Fenomenologia del fumatore prepotente

Chi mi conosce sa che ho un brutto rapporto con i fumatori, o meglio: ho un brutto rapporto con i fumatori prepotenti. La mia idea è che la tua libertà di fumare (o mangiare la carbonara, o saltare sui fili dell’alta tensione) termina nel punto esatto in cui costringi me a farlo. Ed è proprio nella sacralità di questo limite – che non ammette tolleranza – che risolvo l’apparente contraddizione di essere, al tempo stesso, un acceso sostenitore della liberalizzazione dei varî fumi, hashish, erbe, etc e contrario all’imposizione ai non-fumatori delle promanazioni del proprio vizio.

Ovviamente non parlo di tutti i fumatori – anzi, la gran parte dei miei conoscenti che fumano non si comportano così. Non ho neanche una gran concezione salutista della vita: ognuno si può far male come preferisce, basta che non lo faccia agli altri. Però, questo sì, quando discuto con un fumatore prepotente mi imbestialisco proprio: e la mia irritazione accresce all’aumentare della povertà argomentativa degli espedienti che il fumatore-prepotente usa per difendere l’inversione dell’onere della privazione ch’egli mette sempre in atto.

Per “inversione dell’onere della privazione” intendo quel meccanismo mentale con cui, per il tipico esemplare di fumatore prepotente, non è lui a dover tenere il proprio fumo lontano dalla tua faccia, ma è la tua faccia a dover stare lontana dal suo fumo: come fossi tu, e non lui, a fare una cosa che A) fa male B) puzza.
I tre espedienti retorici più comuni, a corollario e motivazione di tale inversione, sono spesso i seguenti:

  • Il teorema dello zio Beppe: «mio zio Beppe ha fumato fino a novant’anni» -> il fumo non fa male. Che è come dire che sporgersi da un balcone al quinto piano di un palazzo non fa male, perché… eh «mio zio Beppe si è sporto dal balcone per decine d’anni». Gli è andata bene, al vostro zio Beppe. (Tanti) altri non sono stati così fortunati.
  • Il teorema del benaltrismo: «ma scusa, anche i tubi di scappamento delle macchine fanno male». E allora? Messo da parte il fatto che, di tutto quello che ho letto io, il fumo passivo fa molto più male, il punto è un altro: questa, semmai, è un’obiezione per lottare in favore delle marmitte catalitiche, non certo in difesa della liceità di fumare in faccia a qualcun altro. Inizia a darti da fare con me contro il fumo passivo, poi – se mi convinci – ci diamo da fare anche contro le marmitte.
  • Il teorema del danno minimo: «ma una sigaretta che vuoi che sia?». E un cazzotto? Anche quello, che vuoi che sia? Il problema è che quale che sia il danno, sigaretta, pugno, sputo in faccia, calcio nei coglioni, quello è un danno che tu stai arrecando a me senza il mio consenso. Certo che, per cose più importanti, uno può sopportare un danno minimo, ma il tuo bisogno di fumare non è più importante della mia salute, fosse anche una porzione piccola della mia salute.

So che, molto spesso, questi sono tic mentali di persone che sono nate e vissute in una società in cui tutti i danni che il fumo causava non erano conosciuti, quindi non c’era nessuna censura sociale e si poteva fumare persino al cinema. Difatti, di solito, sono più indulgente con chi ha una certa età, ma questa è comunque una dimostrazione di ottusità, perché l’intelligenza è – anche – la capacità di cambiare idee e abitudini al giungere di nuovi dati.

Tutto questo per dire – oh, volevo scrivere una piccola introduzione alla foto qui sotto e ho finito per scrivere una fenomenologia del fumatore prepotente – che ho trovato questa foto quasi commovente. Al contrario delle minacce di morte che ci sono ora sui pacchetti di sigarette – che più che necessità d’informare sembrano rispondere alla necessità di terrorizzare – questo cartello è la testimonianza di una persona che vuole bene al prossimo. Lui si chiama, si chiamava, Albert Whittamore e soffriva da tempo di disastri ai polmoni causati dalle sigarette. Aveva chiesto che, dopo la sua morte, accanto alla sua tomba fosse appeso questo cartello: “Il fumo mi ha ucciso”. Come a dire «io oramai l’ho fatto, ma a voi ci tengo: non imitatemi».

AP

La lista della spesa

Faccio una premessa, ché in questi casi le premesse si fanno sempre. Penso che Renata Polverini sia la candidata peggiore che c’è, racchiudendo in sé tutto il peggio di destra e sinistra. Penso invece che Emma Bonino sia la candidata ideale per qualunque cosa, presidente della Repubblica, del Consiglio, della Fiorentina, eccetera.

