Max mi segnala questo grafico molto interessante che mostra le condizioni economiche all’interno di ciascuna fede religiosa negli Stati Uniti. I risultati non sono sorprendenti, i cliché si confermano: gli ebrei sono i più ricchi, le chiese nere le più povere. I più equilibrati – intersecanti tutte le fasce sociali – i buddisti. È uno di quei grafici a cui uno sta dietro per un’ora a vedere tutti i particolari, e a cercare i collegamenti fra le verità dottrinarie di ciascuna religione – tipo lo scoraggiamento dello studio per i Testimoni di Geova – e la loro condizione economica. Una cosa che mi ha incuriosito: gli induisti sono dei Paperoni:
Ho caricato l’immagine alla risoluzione massima, se ci cliccate sopra la ingrandite.
Quink è un sito messo in piedi da dei ragazzi pugliesi, alcuni dei quali ho avuto modo di conoscere, davvero simpatici. Non soltanto fanno ridere, ma hanno una competenza – con la grafica e con i video – che dà ottimi risultati anche con le idee più semplici. Se gli andate a dare un’occhiata, qualche mattina, magari vi capita di iniziare la giornata con qualche risata.
Oggi sono stato al Carnevalone di Poggio Mirteto. È conosciuto come il carnevale anticlericale perché festeggia l’autoliberazione del paesino del reatino dallo Stato Pontificio. Così ci sono un sacco di persone vestite da suore e da preti ed è anche divertente. Anche se, dopo un po’, è sempre la stessa cosa. Spesso ci sono allusioni o raffigurazioni esplicite di rapporti sessuali o pornografia nei travestiti membri del clero, così a dimostrare quanto si sia dipendenti e determinati da quell’immaginario – di castigo del sesso, suo flagello e proibizione – da cui la teoria vorrebbe che una persona laica si emancipasse (se un prete e una suora fanno sesso, e sono consenzienti, a me non frega niente: non c’è nulla di male).
Poi, al centro, c’era una raffigurazione di Calderoli con un minareto nel culo (immagine omofoba, fra l’altro). Sì, un minareto, con intorno diverse scritte in arabo. Sotto si spiegava che quest’anno il carnevale era dedicato agli immigrati – e va bene – e in particolare ai mussulmani offesi da Calderoli. Ai mussulmani. Anzi, di più, c’era scrtto “il popolo islamico”, in pieno gergo fascistoide.
Vedrete che qualcuno dirà che «non si fa». Ma perché? «perché è una mancanza di rispetto» Ma per chi? «beh è una mancanza di educazione». E perché non sarebbe educato farlo? «beh, perché non si fa». Ma perché? «perché è una mancanza di rispetto»…. eccetera, eccetera, eccetera.
Sono entrato nell’account che avevo creato per Paolo, radiocontromano@gmail.com, e ho visto quanta roba gli è stata mandata in questi giorni! Ho visto anche che quasi tutte le email erano segnate come lette, e ciò significa che Paolo l’ha anche iniziate a scaricare e ascoltarsele.
L’ho anche sentito, brevemente, e mi ha detto che c’è un altro rischio, ora: che Paolo non torni indietro per stanchezza, ma per abbracciare ciascuno di coloro che gli hanno mandato dei raccontini, delle barzellette, delle filastrocche, e chissà cos’altro.
Ho anche dato un’occhiata alle prime che erano arrivate, e accidenti – che bello! Io avevo evitato di suggerire canzoni, un po’ perché sono meno personali, e un po’ perché – per motivi di sicurezza in strada – è meglio che Paolo usi sempre soltanto una cuffia.
Però, accidenti, anche quelli che hanno mandato delle canzoni, che bravi!
Le prime tre cose che sono arrivate erano due dei Sigur Ros – il mio gruppo straniero preferito – e di De Gregori – il mio cantante italiano preferito. Sembra fatto apposta! Di De Gregori Compagni di Viaggio, che tutti-certamente-sapranno-da-una-vita – questa la capiscono in due! – essere una specie di cover di Simple twist of fate. E poi i Sigur Ros.
