Incontro con una leghista

Qualche sera fa ho fatto un incontro particolare. Sapete? Ho sempre pensato che qualunque partito, anche i più lontani dalle mie idee, avessero qualche buon motivo per essere votati. Questo non voleva dire che potessi dargli il mio voto, ma che trovassi una qualche dignità nel voto in qualunque direzione ideale. L’unico partito che ha sempre fatto eccezione è la Lega Nord. Non trovo una sola, degna, ragione per votare la Lega che non sia l’egoismo da posizione acquisita (sono del nord, via quelli del sud che sono più poveri; sono italiano, via i non italiani che sono più poveri; etc).

Tale percezione era stata anche fiancheggiata dal fatto che di leghisti ne avessi sempre incontrati pochi, abitando nella Roma ladrona. Conoscete tutti la mia naturale disposizione a discutere di qualunque cosa, così potrete immaginare con quale spinta mi sia tuffato sull’occasione offertami da un’amica comune di parlare con una leghista colta e “per bene”.

C’erano, poi, altre persone. M, piuttosto di sinistra con una venatura di cattolicesimo «Gesù è il miglior filosofo eccetera». V, di una sinistra più riflessiva ma scivolante verso il dipietrismo «Travaglio è come Cassandra». E P, un liberale puro e a oltranza, a cui avevo sentito difendere Berlusconi più di quanto mi piacesse. [Ovviamente qualunque descrizione tradisce la complessità di ciascun individuo, ma è utile ridurre a pochi termini per capirsi]. Insomma, un parterre ben assortito. E poi c’era lei, organica alla Lega, che lavora per il partito, oltre a scrivere per la Padania.

Ovviamente non mi aspettavo una conversazione amabile, le cose che dice la Lega su immigrati e stranieri sembrano fatte apposta per non farmi essere amabile, ma speravo che in un qualche punto del castello d’inferriate, confini inviolabilidi e terre sacre, ci fosse un piccolo spazio per insinuare un dubbio, una contraddizione.

Invece  lei era perfettamente coerente con tutto il suo impianto logico, fino ad arrivare alla brutalità delle naturali conseguenze di quella sua filosofia (proprio in senso tecnico), a cui mai pensavo potesse arrivare. In questo senso, almeno, la sua posizione sugli immigrati era abbastanza comprensibile: se ci sono utili, bene, altrimenti restinoaccàsa. Si noti subito il noi e loro sottointeso in qualunque discorso. La sua idea, classica del comunitarismo, era che qualunque cultura avesse valore al proprio interno. Quindi no al cuscus e sì alla polenta non perché la polenta sia più buona (una posizione che avrebbe senso! Però, mi dispiace, è più buono il cuscus), ma solo perché questa è la nostra tradizione. Quindi se in Marocco mangiano solo il cuscus, a dispetto di quelli a cui piace la polenta, fanno bene. Se degli italiani vogliono andare a cucinare il sushi in Giappone, è giusto che gli sia vietato.

In tutto questo M (sinistroide) era abbastanza silenzioso, salvo intervenire le volte che  le baggianate leghiste gli sembrassero troppo grosse. V (dipietrista), si poneva con modi da paciere, cercando di contestualizzare ed edulcorare le cose che diceva la leghista, più in quanto amica comune che per effettiva convinzione. Il più combattivo, assieme a me, era P (liberale), che al compimento dato al sistema ideologico leghista è sbottato: «questo è esattamente come la pensa Gino Strada».

Perché è vero, la cosa che più mi ha colpito di tutta la discussione, è quanto fosse chiaramente identica la posizione leghista e quella che – ora – inspiegabilmente tiene una buona parte di sinistra massimalista. Tutto il suo discorso era incentrato sul “chi siamo noi per giudicare le usanze altrui?” (che sottointendeva quindi che questi altrui dovessero lasciare in pace noi sulle nostre usanze). La risposta «un essere umano» non le era sufficiente, perché – anche se non esplicitamente – secondo lei esistevano diverse umanità, e ogni gruppo etnico vive a compartimenti stagni.

