e pure Roberto
Quando il dito indica il sigaro, lo sciocco guarda il posacenere
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Il fatto che in questa foto la maggior parte delle persone si sia soffermato sul gesto di Cota, quello di reggere il portacenere – che potrebbe fare chiunque di noi per un amico senza che questo suggerisca servilismo – e non sul sigaro acceso da Bossi, un vero e proprio abuso di potere (un inserviente della prefettura sarebbe stato licenziato seduta stante), in spregio alle leggi, al buon senso, e alla salute degli astanti, dimostra quanto la nostra mentalità sia abituata a distinguere malafede prima che ingiustizia: a vedere nei nostri avversarî, dei servi del potere prezzolati, e senza una vera opinione, anziché delle persone che hanno idee (molto, in questo caso) sbagliate.
Contro la famiglia
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Questo è uno di quei post per cui penso di beccarmi dello stravagante, o del bastian contrario a qualunque costo: mi dispiace, perché è quello che penso davvero. E cioè che la cosa più sopravvalutata al mondo (dopo gli U2) è la famiglia.
A Berlusconi, fra ieri e lunedì, è stato revocato l’invito a parlare al forum delle famiglie: la cosa ha fatto particolare scandalo. Allo stesso incontro Sacconi ha detto di voler difendere «i diritti delle famiglie fondate sul matrimonio e votate alla procreazione», rettificando poi parzialmente. Alemanno ha espresso il concetto ben più chiaramente: «se vogliamo aiutare le famiglie, che sono quelle sposate, dobbiamo aumentare le tasse ai single e alle coppie con pochi figli».
Ora, quel forum è fatto di gente che intende la famiglia nella maniera più chiusa e retriva, con i Ruoli con la “r” maiuscola, e la donna a fare la mamma (senza fecondazione assistita, però): insomma, gente che sarà inghiottita dalla storia prima di quanto credano loro, e forse anche prima di quanto creda io. Quindi non servirebbe neanche discutere quelle posizioni lì, e infatti non le discuto: la mia critica va molto più in profondità, e si rivolge all’istituzione della famiglia in quanto simulacro da cui la società trae origine, e che per me è invece fondata su un concetto orribile che è quello dell’affetto incondizionato.
Prima però voglio dire una cosa: non ho un modello alternativo, non sostengo che i bambini dovrebbero essere messi in campi di educazione sovietici, però non penso astrattamente bene della famiglia, penso soltanto che sia il meno peggio che abbiamo – e sì, rivendico forte che i figli non sono proprietà dei genitori, così come trovo scandaloso che genitori ebrei o mussulmani possano vietare a un bambino di mangiare un genere di cibo per qualche loro balzano capriccio, o un testimone di Geova impedisca al figlio di ricevere una trasfusione.
La famiglia è quella che, per prima, opprime moltissimi omosessuali che non riescono a fare coming out: per quasi tutti il terrore principale è la reazione del padre o della madre. La famiglia è quella che, in India, mette al rogo le vedove. La famiglia è quella dove, in Italia, si consuma il più alto numero di violenze sessuali. La famiglia è quella che, in molti paesi mussulmani, ti uccide per lavare l’onore compromesso per aver subito uno stupro. La famiglia è quella che, nella concentrazione del legame esclusivo fra genitori e figli, riproduce (e crea) tutti i difetti della società.
E poi c’è la dimostrazione pratica che quella retorica familiare non funziona: io non sono stato particolarmente fortunato, con la famiglia, e me la sono cavata piuttosto bene. Conosco tante altre persone che hanno avuto famiglie incasinate, assenti, strambe, e molti di questi vivono una vita spensierata e felice, così come ci sono quelli che hanno vissuto in famiglie normali, mamma e papà, tutto regolare e poi le cose son saltate in aria e hanno avuto una vita travagliatissima, alla quale erano impreparati (vale anche il viceversa, naturalmente).
