Laura

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Ieri sera è stata una bella serata. Ero andato in pizzeria con un amico, e mi avevano detto che c’era da aspettare dieci minuti, così ci siamo messi su di una panchina lì accanto. È arrivata Laura, e m’ha riconosciuto. Non solo, mi ha anche salutato calorosamente, e così ha salutato il mio amico.

Laura era una delle donne che erano ospitate al tendone dei barboni (senzatetto, per me, è un po’ come “operatore ecologico”) organizzato – durante i mesi freddi – dalla Protezione Civile, nel quale ho lavorato, fra le mie varie peregrinazioni, appena prima della partenza per la Palestina. Sono stati 5 mesi intensissimi e che mi hanno segnato, nel modo più sentito. Una volta mi deciderò a mettere quei pensieri in ordine, e raccontarli. Di certo ho imparato il valore sacrale della riduzione del danno: lì pochissime persone riuscivano a uscire dalla condizione di barboni, si contavano sulle dita di una mano quelli ai quali si riusciva a costruire un “progetto” (si chiamava così l’inserimento in un contesto lavorativo), perciò per moltissimi l’obiettivo più ambizioso era – detto brutalmente – farli sopravvivere all’inverno.

Perciò quando capito per Termini butto un occhio per vedere se riconosco qualche faccia conosciuta, se non altro per sapere che sono ancora vivi. E capita di incrociare qualche sguardo, anche senza dirsi nulla. Potete immaginare la gioia quando Laura – senza neanche un cartone di vino in mano! – è venuta a raccontarmi che ora lavora come babysitter di alcune bambine, che dorme lì nella casa dove lavora e quando ha il giorno libero va a dormire da un’amica (si vede che non ha detto ai suoi nuovi datori di lavoro che una casa non ce l’ha), che è felice e che vuole un sacco bene a quei due bambini, e soprattutto che gliene vogliono a lei.

Davvero una nota lieta.

We shall overcome

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Qualche tempo fa feci un post – contro il burqa e perciò contro Daniela Stantanchè – per ricordare a me per primo che il problema è, effettivamente, la sinistra che è diventata uguale alla destra e difende i regimi islamici nel nome di concetti identitarî e dalle tinte fascisteggianti come il rispetto per le culture, ma non bisognarsi dimenticare il pericolo della destra più classica che maschera come proprie le battaglie giuste, nel mondo, mutuando da sé stessa quegli stessi concetti comunitaristi: ognuno ha ragione a casa propria.

È forse comprensibile avere più a cuore le aporie dei benintenzionati che trascurano i pericoli insiti nell’ideologia islamica, ma non bisogna dimenticare che ci sono anche i malintenzionati, quelli che fanno della propria ideologia religiosa – alternativa, ma non troppo lontana, dall’Islam – il cavallo con cui fare questa battaglia.

Fra questi, in Inghilterra spicca Melanie Phillips, accesa critica dell’Islam, ma contraria ai matrimonî gay, sostenitrice dell’insegnamento del creazionismo, e tutto il pedigree del populista destrorso moderno. Ovviamente Phillips sostiene che c’è bisogno di accartocciarsi sulla propria propria società, e sulla propria fede – lei è ebrea, ma è il medesimo discorso che fa Raztinger con il Cristianesimo – e sostiene che il secolarismo di sinistra è il principale nemico della società liberale perché inevitabile propugnatore di multiculturalismo e del relativismo culturale inteso come annichilimento di qualunque valutazione etica, anziché come promozione dello scetticismo illuminista.

A una presentazione di un libro le hanno chiesto come mai se – come lei sostiene – il secolarismo di sinistra e l’ateismo hanno indebolito l’Occidente promuovendo il relativismo morale, persone come Christopher Hitchens, Nick Cohen e Oliver Kamm sono in prima linea nella lotta contro l’appeasement verso l’Islam radicale. Lei ha risposto le solite sciocchezze à la Calderoli sulla Nostra-Cultura-Da-Difendere.