È capitato di parlare della mia esperienza in Burkina Faso anti-MGF, la sua frase celebre è stata «io non farei mai una campagna contro l’infibulazione in Africa». Perché anche lì – chi sono io? – quella è la loro tradizione, e finché resta fuori dai nostri confini non è nostro diritto (figuriamoci se è nostro dovere, come invece sostengo io) intervenire. Rispetto a questo principio di non ingerenza, e a quello ottocentesco della sovranità nazionale, si è inoltrata fino a dove il suo integralismo la spingesse: qualunque tipo di intervento dal “di fuori” le sembrava sbagliato. In Rwanda, in Darfùr, in Bosnia, anche se sparavano alla gente in fila per il pane, torturavano le donne, facevano pulizia entica, beh, non erano fatti nostri. Solo di fronte al Nazismo, ai sei milioni di morti, al fatto che – secondo il suo principio – gli americani non sarebbero dovuti sbarcare in Normandia perché lo sterminio degli ebrei era il risultato-del-percorso-storico tedesco (questa l’espressione che usava per ciascun altro eccidio. la persecuzione degli omosessuali in Iran? Il risultato del percorso storico iraniano) ha avuto qualche esitazione, a dimostrazione che anche l’indifferenza più disgustosa ha qualche esitazione di fronte al Male.

Mi servirà questa discussione, la ricorderò a tutti ogni volta che qualcuno mi dirà – di fronte alle peggiori ingiustizie – che “quella è la loro cultura”, in qualità di attenuante anziché di aggravante. Non so, ho come la speranza che essere associati alla precisa filosofia della Lega possa essere un buon deterrente per coloro che, a sinistra e in buona fede, stentano a capire come il mondo sia uno solo e non c’è nessuna ragione per “rispettare” le usanze che vanno contro ai più basilari principî dell’intangibilità della persona, dei diritti umani, dell’autodeterminazione delle idee e delle preferenze sessuali.

Alla fine della serata, dopo aver ascoltato (e subìto) tutti questi doppî standard, di diritti che a noi spettano per chissà quale conquista dei nostri bisnonni, e agli altri no perché hanno la sfortuna di essere nati su di un suolo non occidentale, io –  calmo ma risoluto – le ho detto: «Se a te interessa soltanto di come Silvia è trattata a Milano, ma non ti interessa delle vessazioni che subisce Aisha in Marocco, questo fa di te, semplicemente, una persona peggiore». Lei si è alzata e se n’è andata. Poi ha mandato un sms all’amica comune con scritto “non ti preoccupare, la nostra amicizia non è in discussione”.
Un mio amico ha commentato: «allora potevi impegnarti di più».

Radio Contromano

Allora, c’è una brutta notizia e una bella notizia.
La brutta notizia è che Paolo, quello scemo che cammina e cammina dall’Umbria all’Inghilterra, sta attraversando un brutto periodo, è scoraggiato e ha quasi in mente di mollare. È arrivato in Francia e lì non ci sono paesaggi, non ci sono bar, vede solo a due metri dalla propria tuta in cui è imbacuccato e nebbia, pioggia, e nessuna faccia amica. Sente il rumore del suo respiro e quello dei camion. Come dice lui, non c’è neanche un prete con cui chiacchierar.
Sarà pure scemo, ma pensa anche cose molto sagge, il nostro Paolo:

Perché se c’è una cosa che questo viaggio non deve diventare, è il sacrificio; in questa certezza c’è tutta la laicità della mia avventura.

Veniamo alla buona notizia. La buona notizia è che noi possiamo fare qualcosa, cioè che faremo qualcosa.

Radio Contromano!

Il primo pensiero di tutti, ovviamente, è quello di dirgli «dài, non mollare». Però poi uno ci pensa, e dice: «sì, ma solo se farlo ti fa stare bene». Quindi tutto quello che possiamo fare noi, per stare dalla parte della sua impresa, è cercare di fare sì che lui stia bene. È vero che il nostro potere – da lontano – è limitatissimo, ma qualcosa possiamo fare.

Paolo ha un iPod, noi abbiamo la nostra voce e tante storie da raccontare. Visto che in queste giornate di pioggia e nebbia l’unica cosa che può fare è ascoltare rumori, noi gli costruiamo la radio. Gli facciamo la colonna sonora delle sue passeggiate. E lui, camminando, ascolta le storie, le barzellette, le lezioni di storia, le prediche, le contumelie (il bello è che lui non può rispondere) le ricette di Suor Germana, i vostri problemi con la fidanzata, gli insulti al bomber della vostra squadra che non segna da 10 partite, oppure raccontargli il libro che state leggendo, il telefilm che seguite, e così via.