Io sono uno strano, su ‘sta cosa. Io i concerti non li sopporto. Mi annoio: vedo ‘sta gente che canta, anche se mi piace, e mi domando «ma scusa, lo potevo sentire a casa senza tutto ‘sto casino?». E poi ai concerti si ascolta e basta, mentre io – con la musica – devo sempre fare qualcos’altro. Ecco, l’eccezione sono i Sigur Ros: son stato a tre concerti, e mi son piaciuti tutti (su un concerto in particolare, quello di Ferrara, ci sarebbe un sacco da raccontare).
Dei Sigur Ros non parlo più per quella specie di sciocco sentimento di rivalsa che dice: «l’ho scoperti prima io!». Poi, certo, c’è sempre uno che l’ha scoperti prima di te, ma io ricordo una delle prime estati degli anni 2000 andare in giro al mare a chiedere se la gente conosceva i Sigur Ros: così, per divertirsi, e un po’ per scommessa con un amico… che, alla fine, almenouno l’avrei trovato! Perché io c’ho un’altra fisima, non so perché, la prima volta che ascolto un disco non mi piace mai. Lo devo riascoltare e riascoltare, mi deve entrare nella testa e nel tempo, e allora mi piace. Agaetis byrjun è stato l’unico album che non ha seguito la trafila: al primo ascolto mi è subito piaciuto, mi ha folgorato. Così son stato tutta l’estate ad andare in giro a chiedere alla gente se conosceva i Sigur Ros, avrò chiesto a centinaia di persone, le fermavo per strada e chiedevo loro «non è che conosci i Sigur Ros?» no? «Male!». Di tutte le centinaia di persone soltanto una, mi ricordo che si chiamava Francesco: mi consigliò, allora, Finally we are no one dei Mùm. Ora i Sigur Ros li conoscono tutti – li copiano anche a Sanremo – son contento, e quindi non ne parlo più.
Oddio, una volta ne parlai: quando feci ai miei bambini in Palestina la lezione su Hoppipolla – proprio la canzone mandata a Paolo – con tanto di visita all’ospizio, e visione del video. Fu una bella giornata, quella. Una delle poche speranzose.
Vabbè, insomma, ho parlato di tutt’altro: era per ricordarvi – e ricordarlo a me – di continuare a mandare registrazioni, ché Cambridge è ancora lontana – ma ogni giorno un po’ meno.
Oggi sono uscite le motivazioni della sentenza che confermavano i 30 anni di carcere per il padre di Hina, la ragazza uccisa dal genitore perché aveva «uno stile troppo occidentale». Traduzione dottrinaria per dire che voleva essere padrona e felice di sé stessa. La sentenza contiene in sé una doppia contraddizione gigantesca, talmente auto-scontrantesi da renderla quasi sensata. Intanto la sentenza dice che Hina non è stata uccisa dal padre per motivi religiosi.
Invece Hina è stata uccisa per motivi evidentemente religiosi. Che sia stata uccisa per motivi religiosi è evidente quanto è evidente che il velo sia un simbolo di sottomissione della donna. È evidente a chiunque abbia letto una sola pagina del Corano o della Sunna, gli Hadith. È evidente a chiunque abbia letto una qualunque statistica sul delitto d’onore in qualunque paese europeo: più del 90% dei delitti d’onore sono commessi all’interno delle comunità d’immigrati mussulmani. È evidente a chiunque sappia che i dieci paesi al mondo con il più alto tasso d’incidenza di delitti d’onore sono tutti e dieci mussulmani.
Questo non vuoldire che tale pratica spregevole sia totalmente appannaggio dei mussulmani: in Brasile oggi, in Italia qualche decennio fa, la questione è presente. Inoltre questo non vuoldire neanche che – un giorno – l’Islam non possa emanciparsene, passando a ignorare tutte le parti del Corano che comandano la sottomissione della donna – similmente a ciò che i cristiani fanno oggi della Bibbia – ma non c’è dubbio che questo progresso, se avvenisse, dovrebbe passare attraverso una vera e propria deislamizzazione dell’Islam, come in una certa misura si è scristianizzato il Cristianesimo.