Ho trovato ficcante, invece, quello che le risponde Cohen:

Cos’è che impaurisce di più i clericofascisti? Cosa tirerà giù i Mullah in Iran e la famiglia reale saudita, Hamas e i Fratelli Mussulmani? Non sarà la diffusione del Cristianesimo nel Medio Oriente a farlo, ma la richiesta di democrazia, la libertà di parola, la libertà dalla persecuzione religiosa, e – più di ogni altra cosa – l’emancipazione delle donne.

In altre parole saranno le mie idee, a vincere la battaglia, non le sue.

La medesima conclusione che avevo espresso nel post che avevo citato sopra. Qui, invece, la risposta di Kamm

Creatività maschia

Ho visto questo grafico, e la prima cosa che ho pensato non è “sono tutti giovani”, ma “sono tutti maschi”. E non so dirmi come commentarlo.

Una lettera al Post

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Ho letto questo post del Post in cui venivano così argomentate le ragioni per non pubblicare la vignetta oggetto dell’articolo:

L’avevamo messa qui, la vignetta, dove ora sono queste righe. Sarebbe stato un servizio ai lettori di questo articolo, e la sua ovvia illustrazione: è pure spiritosa e inoffensiva per chiunque dotato di intelletto. Abbiamo in orrore le persecuzioni fanatiche nei confronti della libertà di opinione. Ma la ragione per cui poi abbiamo deciso di lasciare ai lettori del Post la scelta di andarla a vedere nella sua collocazione originale – e di non fingere che questa fosse una scelta come un’altra – è che, con tutta la diffidenza per gli ignoranti dogmi delle religioni, pensiamo si debba essere rispettosi anche nel confrontarsi con l’ignoranza, quando costa poco. Benché pensiamo che qualunque divinità illuminata non possa che ridere delle vignette a lei dedicate, o fregarsene, non vogliamo offendere nessuno fino a che non ce ne sia bisogno per difendere qualcuno. Quel giorno, fosse anche domani, la homepage del Post ospiterà ben più che una vignetta.

Ho trovato queste ragioni inadeguate, e sono andato a leggere il dibattito apertosi nei commenti sperando di leggerci qualcosa di sensato a sostegno dell’idea che la vignetta andasse pubblicata. Invece gli argomenti di coloro che avevano il mio stesso punto di vista – la bontà della pubblicazione della vignetta – erano del tutto scandalosi. Perciò ho iniziato a scrivere io il commento che avrei voluto leggere lì sotto, ma ne è venuto fuori qualcosa di troppo lungo per un commento. L’ho trasformata in una lettera al Post, e la metto qui:

Caro Post,
sono molto stupito da questa tua opinione sulla vignetta di Zapiro: proprio perché mi sembra così lontana dalla prosecuzione naturale di tanti altri ragionamenti che, invece, condividiamo.

Leggo le accuse di codardìa, e mi rammarico di come sia difficile trovare qualcuno che contesti un’opinione – sbagliata – confutandola, anziché con dietrologie sull’interlocutore. Mi offendo quasi di più perché le persone che condividono la mia opinione riescono a portare come unico argomento la delegittimazione – senza alcuna prova – dell’onestà dell’opinione altrui. Ammesso – e tutt’altro che concesso – che gli argomenti del corsivo siano una pezza per nascondere della paura, a quegli argomenti va data una risposta. Ci provo io.

Credo che tu sappia bene che accettare la dimensione dell’offesa altrui come proprio metro sia un asse scivoloso. Soltanto in questo momento nella tua homepage ci sono diverse cose che potrebbero offendere qualcuno: la parola Dio, che alcuni ebrei religiosi non scrivono. La parola rompicoglioni, che potrebbe andare di traverso a qualcuno all’antica. E poi sono certo che il meraviglioso giorno in cui gli omosessuali si potranno sposare in Italia pubblicherai una foto dei primi due coniugi, magari del loro bacio: e io penso che farai benissimo a farlo! Immagino che a questo potresti rispondere che ognuno deve necessariamente decidere una soglia oltre la quale l’offesa – anche illegittima – di un interlocutore inficia la giustizia di ciò che si ritiene giusto, e credo che in questo caso la declineresti in quel costa poco. Anche questo è opinabile – perché costa poco anche scrivere D-o o rompic*****i, o mettere una foto di un municipio anziché quella di un bacio – ma vorrei provare a convincerti che è la stessa esistenza di quella soglia a essere per lo meno discutibile.