Ho creato una casella di posta, radiocontromano@gmail.com a cui ognuno di noi può mandare dei file audio, intanto ho mandato la password a lui. Poi, Paolo ogni mattina si scarica tutte le storie e le voci che ha ricevuto e se li mette sull’iPod, così poi per un pezzo di giornata – magari quando è immerso nella nebbia – ha la nostra brigatesca compagnia.

Io, appena finisco questo post, inizio a registrare il mio primo contributo. E mi impegno a mandargli una registrazione ogni due o tre giorni. Mi raccomando, fatelo anche voi. Io ci tengo davvero.
Coinvolgete anche i vostri amici, i vostri parenti, anche se non seguono direttamente Paolo, scrivetelo sui vostri blog. Insomma, vediamo di spingere Paolo fino a Cambridge.
Magari gli raccontate anche chi siete voi, così – in questo modo strano – conosce un po’ chi sta seguendo la sua avventura. Dopodiché parlate di quello che avete da dire. Se pensate di non avere nulla da dire, ce l’avete. Che tanto, poi, più noiosi della nebbia non potete essere!

Registrate, e cliccate qui sopra:

Un grazie-grazie a Valter e Volpina per il logo espresso.

Donne e bambini

Quando dico che la priorità, nel mondo, prima di qualunque altra cosa, è la condizione delle donne nel mondo mussulmano, comincio proprio da qui. Quando dico che accettare che quella sia “la loro cultura” è un’affermazione razzista, è questo che intendo. Bisogna sradicare questo indottrinamento: non so come si può fare, ma è sicuramente la cosa più importante da fare, ora, in questo mondo. I bambini non appartengono ai genitori. Una bambina non può essere colpevole perché nasce in Egitto anziché in Italia.

Possiamo dire che questo padre non voglia bene alla propria figlia di tre anni? Sì, possiamo dirlo. Portarla alle lacrime per farle recitare in televisione delle parti del Corano che incitano alla violenza, mentre lei dice piangendo: «per favore non mi far recitare le regole, voglio i lecca lecca».


Memri TV

Lunedì degli aneddoti – XXX – L’invincibile Marco Aurelio

Quando mi capita di leggere un aneddoto carino, da qualche parte, me lo appunto per non dimenticarlo: così ora ho un piccolo mazzo di aneddoti che ogni tanto racconto. Pensavo di farci un libro, un giorno, ma forse è più carino pubblicarne uno, ogni tanto, sul blog. Questo ‘ogni tanto’ sarà ogni lunedì.

L’invincibile Marco Aurelio

Secondo me la gente che la vede in foto – o sulle monete da 50 centesimi – non se l’immagina così piccolo e soprattutto così in alto, il Campidoglio, la Piazza del Campidoglio. D’altronde sì, è un colle, ma chissà se uno ci pensa. Comunque, se salite quelle scalette sopra all’Ara Coeli vi ritrovate in quella piazza, con in mezzo la famosa statua equestre di Marco Aurelio. La storia delle Oche del Campidoglio la sanno un po’ tutti, mentre quella della statua, e di come sia finita lì, è un po’ meno nota.

Intanto è lì da poco, 450 anni, per una statua che è in piedi da quasi il quadruplo. Prima stava da un’altra parte, che non si sa bene se sia Piazza Colonna – accanto alla colonna di Marco Aurelio – o il Foro romano. Resistette a un primo spostamento, e anche a un secondo, dal Laterano.
E poi, ve la posso dire una cosa? Secondo me lì in mezzo ci sta male. Ma che ci fa? Talmente ci sta male, secondo me, che son stato contento quando ho scoperto che Michelangelo, quando aveva disegnato la piazza, non ce la voleva mettere lì al centro.
In realtà la statua è illustre, simboleggia l’invincibilità dell’imperatore, e si dice che inizialmente sotto alla zampa alzata del cavallo vi fosse un barbaro vinto. Quella lì è l’unica statua equestre di età classica che sia sopravvissuta alla furia del medioevo cristiano. A quel tempo tutte le statue di personaggi “pagani” venivano fuse. Il nostro Marco Aurelio si salvò per un caso e per l’ignoranza altrui: lo credettero un Costantino, primo imperatore a convertirsi al Cristianesimo, e perciò riuscì a scampare la fusione perché, raffigurando un cristiano, non costituiva idolatrìa.