La famiglia si fonda su un concetto santificato, quello dell’amore a qualunque costo, su cui nessuno ragiona mai: la teoria è che si vuole bene alla mamma e al papà qualunque cosa facciano, qualunque persona siano, qualunque orrore abbiano commesso. Hina, la ragazza uccisa dal padre perché vestiva in maniera troppo occidentale, dovrebbe volere bene al padre, se fosse sopravvissuta. Najaf dovrebbe volere bene al padre, che l’ha ridotta così (immagine forte). L’affetto di un mio amico, omosessuale, per la madre dovrebbe rimanere lì – non intaccato – anche se quella lo disprezza per essersi innamorato. Emidio dovrebbe volere il medesimo bene alla mamma e al papà, nonostante questo.
La questione, a parti invertite, è un po’ più complessa: nell’educazione dei figli un genitore conta molto, ed è quindi probabile che, se tuo figlio finisce per essere una persona che vive la sua vita per fare del male al prossimo, tu abbia almeno una parte di responsabilità. Ma, anche in questo caso, c’è un limite oltre il quale il voler bene non deve essere assoluto, e ciascun individuo deve fare con chi gli sta accanto la cosa più altruista al mondo, evitando di autoposizionarsi su di un piano morale superiore: comportarsi con gli altri con lo stesso metro con cui ci si comporterebbe con sé stessi, dare a ciascuno le proprie responsabilità.
Ci sono affetti, invece, che ti valorizzano e ti spronano a essere migliore. Che ci sono perché sei proprio tu, perché sei quella persona lì, e non solo lì per caso. Parlo delle persone che hai scelto, gli amici, la persona che si ha accanto – che è la prima amica –, i maestri che ti hanno insegnato, le persone da cui hai imparato senza che lo sapessero. Nella maggior parte dei casi, invece, nostra madre ci vorrebbe bene anche se fossimo le persone più spregevoli, torturatori di bambini, rovinatori di vite altrui.
In sostanza, la mamma non vuole bene a me, ma al mio ruolo: ci potrebbe essere chiunque al posto mio, Fabrizio Corona o Adolf Hitler, e per il suo affetto sarebbe perfettamente identico. Invece le persone a cui voglio bene, e che me ne vogliono, perché mi hanno scelto, lo fanno perché sono proprio io, perché sono così, perché ho preso determinate scelte che rivendico e non ne ho prese altre che considero deteriori. Se al posto mio ci fosse qualcun altro non gli vorrebbero lo stesso bene, perché vogliono bene a Giovanni, me, come essere umano. E questo è ciò che considero prezioso.
Alcuni di noi hanno la fortuna che queste cose coincidano, che i loro genitori siano stati persone eccezionali, e assieme amici, maestri, consiglieri: beati loro, hanno tante ragioni per essere invidiati. Ma gli altri, per favore, lasciateli in pace.
I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi,
e non vi appartengono benché viviate insieme.
Michelle col velo
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Questa è una foto brutta:
Barack Obama è in Indonesia, dove ha fatto visita alla moschea Istiqlal di Giacarta. Perciò Michelle ha indossato il velo. Naturalmente è legittimo che su una proprietà di un’istituzione religiosa sia fatta questa richiesta. Obama, però, avrebbe allora potuto rinunciare alla visita. Dite che sarebbe stato esagerato, per una cosa così irrilevante? Probabilmente avete ragione. E infatti Obama non doveva rinunciare, doveva mettersi l’hijab anche lui: «mia moglie ha la mia stessa capacità, intelligenza e valore. E merita lo stesso rispetto. Ciò a cui lei deve sottostare, una donna, è ciò a cui io devo sottostare, un uomo». Probabilmente una foto di Obama con l’hijab assieme a Michelle gli sarebbe valsa le prese in giro di qualche conservatore (sottomesso ai mussulmani!) – oltre che, probabilmente, l’ira di qualche islamista –, ma sarebbe stato un messaggio davvero bello e significativo.
Naturalmente varrebbe lo stesso per qualunque chiesa cristiana particolarmente tradizionale nella quale fosse chiesto alle donne di coprirsi.
La lobby di quelli che tengono famiglia
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Ci ho messo tanto per capire che non fosse giusto copiare, a scuola, durante un compito in classe.