Essere rispettosi nei confrontarsi con l’ignoranza” è ciò di più contrario a ciò che auspichiamo per il mondo, e professiamo per noi stessi come cittadini di esso. La nostra società è, esattamente, fondata sulla mancanza di rispetto per la stupidità e l’ignoranza. Il mondo in cui viviamo deve tutti i suoi progressi a questa forma di intolleranza dolce nei confronti delle cattive idee: c’è una ragione per la quale una persona che dice che la Terra è piatta non può diventare Presidente degli Stati Uniti ed è la stessa ragione per la quale, probabilmente, non assumeresti un redattore che durante un colloquio ti spiegasse di essere in contatto con gli extraterrestri, o per la quale non usciresti a cena con chi sostiene di stimare il Mostro di Firenze.

E questo non succede – per fortuna! – perché ci sia una legge che vieta di pensare che la Terra è piatta o che il Mostro sia un bell’esempio, ma perché la nostra società è arrivata a un livello di consapevolezza tale da ostracizzare i punti di vista che non sono fondati su delle prove. È così per qualunque scoperta sulla medicina, sulla biologia, sulla fisica, ma anche sulla storia o sull’etica: in tutte queste discipline ci sono delle opinioni squalificate dalla mancanza di prove, in nessun convegno di storia sentirete mai qualcuno difendere il proprio punto di vista dicendo “dovreste rispettare la mia idea che l’Olocausto non ci sia mai stato”.

Naturalmente ci sono cose del cui grado di certezza siamo meno sicuri rispetto al fatto che la Terra sia rotonda, alla veridicità dell’Olocausto, o alla sociopaticità del Mostro di Firenze, ma è proprio per questa ragione che sarebbe sbagliato mettere una legge che vieti di pensarlo: potremmo avere torto. Tuttavia la sola maniera per dimostrare la validità di un’idea piuttosto che di un’altra è che nessuna delle due sia schermita da un malinteso rispetto. L’unico modo per poter cambiare idea, è dare la possibilità agli altri di attaccare quell’idea.

Perciò è giusto rispettare le persone, mica le idee. Ed è giusto che chi si sente offeso da un’idea altrui – molto brutalmente – se la prenda in saccoccia. Potrà cercare di convincere l’interlocutore delle proprie buone ragioni, ma non potrà appellarsi soltanto al fatto di essere offeso: perché ciò non vale nulla. Anche io sono offeso da un sacco di cose, da chi dice che Prandelli è un imbroglione, da chi si mette i pantaloni con scritto “Rich” sul sedere, o da chi fa le battute che finiscono con qualcuno che sodomizza qualcun altro. Altri sono offesi dagli applausi ai funerali, dal Grande Fratello o da chi mette il pepe sulla mozzarella di bufala. Eppure queste offese, tutti noi, ce le teniamo. E ci mancherebbe altro. Forse dirai che queste sono cose meno importanti. Intanto è tutto da dimostrare – qualche ultrà della Roma potrebbe ammazzare per un “Totti frocio” – ma poi chi lo stabilisce cos’è importante?

Perciò no: l’offesa non può mai essere nell’occhio di chi guarda. Un mussulmano non può sentirsi offeso perché mia sorella non indossa il Burqa, come un ebreo non può offendersi se mangio il prosciutto, e un cristiano non può considerarsi offeso se io vado a letto con un uomo. O meglio, certo che può: ma non ha nessun diritto di condizionare il mio comportamento. E questo discorso non vale – ovviamente – solo per le religioni, ma per tutti coloro che si sentono offesi per dei comportamenti altrui.