Bucchi

Ora la dico, quella cosa: io sono un po’ a disagio con l’esclusione della lista del PDL dalle schede della regione Lazio. So che non si può fare altrimenti che escluderla, perché una volta che ci sono delle regole e qualcuno non le rispetta i provvedimenti sono necessarî, perché altrimenti le regole salterebbero completamente. Però non è che sia giusto rispetto alla legge della maggioranza, è soltanto la cosa meno sbagliata da fare.

Se davvero vincesse Bonino con uno scarto di pochi voti, quelli che sarebbero andati alla lista del PDL, sarei certo contento della vittoria della mia candidata, ma sarei anche un po’ turbato dall’aver vinto un’elezione nonostante la maggioranza delle persone non la pensi come me. È un po’ come vincere un referendum sulla scorta delle astensioni, per il mancato raggiungimento del quorum.

Torno a dire che, stanti come stanno le cose, non si può fare altrimenti, e gli sbraiti dei quadri del PDL – che riescono, impresa impossibile,  a essere al tempo stesso incapaci e manigoldi – sono il peggio che si possa ascoltare in Italia. Speriamo davvero – così sì – che perdano una barca di voti con queste dichiarazioni da Bebi Mia esorcizzata.

Però, ecco, se ci fosse un modo per riammettere la lista senza infrangere le regole – neanche nello spirito, con il decreto ad hoc – beh, sarebbe cosa migliore. Non c’è, peccato. Però “peccato”, non “evviva”.

Diaz

Non so se è più grottesco che un allenatore venga squalificato perché ha bestemmiato, o che un giocatore abbia scampato la stessa pena per le queste ragioni:

Il calciatore uscendo dal terreno di gioco in conseguenza dell’espulsione inflittagli dall’arbitro pochi attimi prima, proferiva apparentemente un’espressione gergale, in uso nel Triveneto e in Lombardia, con becero riferimento a ‘Diaz’ e non a Dio (il diverso movimento delle labbra nelle pronuncia della vocale aperta ‘A’ rispetto alla vocale ‘O’ legittima quanto meno un’incertezza interpretativa).

Smeriglia

Uno dei problemi più seri che abbiamo oggi in Italia è la massiccia presenza di leghisti, riconoscerlo non significa essere razzisti.
Si stima che siano oltre tre milioni i leghisti presenti sul territorio nazionale, concentrati soprattutto nelle aree industriali del nord, e il loro numero è in continuo aumento. È innegabile che la convivenza di questa gente col resto della popolazione non sia una cosa semplice; le incomprensioni linguistiche, le barriere culturali, le differenze di valori, idee e abitudini producono inevitabili attriti che sarebbe sbagliato minimizzare. Anche l’aspetto del leghista, con quel suo modo di vestire che a noi può sembrare zotico e i tratti somatici un po’ scimmieschi, ci porta istintivamente a vederlo con diffidenza, come una specie di barbaro arrivato da chissà dove, che con la sua semplice presenza minaccia di distruggere l’ordine sociale così faticosamente raggiunto. Certamente l’integrazione dei leghisti è un processo lento e faticoso, non è gente abituata a vivere in zone urbane densamente popolate, ciononostante deve restare l’obiettivo primario di ogni politica responsabile e razionale, sia essa di destra o di sinistra.

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Lunedì degli aneddoti – XXXI – L’Amabile Audrey

Quando mi capita di leggere un aneddoto carino, da qualche parte, me lo appunto per non dimenticarlo: così ora ho un piccolo mazzo di aneddoti che ogni tanto racconto. Pensavo di farci un libro, un giorno, ma forse è più carino pubblicarne uno, ogni tanto, sul blog. Questo ‘ogni tanto’ sarà ogni lunedì.

L’Amabile Audrey

Fontana è un nome abbastanza comune, e non c’è nessun personaggio di un tale spessore da monopolizzarlo. Chessò, a chiamarsi Colombo tutti ricordano Cristoforo, o sl limite il tenente. Se invece ti chiami Fontana, come mi chiamo, le associazioni sono le più varie: mi chiamavano Jimmy, quando giocavo a pallone, come un cantante, e come due portieri di Serie A – anche io feci il portiere prima di finire centropanchinaro destro. Però quelle che senti dire di più sono sempre le sorelle Fontana. Stiliste, quelle che fanno i vestiti ai ricchi.

Ci fu una volta, però, in cui non fecero un vestito a una persona ricca, ma a una tassativamente povera. In realtà quel vestito doveva andare a Audrey Hepburn, quella Audrey che con il suo profilo aggraziato ancora tormenta l’immaginario femminile. Doveva sposarsi con un Lord, come succede nelle favole, Lord Hanson. Pochi giorni prima delle nozze, però – e questo succede meno nelle favole – il matrimonio fu rinviato e poi annullato: non se ne fece nulla.