Si vede che fra intolleranti ci si capisce, perché ci riprovarono i fascisti: centinaia d’anni dopo, nel 1979, una bomba del “Movimento rivoluzionario popolare” esplose in Piazza del Campidoglio. Un temporale salvò la piazza da una strage, e l’invincibilità salvò Marco Aurelio che finì soltanto scheggiato. Fu in quell’occasione che un’indagine dei restauratori scoprì l’allarmante corrosione che stava subendo il bronzo della raffigurazione. La statua fu così rimossa e nella piazza furono costretti a piazzare una copia, mettendo così fine all’invincibilità della statua di Marco Aurelio.
Quello che non era riuscito ai barbari ai cristiani e ai fascisti, era riuscito – gutta cavat lapidem – al Tempo. Lento sì, ma inesorabile.

Grazie a Gabriele

[Qui il primo: Brutti e liberi qui il secondo: Grande Raccordo Anulare qui il terzo: Il caso Plutone qui il quarto: I frocioni qui il quinto: Comunisti qui il sesto: La rettorica qui il settimo: Rockall qui l’ottavo: Compagno dove sei? qui il nono: La guerra del Fútbol qui il decimo: Babbo Natale esiste qui l’undicesimo: Caravaggio bruciava di rabbia – qui il dodicesimo: Salvato due volte – qui il tredicesimo: lo sconosciuto che salvò il mondo qui il quattordicesimo: Il barile si ferma qui qui il quindicesimo: Servizî segretissimi qui il sedicesimo: Gagarin, patente e libretto qui il diciassettesimo: La caduta del Muro qui il diciottesimo: Botta di culo qui il diciannovesimo: (Very) Nouvelle Cuisine qui il ventesimo: Il gallo nero qui il ventunesimo: A che ora è la fine del mondo? qui il ventiduesimo: Che bisogno c’è? qui il ventitreesimo: Fare il portoghese qui il ventiquattresimo: Saluti qui il venticinquesimo: La fuga qui il ventiseiesimo: Dumas qui il ventisettesimo: Zzzzzz qui il ventottesimo: Teorema della cacca di cavallo qui il ventinovesimo: Morto un papa]

Vuoi indicare un aneddoto per un prossimo lunedì? Segnalamelo.

Talk show metropolitano

Questa cosa della polizia che mi manda via, a dire il vero, mi deprime proprio. Non mi arrabbio neanche, è proprio il concetto dell’utilizzare il proprio piccolo spazio di potere per fare qualcosa che non produce nessun giovamento alla comunità.

L’idea che le regole non servano per rendere vivibile e bella la vita delle persone, ma per essere applicate, anche quando quest’applicazione non sia di alcun beneficio. È una cosa di cui, ogni volta, non mi capacito: ma non faccio nulla di male. Le persone si divertono. Mi metto in un angolo, non infastidisco nessuno, e non c’è nessun fine di lucro.

Anche un sacco di gente che mi legge, e che mi ha scritto non se ne capacita: i più combattivi, Max e Fabio – che non a caso vivono lontano dall’Italia da più di qualche anno – non se ne capacitavamo: «lo sai che qui in America non potrebbe succedere?» «quello è un diritto garantito dalla Costituzione» «certo, ci sono divieti specifici: non si può fare davanti a un ospedale, o a un ufficio postale, per non intralciare. Ma sono divieti sensati. Per il bene di tutti».

E va bene, dunque, avete capito: l’autorizzazione della questura per le manifestazioni non serve a nulla perché è il Comune di Roma a doverla dare, per occupazione di suolo pubblico. E quella si deve pagare. Io trovo inconcepibile che si debba pagare, anche pochi euro, per mettersi in strada a parlare con la gente. E allora, sulla scorta della giornata dell’altro ieri in cui era stata la pioggia e non la polizia a mandarmi via, ieri ci ho riprovato.