Naturalmente resta ancora molto da discutere: ci si può domandare quali siano le ragioni sufficienti per reclamare la propria offesa (ad esempio: per un “terrone!” è giusto offendersi?). Discutiamone, è quello che stiamo facendo da diversi secoli. Ma mi sembra piuttosto chiaro che “un libro scritto 1400 anni fa lo vieta” non è una ragione sufficiente – anche perché di libri scritti secoli fa ce n’è più d’uno. Tanto più che accettare il metro di chi spinge l’offesa più in là – che sia l’integralista o l’ultrà – vorrebbe dire premiare socialmente i più violenti e i più suscettibili, due atteggiamenti che vorremmo scoraggiare.

Dici, e non credo tu abbia tutti i torti, che c’è una notevole misura d’ignoranza nell’offendersi di fronte a una vignetta spiritosa e inoffensiva come quella, però difendere qualcuno dalla propria ignoranza è un atteggiamento molto condiscendente e – secondo me – neanche così altruista: bisogna sempre cercare di trattare gli altri esseri umani come fini, per quanto si può.

Apprezzo molto che tu abbia deciso di non fingere che questa fosse una scelta come un’altra. Io penso che avresti dovuto pubblicare la vignetta proprio così, scrivendoci accanto che non era una scelta come un’altra, e magari spiegandolo. Chessò, qualcosa così: “Cari lettori, ci dispiace che qualcuno si possa offendere per questa vignetta. E ci dispiace davvero. Però noi pensiamo che – con tutti gli strumenti di riflessione – non ci sia ragione per la quale questa vignetta possa risultare offensiva. Non ci mettiamo su di un piano morale superiore, perciò trattiamo voi lettori come vorremmo essere trattati: e noi vorremmo che c’insegnaste ciò ch’è giusto”.

Specchio riflesso

Geniale, secondo me:

"Ho sentito che non vi piace che la gente disegni il vostro profeta, così ho disegnato il vostro profeta che disegna il vostro profeta da un'immagine del vostro profeta. Così, odiando me, odierete il vostro odio mentre odiate".

Cosa fare se non gli piaccio più?

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>per Il Post<

Corso di Alfabetizzazione Sentimentale Obbligatoria – Prof. du Lac – 5° lezione

Benritrovati miei studenti,
il quesito che vi ho proposto la scorsa settimana ha avuto soltanto nove risposte, pochissime delle quali completamente centrate. Debbo fare ammenda: la prossima volta proverò a circoscrivere maggiormente l’ambito d’esame.

Avevo domandato che reazione avreste avuto se il vostro compagno/a vi avesse lasciato accusandovi di non piacergli, evidenziando poi due fasi successive: quella della riflessione – ove alcune risposte sono state pertinenti – e quella dell’azione – rivelatasi ostica per tutti.

Vediamo quale pensiero debba scaturire da un tale evento. Prendo alcuni stralci delle due risposte che hanno individuato il punto dirimente, sono quelle di Saverio (posta) e Alberto V (posta):

sarei assalito subito da altri dubbi. Avrei potuto evitarlo? Avrei potuto darle di più? E’ colpa mia se m’ha lasciato?

Se non sono preso di sorpresa significa che avevo rilevato qualcosa: quindi mi sento responsabile per non aver affrontato la questione prima…

È importante focalizzare questo concetto: luoghi comuni quali “le colpe sono sempre divise a metà” o – peggio – “in amore nessuno ha colpa” sono del tutto infondati. Quando ci si lascia è, sempre, colpa di chi è lasciato. Per una ragione semplice: it takes two to tango, è sufficiente l’insoddisfazione di una delle due persone per mandare tutto all’aria.

Perciò è molto semplice: se sono innamorato di una persona, e le voglio stare accanto, è lei a stabilire le condizioni. Mi vorrà intelligentissimo, fantasioso, creativo, presente, dedito, o qualunque qualità quella persona valorizzi: a suo insindacabile giudizio. Probabilmente altre persone considereranno quelle qualità sciocche, alcuni le considereranno addirittura dei difetti, ma questo è irrilevante: la valutazione, nei meccanismi ultimi della coppia, è del tutto soggettiva.

