Non è un Gatto, è un Matto!

Non sarà certo un’insperata nevicata a fermarci!

Matto delle nevi
Cambio di destinazione: Piazza del Popolo. Con la neve!
Voglio proprio vedere che la polizia mi cacci in una giornata come questa!

Parlo con chiunque, venerdì

Che sarebbe domani. Alla fine sono andato alla questura centrale e mi hanno spiegato che è abbastanza facile avere il permesso per mettere due sedie e parlare con chiunque di qualunque cosa, ma il problema è che spessissimo le piazze del centro sono occupate da varî tipi di manifestazioni, ultimamente c’è il Carnevale di Roma ed è tutto occupato da e per due settimane.

Così ho deciso che il posto migliore, dove avrebbero fatto meno problemi, fosse l’università: lì son sicuramente più tolleranti, e di spazio ce n’è a volontà. Ho pensato di andare al pratone della Sapienza e di andarci verso l’ora di pranzo, le 13.00 o giù di lì così da poter approfittare del pallido sole invernale, e comunque rimanere per un po’, magari finché fa buio. Ho pensato che fosse meglio domani perché il venerdì mi sembra un giorno buono per la frequentazione dell’università, e non dovrebbe piovere.

Mi ha contattato un giornalista del TG1 che sta facendo un servizio su questo tipo di iniziative. Effettivamente non so se ci sia un “tipo”, so che faranno lo stesso per “Free hugs”, quelli che abbracciano gratis, gli uomini libro, quelli che leggono i libri alla gente, e così via. Mi ha chiesto se può venire a registrare qualche immagine anche della cosa che farò io. Io ho pensato che non ci sia nulla di male a riprendere quello che faccio, se lo faccio. Qualcuno dirà che riprendere con le telecamere snatura l’iniziativa. Forse ha ragione, ma forse no. In ogni caso non credo che staranno molto.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

from: V. Fantechi
to: G. Fontana
date: Tue, Feb 9, 2010 at 1:01 PM
subject: rettifica

Ti chiedo una rettifica sul blog così concepita. – mia nonna mi chiede di pubblicare questa rettifica: «nonno Vittorio mi avrebbe apprezzato ed amato moltissimo perchè era capace di riconoscere il buono anche laddove certi atteggiamenti e qualche idea non collimassero con i suoi. L’aver rinnegato senza ripensamenti la sua infatuazione giovanile per Mussolini lo dimostra. Mi ha anche, come previsto, precisato che l’albero non era il nespolo ma era ed è il noce, risaputamente lento a crescere e fruttificare, e molto longevo».

Lunedì degli aneddoti – XXIX – Morto un papa

Quando mi capita di leggere un aneddoto carino, da qualche parte, me lo appunto per non dimenticarlo: così ora ho un piccolo mazzo di aneddoti che ogni tanto racconto. Pensavo di farci un libro, un giorno, ma forse è più carino pubblicarne uno, ogni tanto, sul blog. Questo ‘ogni tanto’ sarà ogni lunedì.

Morto un papa

Permettete una volta, negli aneddoti, di raccontare una storia di casa mia, perché – anche se non è storico o accaduto a qualche personaggio celebre – trovo che questa valga la pena di essere raccontata. Talmente ne vale, che sfido il rischio – pressoché certo – che domani mi arrivi un’email dei nonni che si lamentano per l’imprecisione nei particolari di queste memorie («era un albero di albicocche, non di nespole!»).

La mia bisnonna si chiamava Lina, ogni volta che viene rievocata, assieme a lei viene evocata anche la sua proverbiale maestria nel giocare a carte, e soprattutto la sua mefistofelica attitudine nel bluffare: «ho delle carte orribili», diceva sempre Nonna Lina; si vestiva d’una faccia sconsolata e tutti finivano per crederci. Poi in quattro e quattr’otto chiudeva la partita. Ma la volta dopo, ancora, e quella successiva «ho delle carte orribili»: recitava di nuovo la stessa parte, e non ce n’era uno che una buona volta smettesse d’abboccare.