Però con più caparbietà, ogni volta che mi dicevano «qui non ci puoi stare» «perché?» «perché qui non ci puoi stare» io insistevo un po’ nel chiedere le ragioni, e alla fine mi dicevano «vai più in là che non è di mia competenza». Anche perché molte delle persone che stavano parlando con me s’arrabbiavano, talvolta lasciandosi andare a improperî anche un po’ demagogici: «ma andate ad arrestare chi ruba invece di dare fastidio alla gente!» e così via.
E così io mi spostavo un po’ più in là da Piazza del Popolo a risalire in Via del Corso.

Perciò, così facendo, ho accumulato varie chiacchierate e varie facce, che – allora – vi racconto e vi faccio vedere:

Per primi sono arrivati Leonardo, Giulia e Claudia. Leonardo non si era ancora seduto, ha appoggiato i gomiti sullo stendino, e mi ha chiesto: «beh, allora tu credi in Dio?». Come se fosse un discorso che avevamo lasciato in sospeso quella mattina. Io gli dico: «sei tu Dio?». Dice «ho paura di no». «E allora mi sa che non mi si è ancora manifestato», gli ho detto. Allora Giulia e Claudia hanno iniziato a parlare dei misteri. Bell’argomento i misteri, peccato che ci abbia interrotto la polizia venuta a cacciarmi. Abbiamo fatto in tempo a fare una foto, però (Claudia non ha ancora diciottanni):

È arrivata Francesca, poi, appena riposizionatomi. Mi ha detto «di che si parla?» e io le ho detto «lo chiedo io a te, di qualunque cosa!» E lei, «raccontami una barzelletta, ché mi ci vuole proprio». Le ho raccontato quella di quello con tre palle, che chiunque mi conosca avrà sentito – è uno dei miei pezzi forti – Francesca ha riso tanto, mi ha ringraziato ed è andata. Ecco Francesca (ero di corsa, ho fatto la foto col cellulare):

È arrivato poi Claudio, che mi ha chiesto della mia famiglia, e di dove sono: gli ho detto che è difficile da dire perché tutti, mia madre, mio padre, mio nonno, mia nonna, mio nonno, mia nonna, sono di posti diversi, e io sono nato in un altro posto ancora. Mi ha chiesto della mia nonna materna, e allora gli ho detto che è nata a Sovicille (SI) ed è della contrada dell’istrice. Poi mi ha chiesto della legge sulla par condicio televisiva, ma è arrivato un nuovo allontanamento da parte della politiz – menomale – ché non ero molto preparato! Però così mi son dimenticato di fare la foto, e allora ci metto quella di Gabriele, con cui avevo parlato (taaanto) ieri e non l’avevo messa:

Già su Via del Corso sono arrivati Emanuela e Andrea: Emanuela mi ha detto che la mia iniziativa le ricordava un video-musicale-di-un -cantante-americano che andava in giro con scritto “free hugs”. Le ho detto che un abbraccio, se voleva, potevo darglielo anche io. Ma che c’erano altre persone che lo facevano, di abbracciare gratis.
Poi, proprio mentre stavano lì, si è affacciato un ex-collega di Andrea, che abita a Napoli e capitava per caso a Roma! Il collega ci ha fatto la foto:

Con Jacopo e Christian abbiamo cominciato a parlare di Israele e Palestina, perché mi avevano chiesto cos’avevo fatto negli ultimi due anni. Poi però siamo passati alle crociate. La mia personale crociata contro gli spremi agrumi elettrici. Ho spiegato loro che spremere le arance è l’unica cosa al mondo che, mentre la fai, pensi solo a quello. Mentre leggi, giochi al computer, guidi, pensi sempre a qualcos’altro: ma se spremi un’arancia no! Pensi solo a quello. Mi hanno detto che non ci avevano mai fatto caso e che la prossima volta ce lo avrebbero fatto. «Allora la prossima volta che spremerete le arance penserete a me?» «Sì», mi hanno detto, sciagurati: «ma allora non avete capito niente: mentre si spremono le arance non si deve pensare a nulla!».