Affrontiamo, quindi, la seconda questione, quella che nessuno ha saputo individuare: come agire. Scrivono Potacchione e Ally:

In ogni caso NON provo a far cambiare idea a chi mi sta lasciando a prescindere dal mio innamoramento.

La cosa più sbagliata che si può fare è tentare un recupero.

E perché mai? È uno stropicciato senso d’orgoglio a impedirci di lottare per ciò che amiamo? E se l’orgoglio è così forte da essere in grado di impedirlo, non vuole forse dire che – allora – non eravamo così innamorati? Invece, la risposta a “cosa debbo fare se non gli piaccio più?” è una sola: la riconquisto.

O ci provo. Perché la prosecuzione naturale del concetto, appurato la scorsa settimana, per cui è letale accettare i difetti di chi si ama è quella che ciascuno di noi – se vuole innamorarsi fino in fondo – deve disporsi a cambiare per l’altro; e perciò essere incline a lottare per conquistare, o riconquistare, la persona di cui si è innamorati. Ovviamente – come Dora ci spiegherà – soltanto se ne vale la pena:

A.D. – Prendiamo il caso in cui io sia innamorata di Valter e questi mi lassi perché non gli piaccio più. Ci sono due casi: o considero le ragioni per cui non piaccio a Valter intelligenti, oppure le trovo stupide. O le trovo degne del mio impegno, e dell’applicassione più devota, oppure le considero stolte e immeritevoli della mia volitività.

Se trovo siocche le motivazioni per le quali non sono abbastanza per lui, non c’è ragione per cui debba cercare di conquistarlo. E questo è un buon motivo per deliberare di non fare proprî i suoi desiderî; ma in quel caso ho già fatto un passo indietro: non sono – o non sono più – innamorata. Se, invece, trovo giusti i suoi rammarichi, se vedo un nocciolo di verità in ciò che mi dice e nella sua persona – se vedo lui come la mia parte mancante – non potrò prefigurarmi altra scelta che non sia quella di impegnare tutta me stessa per dimostrargli che sono La Migliore. Anche ai suoi occhi.

Ciò che dice Dora deve continuare a valere se l’opinione che abbiamo del nostro amato non varia. È sensato insistere, perché ne vale la pena. Arrivati a questo punto il luogo comune domanderà: «Ma fino a quando? E, che, mi faccio suora?». Beh, certo. Che altro? Qualcuno potrebbe stare assieme a una persona nascondendogli di preferirne un’altra? Beh, forse qualcuno potrebbe: ma non sarebbe degno dell’amore dell’uno né di quello dell’altro.

A.D. Questo il compito assegnatovi per la settimana a venire:

La vostra fidanzata/o esce a cena con un suo pretendente. Come reagite? La gelosia è sana?

Potete rispondere nei commenti qui sotto, oppure nella cassetta personale del Prof. du Lac. Arrivederci a martedì prossimo.

Geova non voleva che si sposasse

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Ero ad Atripalda (AV), il primo di Gennaio, Emidio torna a casa e ci racconta questo:

Mi hanno detto che io li ho molto fatti soffrire. Mia madre, quando alle assemblee vede un fratello di 30 anni che fa i discorsi, pensa che io con le mie capacità avrei potuto fare grandi cose. Ho risposto che voler bene ad un figlio significa gioire per i successi che lui reputa tali, non per quelli che i genitori desidererebbero per lui.

[…] Alla fine gli ho chiesto se l’amore che loro hanno per Geova è più di quello che hanno per me. Mi hanno risposto che ovviamente è così e che Geova gli ha dato la vita, come potrebbe essere diversamente.

Il giorno dopo si decide ad aprire il suo blog, incubato per diverso tempo, il Disassociato.

Sarò ad Atripalda anche questo sabato, indovinate perché.
Geova non voleva che si sposasse: Emidio 1 – Geova 0