Qualche tempo fa il mio amico Franco, che conosce il mio lambiccarmi sulle questioni etiche, mi sottopose questo racconto che aveva trovato nella rubrica di Gramellini:
Una lettrice racconta di aver ricevuto dal padre, in punto di morte, una confessione che l’ha stupita e confusa. L’anziano signore era stato un professore di latino e greco stimato e temuto da tutti per la sua intransigenza. Il classico duro capace di annullare il compito in classe allo studente sorpreso a consultare un foglietto. Ma il giorno degli esami di maturità il «prof» implacabile si trasformava nel più imprevedibile degli alleati. A turno i maturandi uscivano dall’aula per recarsi in bagno. E in un angolo buio del corridoio trovavano lui, che consegnava a ciascuno la versione già tradotta. Ma non la stessa per tutti. Una versione personalizzata e con l’handicap. I meritevoli ricevevano un testo impeccabile. I meno bravi uno sporcato da un paio di errori, che per gli scarsi salivano a quattro e per i pelandroni a cinque: al di sotto della sufficienza. Il professore comunicava a ogni ragazzo il numero di errori presenti, così anche il peggiore avrebbe potuto salvarsi, se fosse stato abbastanza bravo da trovarli.
Alla figlia, prima di morire, il vecchio ha spiegato che negli esami l’emotività gioca brutti scherzi, mentre con il suo metodo venivano riconosciuti i meriti e i demeriti accumulati durante l’anno. In sostanza quell’insegnante integerrimo metteva in piedi ogni estate una truffa con l’intima convinzione di rispettare una regola superiore di moralità. Non riesco a trovare una rappresentazione più efficace dell’essenza italiana. Una parte di me condanna quel professore. Ma dev’essere una parte norvegese o austro-ungarica, non fateci caso.
Mi chiese, Franco, cosa ne pensassi. Gli risposi questo:
Io non sono “un americano”, non valuto il rispetto della legge come un valore inviolabile. Trovo che ci siano leggi giuste e leggi sbagliate, trovo che sia accettabile non sottostare al contratto sociale e decidere di violare una regola, ovviamente assumendosene la responsabilità (è lo stato di diritto). E fin qui è facile. Ma trovo anche legittimo che, ciascuno di noi, possa concedersi rispetto alla propria stessa persona delle piccole libertà che rendano la vita più facile: l’esempio classico è il semaforo rosso. Se sono le quattro di notte, su di una strada che conosco, e vedo che a distanza di km non c’è nessuna macchina che si avvicina, beh io passo anche col rosso. Naturalmente auspico che il vigile che mi becchi mi faccia la multa, perché vorrei che si facesse così di fronte a chiunque altro, e quindi a me. Altrimenti sarebbe troppo pericoloso lasciare a ognuno – magari ubriaco e spericolato – la coscienza di decidere se si può passare con il rosso o no. Diciamo che ci sono casi in cui trovo giusto astrarsi dalla legge della maggioranza, che è l’espressione della legge: un esempio, io non sono un astensionista referendario. Se non mi piace il referendum voto “no”. Tuttavia ci sono limitati casi in cui mi comporterei diversamente: ipotizziamo che sia in gioco il referendum se istitutire la pena di morte in Italia, ecco, io considererei quel tema così importante che non andrei a votare per approfittare del possibile fallimento del quorum, in questo modo violando – con un trucco – la legge della maggioranza. Non so se tu ritieni ragionevole ciò che sto dicendo, di sicuro è molto pericoloso, e me ne rendo conto: per questo non soltanto dico che accetto, ma che auspico la multa del vigile (ovviamente io, dentro la mia macchina cercherò di non farmi beccare).
Quindi come orizzonte etico si potrebbe dire che io potrei essere propenso ad accettare la soluzione del professore. Eppure no. Capisco profondamente la sua buona fede, ma trovo che ciò che noi chiamiamo “merito” è semplicemente un dispositivo che ha trovato la società per crescere. Noi vogliamo che i più bravi ottengano dei posti non perché ci sia un ordine astrale in cui essi debbano essere premiati – in fondo uno meno capace a fare le tabelline è nato meno capace – ma perché dare a chi li fa meglio gli incarichi serve a creare una società migliore, più felice, più funzionante, anche per gli altri. Pensa ai medici, agli ingegneri, ma anche ai cantanti, ai poeti o ai cuochi: è giusto che sia cuoco chi cucina meglio perché farà felice chi sazierà. Che c’entra tutta questa premessa? Ha a che fare con quel lato emotivo – in realtà parla di debolezza emotiva, di lati emotivi ce ne sono diversi, anche quelli che ti fanno andare meglio sotto pressione – di cui parlava il professore: i ragazzi che non sanno esprimere sé stessi sotto pressione, dovranno impararlo, dovranno sforzarsi. Quella non è certamente l’ultima volta che saranno sotto pressione, anzi: molto probabilmente, qualunque ruolo nella società andranno a occupare, si troveranno di fronte a numerosissime altre prove simili. Perciò, e così, questo tipo di debolezza – o l’opposta presenza di spirito – non può non andare a incidere quanto il volume di studio, l’impegno, e il merito (personale) accumulato agli occhi del Prof. Come si dice: gli esami sono esami, ma sono anche esami di vita.