Poi sono arrivati Leone e Mattia, a Mattia ho chiesto immediatamente una foto: e sapete perché? Altro che mondo piccolo, lui s’era già fermato a parlare con me quest’estate! Quella che vedete qui sotto non è una “V” di vittoria, ma un 2! Come le due volte che ci siamo incontrati:

A Leone, invece, ho detto che avrei potuto parlargli di qualunque cosa. Ma non solo, tenendo qualunque posizione. Lui mi ha chiesto, allora, di convincerlo che “Berlusconi è bravo”. Niente di più facile. Gli ho raccontato di come Berlusconi avesse eluso il divieto di trasmissione su scala nazionale per le TV private con un espediente: facendo trasmettere a un bastione di televisioni locali lo stesso programma alla stessa ora.
Poi Leone era talmente tanto bravo a parlare che gli ho offerto il mio posto, sono andato di là, e mi sono fatto dare un po’ di consigli sulla mia vita. Vedremo quando li metto in pratica:

Un sacco di gente passava, come al solito, e si metteva a ridere, o commentava: «grande!»: ma il commento più bello è stato di un ragazzo che è passato insieme alla fidanzata, e mi ha fatto «guarda, questa nun parla manco a me, figurati».
Uno che invece parlava troppo era Michele, talmente tanto, che per allenarlo ad ascoltare i suoi amici, un altro Michele e Giovanni, mi hanno chiesto il rotolo di scotch e l’hanno piazzato così davanti a me:

Con gli altri suoi amici ci siamo messi a parlare di tag, e di scritte sulle metropolitane. Ho detto loro che i disegni mi piacciono, ma le scritte no. Poi hanno fatto battute omofobiche sul “rompere il culo” e abbiamo iniziato a parlare di omosessualità, di froci. Mi hanno detto che i gay sono contronatura. Forse avete anche ragione, ho detto loro, anche se ci sono un sacco di scimmie omosessuali. Ma anche il matrimonio è contronatura: avete mai visto due scimmie sposarsi? Eppure nessuno dice niente. Giocare alla Playstation è contronatura: però ci gioco. E così via.
Peccato che l’altro Michele e Giovanni non si siano voluti far fotografare: solo la mano:

Poi è venuta questa signora spagnola, mi ha chiesto se parlavo di qualunque cosa solo in italiano. Le ho detto che lo facevo anche in inglese, ma lei mi ha chiesto se lo facevo anche in spagnolo. Le ho detto: beh, proviamo, e mi son messo a provare a rispolverare i miei due esami universitarî di lingua spagnola, rendendomi conto che non mi ricordavo NULLA. Si chiamava Suzana, la signora, e nel nostro comunicare maccheronico ci siamo capiti un po’. Mi ha detto che fa l’insegnante di sostegno, e io le ho detto che anche mia madre è stata insegnante di sostegno per tanti anni, e poi che non crede in Dio. Neanche io ci credo, le ho detto. Mia madre invece sì, pure troppo.

Intanto si era creata una folla di persone che si erano messe ad aspettare per parlare con me, saranno state venti. A un certo punto erano talmente tante che ho fatto una foto. Così sembrano passanti, ma in realtà erano lì ad aspettare!

Sono poi venute Livia e Selene, entrambe piccoline, sedici anni. Mi hanno iniziato a spiegare come i loro coetanei sono stupidi perché seguono i Tokio Hotel anziché i Green Day. Accidenti, i Green Day, ho pensato. E gliel’ho detto: all’età loro andai a un concerto a Marino che fecero. Esistono ancora, dunque.

Selene mi ha detto che si faceva la foto ma con la mano davanti, perché non voleva che sua madre la vedesse (che poi dubito che la mamma di Selene legga questo blog). Livia invece, alla sua, ha voluto fare la linguaccia:

Alla fine sono venute Sabina, Pamela, Giovanna e Andreia, avevamo iniziato a parlare in quel momento quando sono arrivati di nuovo e definitivamente a cacciarci. Ci siamo fatti la foto quando, ancora ignari, pensavamo di farci una bella chiacchierata: invece sullo sfondo si vede la poliziotta che verrà a mandarci via. Il colmo è che accanto a noi c’erano due o tre macchine parcheggiate in stradivieto di sosta che occupavano molto più “suolo pubblico” su Via del Corso.
Avevamo iniziato a parlare del volontariato, tre di loro erano delle volontarie che aiutavano la quarta, sulla sedia a rotelle. Sarebbe stata una bella chiacchierata, anche a giudicare dalle facce:

Poi basta, sono andato via. Ero un po’ stufo di sparaccare e ribaraccare, e poi stava venendo il freddo.