Le religioni, se ragioniamo laicamente, e così deve fare un giudice, sono dei fenomeni storico-naturali. Iniziano, finiscono, si evolvono. Ogni religione è un sistema di pensiero, a cui ognuno aderisce in misura diversa, come è un sistema di pensiero un’idea politica. Anzi, persino di più. Ciò che uno pensa su come il mondo sia fatto e su ciò che Dio gli chiede condiziona in maniera cardinale il modo in cui le persone si rapportano al mondo e alle persone che lo abitano.
Chiunque di noi fosse certo che, camminando su un cavo dell’alta tesione, ne venisse folgorato eviterebbe di farlo (salvo i suicidi***). Chiunque di noi fosse certo che Dio lo folgorerebbe nel momento in cui si proferisca la parola “albicocca”, semplicemente, non direbbe «albicocca». Chiunque di noi fosse convinto che gli ebrei, o i negri, siano una razza inferiore e spregevole non stringerebbe la mano a un negro o a un ebreo.
E qui veniamo all’altra questione assurda, ed è quella che mi preme di più, perché è lì che si vede quanto siamo ancora ben radicati nella più retriva irrazionalità. Al padre di Hina non è stato riconosciuto il movente religioso, ma qualora lo fosse stato, sarebbe stato considerato un’attenuante. Non un’aggravante. Un’attenuante. La premeditazione, il movente ideologico o politico, tutte queste costruzioni sono considerate delle aggravanti nel nostro ordinamento: se io sono nazista e ammazzo un ebreo perché ebreo ho una pena più grave che se ammazzo un ebreo in una rissa perché mi ha ammaccato la macchina. In entrambi i casi sono uno stronzo, ma nel primo sono un po’ più stronzo. O, ancora meglio, non sono solo uno stronzo, ma sono uno stronzo pericoloso.
Il fatto che credere in un dogma religioso – e un dogma pernicioso come quello della purezza della donna e del suo possesso da parte dei maschi della famiglia – sia considerato una possibile linea difensiva da usare in sede giudiziaria, e non un integralismo del quale cercare di allontanare il sospetto da sé, dà una valutazione spietata dell’effettiva laicità – e quindi uguaglianza – della nostre leggi.
***Faccio notare ai contestatori dei circonflesso la diacriticità, qui, fra “suicida”->”suicidi” e “suicidio”-> “suicidî”.
Ushahidi è un aggeggio creato nel 2007 in Kenya per raccogliere tutte le informazioni possibili dai testimoni oculari sulle violenze perpetrate nell’area a seguito delle contestate elezioni presidenziali di quell’anno. Da quell’esperienza il software è stato usato in varie altre occasioni, e ora è un vero raccoglitore – ufficiale e finanziato anche dall’ONU – di tutte le segnalazioni provenienti dagli sms, dalle telefonate, da internet, dalle mail, da Twitter, dalle televisioni, etc. di emergenze di vario tipo ad Haiti nel post terremoto.
Qui, ad esempio, vedete la mamma delle necessità o delle offerte di soccorso – rifugi, ospedali da campo, servizî sanitarî, etc – anche purtroppo di situazioni infami – cadaveri da rimuovere, incendî, saccheggi, infarti – intorno alla capitale Port-au-Prince (ma la mappa si può allargare). Qui ciascun report in cui sono state espresse richieste d’aiuto. Questo strumento di mappatura è diventato un dispositivo fondamentale nel tentativo di dare una risposta e un’alleviamento alle sofferenze a cui sono purtroppo sottoposti gli abitanti dell’isola caraibica dopo il terribile terremoto. Ushahidi è diventato uno strumento pressoché insostituibile che permette un miglior coordinamento, e un vitale risparmio di tempo, per tutti i tipi di soccorso.
Non so, magari fa soltanto effetto per la necessità di ognuno di noi di riscattare le proprie coscienze dal non stare facendo nulla o abbastanza, ma cliccare sulla mappa il tasto dei soccorsi offerti e vedere comparire tutti questi punti dove ci sono distribuzioni gratuite d’acqua o di cibo, di prestazioni mediche o rifugi per la notte, beh, commuove.
Il tutto assolutamente inimmaginabile solo 15 anni fa. Poi dice il Nobel per la pace a internet.