Nonna Lina era sposata con Nonno Vittorio, io non ho conosciuto né l’una né l’altro: forse è stato meglio così perché so che non gli sarei andato troppo a genio – Vittorio era un uomo d’ordine, severo e all’antica. Fascista della prima ora, fece anche la Marcia su Roma, per poi scoprire negli anni Trenta che il Duce non era – né aveva – una promessa mantenuta. Su di lui si racconta della piantina di nespole che aveva piantato negli ultimi anni della sua vita, per farne un albero, anche se ci avrebbe messo decenni a crescere: lui diceva «non le mangerò io, le nespole, ma qualcuno le mangerà per me». (buone!)

Nonno Vittorio era un omone alto quasi 1.85, che per il tempo era tantissimo. Lui e Lina non se li davano neanche gli appuntamenti: non c’erano telefoni, ma che bisogno ce n’era? Quando Vittorio arrivava in piazza, Lina lo vedeva da lontano stagliarsi su tutti gli altri: era il più alto del paese. E si vedevano – o meglio, lei vedeva lui – così.

Nonno Vittorio e Nonna Lina si fidanzarono abbastanza presto. Si racconta che lui fosse molto innamorato di lei. Però successe un fatto: quando Vittorio partì per fare il militare erano ancora fidanzati, con la prospettiva abbastanza concreta di sposarsi al suo ritorno. Durante la leva, però, gli vennero alcuni dubbi, o forse – chissà – dei capricci: si domandava se era davvero sensato quel matrimonio, se quei loro sentimenti fossero genuini, e tanti pensieri più articolati di così. Perciò prese carta e penna e si mise giù a scrivere, e a scrivere, una lunga lettera in cui esprimava alla sua ventura sposa tutti i suoi dubbi, le sue perplessità, le ragioni che lo spingevano a dubitare: che forse questo matrimonio non s’aveva da fare. Tutto ciò senza trascurare la possibile reazione della fidanzata, premurandosi di come Lina avrebbe ricevuto questa lettera, industriandosi a scrivere perché non ne soffrisse troppo, e cercando di metterci tutta la delicatezza di cui le sue corde erano capaci.

E, a onor del vero, di scenate Lina non ne fece proprio. Quando ricevette la lettera, la prese in mano, la lesse da cima a fondo, con attenzione. Poi volle rispondere – prese carta e penna anche lei, e ci scrisse la bellezza di otto parole: «morto un papa se ne fa un altro».
Beh, non si lasciarono più.

(Con rettifica)

[Qui il primo: Brutti e liberi qui il secondo: Grande Raccordo Anulare qui il terzo: Il caso Plutone qui il quarto: I frocioni qui il quinto: Comunisti qui il sesto: La rettorica qui il settimo: Rockall qui l’ottavo: Compagno dove sei? qui il nono: La guerra del Fútbol qui il decimo: Babbo Natale esiste qui l’undicesimo: Caravaggio bruciava di rabbia – qui il dodicesimo: Salvato due volte – qui il tredicesimo: lo sconosciuto che salvò il mondo qui il quattordicesimo: Il barile si ferma qui qui il quindicesimo: Servizî segretissimi qui il sedicesimo: Gagarin, patente e libretto qui il diciassettesimo: La caduta del Muro qui il diciottesimo: Botta di culo qui il diciannovesimo: (Very) Nouvelle Cuisine qui il ventesimo: Il gallo nero qui il ventunesimo: A che ora è la fine del mondo? qui il ventiduesimo: Che bisogno c’è? qui il ventitreesimo: Fare il portoghese qui il ventiquattresimo: Saluti qui il venticinquesimo: La fuga qui il ventiseiesimo: Dumas qui il ventisettesimo: Zzzzzz qui il ventottesimo: Teorema della cacca di cavallo]

Vuoi indicare un aneddoto per un prossimo lunedì? Segnalamelo.