Il vestito da sposa, però, era già stato commissionato alle sorelle Fontana, che ne avevano fatto una delle proprie opere. Così Audrey chiese loro una cosa semplice – datelo a un’altra ragazza che sta per sposarsi, con due condizioni: che fosse la più bella e povera ragazza italiana. La scelta cadde – nomen omen – su Amabile Altobella, una ragazza di Latina che era in procinto di sposarsi con un contadino di nome Adelino Solda.

Il motivo per cui Audrey Hepburn non volle sposare Lord Hanson è che questi l’avrebbe costretta a fare soltanto la moglie e lasciare la sua carriera, Amabile – invece – trovò in quel vestito e in quel matrimonio il proprio compimento. Non saprei dire chi delle due sia stata più felice. Chissà.

[Qui il primo: Brutti e liberi qui il secondo: Grande Raccordo Anulare qui il terzo: Il caso Plutone qui il quarto: I frocioni qui il quinto: Comunisti qui il sesto: La rettorica qui il settimo: Rockall qui l’ottavo: Compagno dove sei? qui il nono: La guerra del Fútbol qui il decimo: Babbo Natale esiste qui l’undicesimo: Caravaggio bruciava di rabbia – qui il dodicesimo: Salvato due volte – qui il tredicesimo: lo sconosciuto che salvò il mondo qui il quattordicesimo: Il barile si ferma qui qui il quindicesimo: Servizî segretissimi qui il sedicesimo: Gagarin, patente e libretto qui il diciassettesimo: La caduta del Muro qui il diciottesimo: Botta di culo qui il diciannovesimo: (Very) Nouvelle Cuisine qui il ventesimo: Il gallo nero qui il ventunesimo: A che ora è la fine del mondo? qui il ventiduesimo: Che bisogno c’è? qui il ventitreesimo: Fare il portoghese qui il ventiquattresimo: Saluti qui il venticinquesimo: La fuga qui il ventiseiesimo: Dumas qui il ventisettesimo: Zzzzzz qui il ventottesimo: Teorema della cacca di cavallo qui il ventinovesimo: Morto un papa qui il trentesimo: L’invincibile Marco Aurelio]

Vuoi indicare un aneddoto per un prossimo lunedì? Segnalamelo.

Comitato per l’abolizione del “più”

C’è un tic linguistico che io non sopporto proprio, perché è riflesso di una concezione degenerata del mondo che mi preoccupa prima di scocciarmi. È quello di aggiungere un “più” a frasi sensate – delle volte anche senza rendersene conto – in modo, però, da stravolgerne il senso. Chessò. Proviamo con questo esempio:

Frase 1: In Italia non si rispettano le donne.

Frase 2: In Italia non si rispettano più le donne.

Per quanto – se non si ha una concezione grottesca e misogina dei rapporti uomo-donna – sia ordinariamente ovvio che la condizione delle donne nell’Italia attuale sia di gran lunga migliore rispetto a quella di trent’anni fa, troveremo molte più volte scritta o detta la seconda. Non ha senso, ma retoricamente fa più effetto. Ovviamente funziona con altre parole simili, proviamo con “oramai”.

Frase 1: I giovani pensano solo al sesso

Frase 2: Ormai i giovani pensano solo al sesso

Anche in questo caso: i giovani di un tempo pensavano meno al sesso? Direi proprio di no. Basta visitare qualche area rurale dell’Italia, o anche Paesi che – per vicissitudini storiche – sono in condizioni simili a quello che dell’Italia di qualche decennio fa, per rendersi conto che sia – semmai – il contrario. Che è tutto l’accento sulla proibizione, che crea un’ossessione. Che è chiaro che molti giovani, e non giovani, pensino abbastanza al sesso (e non c’è nulla di male), ma non in tassi superiori a prima. Però, vedrete, che una frase del genere sarà sempre accompagnata da un malintesto “oramai”.

Il più fulgido esempio della diffusione di questo luogo comune è Massimo Gramellini, uno dei giornalisti più preparati in Italia. Uno che riesce a scrivere cose belle, sintetiche, commoventi e partecipi come questa, alla quale sono affezionatissimo, ma che poi – in moltissime delle sue cose – si lascia sfuggire quell’innesto qualunquista: prendo l’ultimo dei suoi “Buongiorno” nel momento in cui scrivo, non è selezionato all’uopo: “C’è ancora in Italia un disadattato che non ruba, pur occupando un ruolo che gli consentirebbe di farlo?”. Ancora. Come se, invece, nell’Italia della DC e poi in quella di Craxi non si potesse usare lo stesso indulgente catastrofismo.