Quanto al titolo, beh, grazie a Davide: questo sì che è un Talk Show – tanto talk, e un po’ di show – mica Bruno Vespa!

San Valentino

Tanti auguri. Agli unici innamorati al mondo che non possono permettersi di non sopportare questa festa. Che non hanno il diritto di sogghignare dei lucchetti a Ponte Milvio o farsi venire l’urticaria per le strade tappezzate di cuori di peluche rossi. Di ridere delle scritte per terra, o di considerare kitsch le scatole di cioccolatini a forma di cuore.

In Arabia Saudita festeggiare San Valentino è vietato dalla legge. Ti viene a prendere la Polizia per l’imposizione della virtù e l’interdizione del vizio. Non è uno scherzo, si chiama così. E “chi non si conforma, verrà punito“. Perché amarsi è un’idea occidentale.

A tutti coloro per i quali volersi bene è – necessariamente – un atto rivoluzionario, a loro, buon San Valentino.

Avrà assunto il ghostwriter di Veltroni

E io che pensavo che un orso come Emidio avesse la sensibilità di un blocco di tufo!

Devo ricredermi: leggete come racconta dei suoi primi passi come convertente ai – poi convertito al di fuori dei – Testimoni di Geova. Abboccato al romanticismo della dichiarazione finale, aggiungerò una cosa che – qualcuno dirà – non mi spetta: se al suo matrimonio, fra tre mesi, non parteciperanno i genitori – perché lo considerano un apostata – ma ci saranno degli amici come quello di cui racconta qui, beh, tanto di guadagnato.

A predicare si va in due. Penso che serva per evitare di lasciarsi convincere dalle persone che si vanno a convertire. Non che non si sia incoraggiati a predicare sempre, anche quando si è da soli, dando così “testimonianza informale”. Però ad un certo punto ci si mette giacca e cravatta – gonna lunga, nel caso delle donne – e si va a predicare. […]

Verso i sedici anni ho cominciato con un mio compagno di classe. Ho fatto una eccezione per lui, ateo: ci andavo da solo. Il problema è che ho preso più cose da lui di quanto sia riuscito a trasferirgliene. Avevo tipo 16 o 17 anni, di sicuro si andava ancora alle superiori. Gli studi biblici erano una cosa basata su dei precisi manuali – “Potete vivere per sempre su una terra paradisiaca” – in genere. Con lui, invece, eccezione, erano più una chiacchierata. E di eccezione in eccezione cominciavo a pensare.

Insomma, non riuscivo a conciliare il fatto che una persona come quella, una persona che non poteva essere malvagia – per il semplice fatto che non lo era e io lo vedevo – dovesse essere distrutta. Così una volta gli dissi – me lo ricordo come se fosse ieri – perché se una frase non ti cambia la vita, sicuramente può contribuire: «io penso che fra dieci anni sarai un testimone di Geova». Lui – di getto – mi rispose: «io penso che fra dieci anni sarai ateo».

Ecco. Appunto. Ma ci tengo a non dagliela vita del tutto. Dato che non sono riuscito a farlo diventare testimone di Geova, gli farò fare il testimone di nozze.

Resoconto senza foto

Sono partito che nevicava ancora, ci ho messo 2 (due) ore ad arrivare in centro con una Roma in condizioni cataclismatiche. Quando sono arrivato lì non nevicava più, e la neve era praticamente andata tutta via.

Devo dire che mi aspettavo che le persone fossero più spaventate dal freddo, invece no. Ho iniziato a parlare con Piero, un personaggio strano. In realtà non si chiamava mica Piero. Ripeto, era un personaggio strano. Gli avevo chiesto di farsi una foto, per metterla sul blog. Mi ha detto di no. Gli ho detto, dài, almeno facciamo una foto al busto, alla mano, a quello che ti pare, così ce l’ho per ricordo. No, dice: sono avvocato, ti faccio causa! Ora, vabbè, per una foto? Insomma, gli ho chiesto «come ti chiami?», neanche quello mi ha voluto dire. Gli ho detto di inventarsi un nome, almeno, che almeno così potevo ricordarmelo in qualche modo. Mi ha detto Giampiero, facciamo Piero, ho detto io. Chissà perché aveva voglia di dirmi il mestiere che faceva, e non il suo nome. Lui però non era scorbutico, e sembrava molto contento di parlare con me – d’altronde l’aveva deciso lui!

