzia. In quell’attimo tutte le mie certezze crollarono, e la mia bambinezza si avviò verso una cupa adolescenza senza più la gioia del sapere che tutto quel che dicevo era giusto.
Quando, all’università, ho scoperto che – invece – è giust dire dassolo, la mia testa è subito volata a quell’incontro lì: andrei a casa Pizzino – se abitano ancora dove abitavano tanti anni fa, e ci facevano i Nutella Party – alle 3 di notte a citofonare e urlare nel citofono «hai capito??? Si dice dassolo! Si dice dassolo! Avevo ragione io!!!», rapirei tutti i componenti della famiglia fino a quando la madre non rilasciasse un comunicato a tutte le agenzie di stampa che reciti “aveva ragione lui. Si dice dassolo». Cancellerei tutte le scritte ioettetremetrisopralcielo di cui è segnato il tracciato dalla loro casa a lavoro per scriverci solo “da solo” “da solo” “da solo”, per dieci chilometri e senza soluzione di continuità.
Sapete che c’è, una volta lo faccio davvero, senza rapimenti però: vado lì, all’ora del tè, citofono. Ciao sono Giovanni Fontana, sì, quel Giovanni Fontana, no ecco, sì è tanto tempo. Lo so. Ecco sì, volevo salire. Oh ciao non siete cambiati per nulla, ecco, sì, che piacere vedervi, che faccio nella vita? No, cioè sì, sentite io sono venuto, ecco, per dirvi una cosa. Per me è una cosa davvero importante, sì dunque: quella volta avevo ragione io. Ecco, l’ho detto. Ci vediamo fra altri dieci anni. Ciao, statemi bene.
Notizia bromural
Attraverso Akille ho scoperto questo genio assoluto:
…ogni laureato in filologia romanza si cimenta in cose del genere…
…con risultati decisamente disastrosi…
7
Pochi minuti fa Obama ha terminato il suo primo discorso sullo stato dell’unione, a un anno dall’elezione, così abbiamo rispolverato le vecchie tradizioni ed eccoci qui svegli alle 5 del mattino e nonostante la sveglia fra due ore. Un commento brief.
L’inizio è stato molto demagogico, a metà davvero pugnace e il finale bello, di quella concretezza intrisa di idee, come piace a noi.
Non è stato un discorso conciliante, e gli inviti alla responsabilità ai repubblicani assomigliano più ad accuse ben chiare (non che siano immeritate). Di là, difatti, ci son stati un sacco di mugugni, mentre i democratici hanno fatto sù e giù per alzarsi ad applaudire ad ogni concetto, anche quando ha riservato critiche (prevedibile) e quando ha parlato del taglio della spesa dal 2011 (meno prevedibile).
Tre contro:
– Il populismo, specie della prima parte, è stato forse più vicino al livello “insopportabile” che al livello “vabbè dài, qualcuna ne deve dire”.
– Sono mancati molti “come”. Ci son stati tanti “cosa” e tanti “perché”, ma pochi “come”. Speriamo che, almeno lui, li sappia.
– La crudezza degli attacchi al non voler fare politica dei repubblicani.
Tre pro
– Un passaggio molto bello sui diritti delle donne nel mondo e negli USA: ecco, al Cairo sarebbe bastato questo.
– Fine delle discriminazioni per gli omosessuali nell’esercito americano. Finalmente (l’ha detto lui!).
– La crudezza degli attacchi al non voler fare politica dei repubblicani.
Voto: 7