Gramellini, che io apprezzo davvero, è solo un esempio: succede a tanti e in continuazione. Ma non perché le persone credano, ogni volta, che davvero si stia peggio nel 2010 rispetto al 1950. Non sono tutti dei laudatores temporis acti: è semplicemente un tic linguistico. È soltanto uno di quei concetti automatici che si insinuano nella nostra testa, e che – proprio perciò – ci si deve impegnare a evitare, e che dice che «prima si stava meglio». Il modo di dire, però, finisce per far passare un messaggio all’interlocutore, e sono sempre di più (vedete, ci sono cascato anche io?) le persone che passano dal tic incosciente al dire che – davvero – il mondo di oggi sia così peggiore.

Ovviamente non è vero. Il mondo di ora è migliore da mille punti di vista: la mortalità infantile, la fame nel mondo, sono crollate negli ultimi vent’anni. Un buon numero di Paesi che trent’anni fa erano dittature sono ora delle democrazie, magari non perfettissime, ma sempre luoghi dove la libertà è garantita. Di tutte le libertà, quella di cui ci si lamenta sempre: la liberta di stampa nel mondo, anche quella è migliorata – venticinque anni fa ce n’era di meno. Gli omosessuali hanno fatto conquiste (cioè, tutti noi le abbiamo fatte) la cui sola espressione vent’anni fa sarebbe stata inconcepibile. In nessun momento della storia del mondo i lavoratori hanno avuto tanti diritti come oggi. E così via.

Ovviamente questo non è un invito a non combattere per le mille cose per cui si deve combattere, anzi, è la dimostrazione che le cose possono cambiare se ci crede nel darsi da fare. Perché sì, ovviamente c’è ancora un sacco da fare: ma è proprio questa qui l’obiezione più grande all’immobilismo, al nulla può cambiare perché nulla è mai cambiato – le cose sono già cambiate, e in meglio.

Insomma, smettiamola: quelle parole – più, ormai, di questi tempi, – non usiamole… più.

p.s. E vi do uno scoop? Non è mica vero che non ci sono più le mezze stagioni. Uno che ne capiva mi ha spiegato che negli ultimi novant’anni ci sono state più mezze stagioni che nei novant’anni precedenti.

La riserva dei moribondi

Matteo Bordone ha scritto un commento esemplare alla demagogia della vignetta reazionaria che ho messo qui in fondo. Me lo sarei perso se non fosse stato per Scialocco: così la riporto qua, ché non dovete perderla neanche voi.

Mauro Biani, quante altre volte vuoi prendere dei bambini morti sotto le bombe, degli africani coi vermi nella pancia, delle adolescenti infibulate per costruire contrasti sarcastici con ministri, capi di stato, vip? Perché è chiaro che non te ne frega niente di loro, né ti interessa quello che pensi tu, quanto sia ridicolo tu stesso, quanto facciamo pena noi tutti, cioè quello di cui si dovrebbe occupare la satira: mettere in crisi, sbilanciare, smuovere il pavimento sotto i piedi. Quello che ti preme è quanto fanno schifo loro, i cattivi, gli altri, che non pensano, mentre si preoccupano della loro misera e vacua esistenza, di chi sta male nei suddelmondo: usi i miserabili per produrre sfottò nei confronti dei ricchi, che irrobustisce il pavimento sotto i piedi di chi legge. È consolatorio, come tutte le retoriche di destra.
Chissà quanti bambini etiopi si possono salvare vendendo la tavoletta grafica che usi per disegnarli, e il computer, e il monitor, e il server su cui girano le tue vignette. Tantissimi, sai?
Eppure nessuno fa delle vignette su di te che, colla tua Wacom, condanni alla morte per diarrea il piccolo bambino nero con le mosche in faccia, per il gusto narcisistico di disegnare. E sai perché non lo fa? Perché non ha nessun senso. Non fa ridere, non fa riflettere, non mette in crisi chi legge né chi scrive. È solo una banalità retorica e tronfia, offensiva e carica di quell’aria di chi la sa lunga tipica di chi nemmeno prova a informarsi. È sfottò, insomma: è Valerio Staffelli. Con la differenza che Staffelli non usa i bambini moribondi africani per distribuire il suo populismo ai VIP. Tu sì, tu ti abbassi fin lì.
Pubblichi da anni la stessa roba su questo sito, rendendolo spesso peloso e pesante e fastiodioso, evidentemente nessuno ti dice niente a riguardo. Io non ho niente di personale, niente contro di te Mauro Biani, ma sappi che quello che fai è intellettualmente disonesto, nonché retrogrado e del tutto privo di coraggio.
Poi fai quello che vuoi. La riserva dei moribondi non si esaurisce mai, quindi se vuoi puoi anche continuare in eterno.
Cordialità
Matteo Bordone