Oddio, Ballerini

Oddio, è morto il Ballero.

Quel paio di volte che l’avevo visto di persona mi era sempre sembrato una persona immediata, divertente, speciale.
Uno di quelli da osteria, e battuta facile. M’ha proprio stroncato il cattivo umore in gola, questa notizia.

Come ricordarlo? Come dimenticarlo. Il racconto più bello del Ballerini corridore la scrisse Marco:

Forse una cosetta che Hinault non può dire di aver fatto c’è: non può dire di avere vinto entrambe le Rubé, quella bagnata e quella secca. Se lo fai, allora sei laureato. Laureato in Rubé. L’ultimo che c’è riuscito è stato Maestro Ballerini, vincitore tra la polvere nel ’95 e sul fango nel ’98. Corridore forte il Ballero, intendiamoci. Un bel passista da classiche. Peccato non fosse veloce, avrebbe vinto molto di più. Ma sui sassi della Rubé, signori, diventava irresistibile. Un fenomeno. Una sintesi di Merckx e Coppi. C’era da lustrarsi gli occhi, a vederlo. Andava via leggerissimo, agile, ma potente. E gli altri non riuscivano a stargli dietro. Un paio di volte l’ha anche buttata via, la Rubé. Quella più clamorosa fu nel ’93. Era il più forte di tutti. Li ha staccati tutti, in rimonta da dietro. Alla fine, gli è rimasto attaccato solo il vecchio Duclos-Lassalle, uno che già solo dal nome dovresti capire che non ti puoi fidare. Ballerini lo staccava di cinquanta metri ad ogni tratto di pavé. Poi rallentava, e permetteva che il francese gli tornasse sotto. Perché? Perché la strada per Roubaix era ancora lunga. E andare in due è più facile. Ballerini non era ancora sicuro dei suoi mezzi (le corse si vincono con la testa, anzitutto) e temeva che da dietro potessero tornare sotto (ma quando mai? lui volava, gli altri facevano fatica a stare in piedi) e si tenne dietro Duclos-Lassalle. Il quale sbuffava, diceva di non farcela più, di stare per morire, e che in cambio del secondo posto avrebbe aiutato Ballerini. E davvero, Ballerini doveva frenare per aspettarlo ogni volta. Arrivarono nel velodromo con più di due minuti sugli inseguitori. Partì la volata. E Duclos-Lassalle, che s’era risparmiato andando al traino, beffò Ballerini di dieci centimetri. Quando arrivò l’esito del fotofinish, Ballerini si mise a piangere come un vitellino. Credo che non abbia dormito per una settimana. Non è un caso che le due volte che poi vinse il Ballero arrivò da solo. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Partì e staccò tutti in modo imbarazzante (per quelli che rimasero staccati). La seconda volta (Roubaix bagnata) massacrò Tafi (mica un pirla qualsiasi, uno che la Rubé l’ha pure vinta, dopo) lasciandolo a quattro minuti e mezzo. E gli altri non me lo ricordo neanche a quanto. Diciamo che qualcuno arrivò quando lui, il Ballero, aveva già finito di farsi la doccia.

La foto in cui più mi piace ricordarlo è questa, con il suo amico, compagno e corridore Paolo Bettini con indosso la maglia iridata appena conquistata da entrambi. C’ero anch’io, quella volta a Salisburgo, entrambi mi fecero gioire divertito, di quell’euforia calda e casereccia che soltanto il ciclismo può dare.

Ballero Bettini

Vàntatene

Min. Luca Zaia: «Molti della sinistra mi voteranno». Eh, se ti votano tanto di sinistra non sono.
«I leghisti sono i veri no-global». Sempre detto io.