Francesco ha raccontato questa cosa qui, su come funziona il giornalismo in Italia: leggetela.
Naturalmente lo spirito giusto con cui leggerla è senza giustizialismi (e senza cornette sradicate), tenendo conto che il fair-play viene prima di tutto e che dare una mano a qualcuno che ne ha bisogno è cosa altruista – e penso che sarebbe d’accordo anche Francesco, al quale questo post non creerà tanti amici –, il problema è l’istituzione.
Mi hanno detto che nel mio Paese succedono delle belle cose
Quando muori sei più vicino a Dio…
In difesa del puttaniere
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In tutto questo bailamme di berluconi, brunette, e bionde bisogna ricordarsi di una cosa, e cioè di quella che dicevamo tutti – spero – quando Berlusconi proclamava solenne la vigorosa stretta sulla prostituzione (e riguardarlo ora dà un po’ di sana euforia), e cioè che l’illegalità della prostituzione è una delle idee più datate e figlie di pregiudizî che l’Occidente abbia saputo creare.
E in Italia, al contrario di molti altri Paesi, non si è fatto alcun passo avanti sulla via dell’affrancamento da questo pensieraccio. L’idea che, in questo Paese, nella locuzione “sfruttamento della prostituzione” quello che fa orrore sia la parola prostituzione dovrebbe, da sola, ricordarci quanto tutti noi siamo dei piccoli Berlusconi – quantomeno nella concezione posticcia e languida del sesso.
È strano? No, non lo è: abbiamo un codice penale che parla di offese all’onore sessuale, nel quale fino al 1996 era compresa una norma sulla corruzione di minori che escludeva la punibilità “se il minore è persona già moralmente corrotta“. Vogliamo liberarcene? Direi proprio di sì. Scrivevo nella mia apologia della prostituzione:
La domanda è: cosa c’è di male nella prostituzione? Non parlo della legalizzazione, quella è suggerita dal buon senso, parlo proprio del concetto. In altre parole del considerare la legalizzazione non una riduzione del danno (come del resto sarebbe), ma un’opzione come le altre.
Ovviamente do per scontato che non sto parlando dello sfruttamento, quello sì nutrito dall’illegalità: sto parlando di persone adulte, libere, coscienti di sé. Sto parlando della prostituzione come atto di capitalismo fra due adulti consenzienti. Una cosa su cui mettere le tasse.
Quindi lasciamo fare a Berlusconi il flick-flock: quello che davanti al Vaticano dice che la prostituzione è brutta brutta, e di fronte ai suoi pubblici vizî solletica l’elettorato più misero dicendo che, in fondo, son meglio le belle donne che essere froci. E guardate che se sostituite il Vaticano con la moglie e l’elettorato con gli amici al bar, lì dentro c’è molta dell’umanità che abbiamo accanto.
Noi, invece, non lo rincorriamo nella solita gara a essere in disaccordo con Berlusconi qualunque cosa dica (ché se domani dice che la Terra è rotonda…). Rimaniamo della stessa idea, che è anche l’unica che poggia sulla ragionevolezza e non sui tabù: che ognuno, del proprio corpo e di ogni cosa sua, può fare quello che vuole – e qualunque cosa non faccia male a qualcun altro.