Io gli ho detto che dovrebbe fidarsi un po’ più delle persone. È vero che delle volte così si rimane scottati. Ma meglio un paio di scottature all’anno, che stare tutto l’anno a vedere tutti attraverso dei cupi occhiali da sole soltanto per non scottarsi.  Comunque abbiamo parlato di Antonella – anche lei nome inventato – che è la sua ex fidanzata, era stata con lui per 6 mesi. Poi mi ha raccontato una storia tetra in cui lei si è allontanata, e lui è rimasto lì. Ma proprio, esattamente, lì. Però mi è sembrato che né lei fosse esattamente quello che voleva lui, né lui fosse esattamente quello che voleva lei. E che quindi la sua rincorsa a lei – che di solito, invece, suggerisco sempre – potesse portare buoni risultati. Mi ha chiesto un consiglio definitivo, e gli ho detto una cosa che a lui è piaciuta molto, anche se non era intesa così filosoficamente: che un autobus, una volta perso, non puoi riprenderlo. Però puoi corrergli dietro un saaaacco di tempo.

Dopodiché è andato via, avevamo parlato per un bel po’, forse venti minuti. Si erano affacciate altre persone, ma non sono intervenute. Ecco, una cosa che ho notato questa volta è che le persone erano più rispettose delle discussioni degli altri. L’altra volta anche se c’era già qualcuno a parlare, in postazione, altri si affacciavano. Questa volta invece tutti ad aspettare a distanza. Quando mi son messo a parlare con Gabriele sono passati due o tre gruppi di persone, si mettevano lì e aspettavano. Uno era un gruppo di ragazzi che stava raccogliendo i soldi per i Cento Giorni. I non-romani non sapranno cosa sono: a cento giorni dall’esame di maturità si va in giro per Roma con un salvadanaio a chiedere delle monete ai passanti per finanziare questo breve viaggio (in cui, ovviamente, si salta scuola) a cui partecipa tutta la classe. L’obiettivo è quello di riuscire a fare l’intera vacanza – che di solito ha budget molto ristretti – a spese del popolo.

Gabriele, dunque. Intanto anche quel poco di neve che c’era era andata via, così ho messo il nuovo cartello nello zaino, e sono tornato alla modalità parlatore standard (anche se avevo ancora indosso la tuta completamente bianca e i Moon Boot). Gabriele è venuto espressamente per chiedermi un consiglio su che strada prendere nella sua vita attuale: lavoro, principalmente, ma si legava a tante altre cose, amore, religione. Poi, già che eravamo entrati in tema ho deciso di regalargli un libro, questo libro, spero che lo legga. Le strade erano 3, perché una – la quarta – l’abbiamo esclusa subito. Abbiamo escluso anche la terza, che forse era quella che più si aspettava che caldeggiassi, e forse era venuto per farsi spingere a, ovvero quella di mollare tutto e fare del volontariato. Gli ho detto che il volontariato lo deve fare solo se lo sente al 100% e non ha dubbi. Se ora è un momento in cui la vita gli sorride non c’è ragione di mollare tutto per una cosa di cui non è convintissimo. Momenti grigi, purtroppo, ce ne saranno. E con essi l’occasione di mollare tutto. A un certo punto ho detto a Gabriele che una cosa che mi aveva detto era “un po’ falsa”, e lui mi ha risposto «se è ‘un po” falsa significa che è anche un po’ vera». Ho dovuto dargli ragione, e mi è piaciuto.

Ha ricominciato a piovere, poi, e a diluviare. Così siamo stati costretti a sbaraccare sul più bello. Già che non avevamo finito di parlare, con Gabriele, gli ho proposto di venire andare a mangiare qualcosa e continuare la chiacchierata, e ne è valsa la pena.

Il colmo è che dopo qualche tempo era tornato il sole, ma noi eravamo già andati via. Mi è dispiaciuto talmente tanto stare così poco, che ho deciso che ci torno domani, sabato, dopo le 14 ché prima ho da fare, sempre a Piazza del Popolo.

Fare questa cosa, prima che tutto il contorno che si è creato poi – liberatorio, filosofico, aperto, coreofrafico – è divertante, tremendamente divertente. Ed è un modo molto bello per conoscere la gente.
A domani, con qualche foto in più.