La tavoletta del cesso

Scialocco ci spiega – come al solito in terzine – quale sarebbe la vera funzione definitiva per l’iPad:

Sanza timor d’un blog leggevo posto
quand’assalimmi turbo di scorregge
accorso al cesso meditavo tosto:

avessi una di quelle che chi legge
notizie od altre cose su internette
puote adoprar che van sanza pulegge

od altro fil, mirabil tavolette!
S’avesser poi cotanto buon olezzo
quali che brava casalinga mette

nel water – strano a ben pensarci  vezzo
di profumar la merda, ma a ben altro
sciocco e bizzarro agire sono avvezzo –

ben pagherei al Californo scaltro
che finalmente ha soddisfatto il gonzo
che in multitasking vuole l’uno e l’altro:

l’esser più dentro e meno fuori stronzo.

I due versi finali sono un capolavoro.

Sputare sentenze

Joshua Beadle è un ragazzo di 24 anni accusato di un furto con scasso. In carcere ha subito cinquanta rapporti per indisposizioni come lanci di urina ai secondini.
In una precedente udienza del processo ha sputato al giudice che doveva giudicarlo. Ora gli è stato imposto di presenziare in tribunale così:

KPA/Zuma/Rex Features
KPA/Zuma/Rex Features

È colpa dei genitori

Famiglia ANSulla homepage del Guardian segue soltanto Obama, come importanza. Ed è una notizia che riguarda l’Italia, e che aveva dato per primo il Corriere per poi essere sepolta da altre notizie molto più irrilevanti. Si tratta della sentenza emessa dal giudice di Milano Bianca la Monica che ha condannato – al pagamento di mezzo milione di euro – i genitori di alcuni ragazzini di cosiddette famiglie-bene che avevano più volte stuprato una ragazzina di 12 anni.

Si tratta di una sentenza che sancisce un principio molto significativo, e che dovrebbe essere l’unica e la sola parte della tragedia nazionalpopolare di Morgan su cui vale la pena di discutere – spogliatici dell’irritante commedia della colpevolezza-verso-la-morale, come solo in un Paese visceralmente cattolico («io mi pento», «se intraprendi un cammino di espiazione» «ti assolviano»).
I genitori sono colpevoli dell’educazione dei proprî figli? Se Morgan dice che l’eroina non fa male e un tredicenne decide di farsi di eroina: è colpa di Morgan? È colpa dei genitori che non sono riusciti a educarlo?Il Tribunale Civile di Milano, mutatis mutandis, dice che è colpa dei genitori. E che, difatti, i genitori di quei ragazzini non hanno trasmesso:

«educazione dei sentimenti e delle emozioni che consente di entrare in relazione non solo corporea con l’altro»; e non hanno badato a che «il processo di crescita» dei loro figli «avvenisse nel segno del rispetto dei sentimenti, dei desideri e del corpo dell’altra/o».

Io penso che, a parte il tono un po’ moralista, il giudice abbia molte ragioni. Penso che essere genitori è innanzitutto una responsabilità. Tantopiù che, mai bisogna trascurarlo, i figli non sono proprietà dei genitori. E perciò educare un bambino cercando di plasmarlo senza per questo determinarlo, renderlo forte ma non chiuso: ovviamente è impossibile essere perfetti, ma bisogna cercare di stare il più lontano possibile dall’estremo opposto.
Perché ci fanno orrore cose come queste. E non ce ne fa per nulla l’indifferenza, l’ignavia, la complicità rispetto al male, di altri genitori?

Forse bisognerebbe instaurare un cortocircuito,  mettere in relazione, tutta la retorica sulla famiglia, sull’insegnare i Valori (con quella stropicciatissima “V” maiuscola), con episodî di questa stregua di cameratismo e violenza.
Pensiamoci, la cosa che viene in mente a me è che, più che insegnare “la famiglia”, bisognerebbe insegnare “alla famiglia”.

P.s. Nessuno di quei genitori era una coppia gay, ve lo immaginate quale rotolo di polemiche infiammate avrebbe attirato un caso così se soltanto uno di quei ragazzini avesse avuto due padri o due madri?