–
- il titolo è la citazione di una lettura da fare
Semel in anno licet rinsavire
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Per una volta, un gruppo di ultras – quelli del “no alla tessera del tifoso” (di cui ho scritto qua quest’estate), e quelli del “no al modello inglese” (quello che, martedì scorso, mi ha permesso di uscire dallo stadio e farmi quattro risate assieme ai tifosi del Tottenham) – rilascia un comunicato simpatico, che riconosce implicitamente le ragioni fondative di questo tipo di provvedimenti salvo criticarne l’opportunità in questo caso:
Apprendiamo con immensa gioia che la temuta partita Parma-Sampdoria verrà vietata ai tifosi blucerchiati privi della Tessera del Tifoso. Fortunatamente la competenza dell’Osservatorio sulle manifestazioni sportive e del CASMS ha evitato un’altra domenica di tensione allo stadio Tardini. Come tutti sapranno tra le due tifoserie vi e’ un accesa rivalità da almeno vent’anni e, ogni anno veniva puntualmente riaccesa da episodi spiacevoli, specialmente fuori dallo stadio.
Impossibile dimenticare le sbandierate a centrocampo (fortunatamente poi vietate), le partitelle a calcio tra i due gruppi ultras sui campetti di periferia, le immense cene o pranzi prima o dopo la partita, le bevute in compagnia al Bar Gianni, le serate in discoteca in cui Parmigiani e Doriani si divertivano insieme, gli scambi di sciarpe fuori dallo stadio; in definitiva episodi che fanno male al calcio e allo sport!
grazie ad Adriano
Frocio ce sarai
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Leggo da River il miscuglio di psicologia dozzinale e complottismo che ha scritto Sonia Alfano:
“Tutti i trattati di sessuologia analizzano gli omofobi come i classici esempi di omosessualità repressa. Lo sanno bene gli psicologi, lo sa benissimo il mondo gay. Sottolineo che non sono occasionali ma ripetuti gli attacchi di Berlusconi alle persone gay. Quest’uomo è ossessionato dall’omosessualità. La sua virilità è pericolante. Disprezza un mondo perché fondamentalmente ne è attratto. Ha dei seri problemi, la sua sessualità non è ne certa né sicura. E’ sessualmente disturbato. E’ come se dovesse dimostrare il contrario di qualcosa. Dimostrare che non è gay frequentando ragazzine, facendo il macho“.
Detto che definire “ripetuti attacchi alle persone gay” delle dichiarazioni da vecchio e bieco omuncolo, che probabilmente gli varranno anche la simpatia di altri vecchi e biechi omuncoli (e forse i loro voti), dove gli omosessuali non sono un vero bersaglio ma il parafulmine di un’ironia stantia e cazzocentrica, è la solita tendenza a piegare i fatti alla propria tesi.
Detto che dire “Quest’uomo è ossessionato dall’omosessualità. La sua virilità è pericolante. Disprezza un mondo perché fondamentalmente ne è attratto” è un concetto da bambini delle elementari, chi disprezza compra insomma, che se fosse valido dovrebbe applicarsi anche ai comunisti, ai magistrati, alla sinistra (Berlusconi, in realtà, è comunista? E Saddam Hussein, in realtà, era curdo?).
Detto ancora che dire “E’ come se dovesse dimostrare il contrario di qualcosa. Dimostrare che non è gay frequentando ragazzine, facendo il macho” è un altro complottismo misero, che non vuole riconoscere la grettitudine e la grevità dell’ossessione altrui piegando quell’altro ai proprî tentativi d’insulto.
Ma – infine – ci rendiamo conto di qual è l’accusa sottesa, tanto affine a quel “Berlusconi è impotente!” che mi fa sempre mettere le mani nei capelli? Sì, è proprio quella: che Berlusconi sia, in realtà, frocio. Come se fosse qualcosa di cui vergognarsi. E se anche fosse? Come dare lezioni di omofobia a Berlusconi. E, per favore, non iniziamo a dire che lo si suggerisce perché a Berlusconi stesso farebbe arrabbiare e gli creerebbe imbarazzo: non c’è dubbio che sia vero, ma è proprio questo che non dobbiamo fare, berlusconizzarci e introiettare il suo metro.
Come l’epigrafe dell’ultimo libro di Severgnini, originariamente di Gaber: non ho paura di Berlusconi in sé, ho paura di Berlusconi in me.



