I familiari delle vittime

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«Sono forse io il custode di mio fratello?»

Quand’è così si finisce sempre a rispondere alla stessa domanda: cosa faresti tu al loro posto? Cosa penserei io, se Cesare Battisti avesse ucciso uno dei miei familiari, non lo so. Però so una cosa che trovo più importante: che ciò che penserei io, in quel caso, non dovrebbe fare alcuna differenza. E ho una convinzione: una società sana “punisce” – parola che si pronuncia con pudore – per tutelare la propria esistenza e l’incolumità dei suoi appartenenti, non per riscatto di un sanguinolento indennizzo in dolore altrui.

Per questa ragione penso che l’abitudine con cui accordiamo ai “parenti delle vittime” una qualunque titolarità morale sulla pena di un condannato sia davvero un’impostura del pensiero. La lettera aperta che pretende di “conoscere nel dettaglio tutte le iniziative e i relativi tempi” della prossima azione di governo – come se loro più di noi –, e soprattutto i giornali che ci fanno le aperture. Sì, in realtà non ce l’ho con quelle persone – non condivido, ma comprendo – ce l’ho con tutto il sistema di malintesa correttezza, di giustizia a domicilio, a cui partecipiamo – assecondando il riflesso condizionato del diritto per vicinanza, anzi per lontananza di tutti gli altri.

È la parte peggiore del mondo, gli Stati Uniti della retribution in cui i parenti delle vittime vanno all’orrore per spettacolo della sedia elettrica che brucia il condannato a morte. È la parte peggiore dell’Italia, quella del plastico di Cogne e dei giornalisti di Studio Aperto che chiedono «lo perdonate?». È la parte peggiore di noi, quella che pensa che le ingiustizie e le sofferenze debbano essere patite e combattute solamente da coloro che ne sono, in un modo o nell’altro, implicati.

No, siamo tutti familiari di Abele. (E, ogni tanto ricordiamocelo, anche di Caino).

West Bank story

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C’è un cortometraggio molto carino su Israele e Palestina interpretato in chiave di fast food. Si chiama West Bank Story, facendo il verso a West Side Story, ed è rifatto a mo’ di musical. Gli isralieni hanno Kosher King (KK, da Burger King) e i palestinesi Hummus Hut (HH, da Pizza Hut) e c’è tutta la storia di quel conflitto rifatto in chiave canzonatoria: gli israeliani che costruiscono dei macchinarî super-efficienti per battere la concorrenza, ma lo fanno oltrepassando il territorio palestinese (le colonie), i palestinesi che lo manomettono lanciandogli un sasso contro (l’intifada), gli israeliani che decidono di costruire un muro fra i due fast food, etc etc.

Dura 20 minuti, e lo potete vedere interamente (e gratis) qui: è fatto davvero bene, curato nei particolari che si notano sullo sfondo della storia, oltre che molto divertente (questa scena mi fa ridere ogni volta che la rivedo). Per chi conosce un po’ quelle aree è davvero un must.

Tutto ciò, e soprattutto il fatto che non ne avessi mai parlato sul blog, mi è ritornato in mente quando sono passato da Borough Market qualche tempo fa e ho fatto questa foto ai due banchetti rivali, l’uno accanto all’altro: quello delle salsicce salsicciose e di tutte le cose più carnifere del mondo gestito da un signorone della provincia tedesca, e quello dei vegetariani allegri e rivoluzionarî, gestito da due ragazzotti molto freak. Sembrano convivere amabilmente, anche perché – una cosa è certa – di concorrenza non se ne fanno troppa.

Il giovanotto parigino con la sedia

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Continua la saga dei personaggi nei mezzi pubblici nelle città europee: dopo il vecchino milanese del tram, il giovanotto parigino del notturno.

Autobus notturno, intorno alle 2 di notte. Non è come gli altri notturni che ho preso in altre città, in cui ci sono i soliti tre (che spesso si conoscono): l’ubriacone, il ragazzetto, l’immigrato che si è fatto il culo fino a quell’ora che dorme appoggiato al finestrino, e quello mezzo ubriaco che importuna le ragazze. La puttana, e il turista che s’è perso.

In questo caso è diverso: l’autobus è molto pieno, è la circolare che fa tutta la città, e perciò sono in tanti a fare interi tragitti, e di posti ce ne sono pochi. A una fermata dell’autobus c’è un ragazzo che aspetta seduto su di una seggiolina di legno. Quando – dopo un po’ di aspettare – l’autobus arriva, lui prende la sua sedia, e monta sull’autobus. Fa vedere il proprio abbonamento (non credo ne avesse uno per la sedia), l’autista/controllore non fa una piega. Appena entra, scruta fra la gente in piedi un posticino che faccia al caso suo, lo trova, ci mette la sua sedia, e si mette lì a sedere. L’estro.

Funziona

Oggi è stato abolito il Don’t ask don’t tell. Fra cinque anni ci sembrerà impossibile che ci sia mai stato. Funziona così, l’America.

Quando quelli che menano sono dei nostri

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Una cosa per cui si scoccia questo blog, e il suo titolare, è lo schieramento per schieramenti anziché per fatti. Così sembra facile da dire, ma pare invece inevitabile: che si parli di Berlusconi o di Hugo Chávez, di Gino Strada o di Del Piero, le reazioni a qualunque parola o azione seguono inevitabilmente lo schieramento precostituito: chi ne pensa bene ha sempre un’attenuante o una contestualizzazione, chi ne pensa male una contestazione ad personam e benaltrista.

Mettiamola così: Piergiorgio Odifreddi, uno che fa tutte le battaglie laiche che faccio io, dice una cazzata. È dei miei. Perciò dovrei iniziare a spiegare che in realtà non voleva dire quello, che in fondo ha una parte di ragione, eccetera (invece no). Precisamente al contrario, ed è questo che mi lascia spesso sbalordito, di come mi rapporterei se la stessa identica cosa l’avesse fatta o detta qualcun altro.

A volerla vedere con malafede, è un atteggiamento di difesa dei proprî amici. A volerla vedere con buonafede, ed è così che la vedo io, è l’incredulità nell’accettare che chi ha delle idee affini alle proprie – per altri versi – possa essere una testa di cazzo.

Questo è quello che è successo a proposito delle manifestazioni violente a Roma, quando un sacco di gente non ha potuto credere che all’interno di una manifestazione di gente che la pensava nel loro stesso modo, ci fosse anche una cospicua parte* di teste di cazzo.

Perciò in tantissimi non hanno potuto credere che quelli che stavano mettendo a ferro e fuoco il centro di Roma fossero persone che, su molte cose, fossero dei loro: perché quando si ragiona così, finiscono per esserci soltanto le squadre (“o con me, o contro di me”: lo dicono gli esaltati che credono di essere inviati da Dio, da Berlusconi a Gesù Cristo). Dovevano per forza essere degli infiltrati della polizia che aizzavano la folla.

Se anche voi, in questo, avete riconosciuto molti dei commenti dei vostri amici e conoscenti, ecco qui dove dovete fare ctrl+c: per poi rilasciare dozzine di ctrl+v su bacheche, social network, forum e mailing list.

* Naturalmente si intende relativamente cospicua e del tutto minoritaria rispetto ai manifestanti. Pare ovvio, ma lo specifico ché non si sa mai.

Distanti saluti nella cabina elettorale

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Qualche giorno fa avevo fatto il giochino di mettere in fila i dieci leader di partito italiani a seconda della propria preferenza, senza poter aggiungere altro: né valutazioni diverse, né diversi margini. Solo la brutale classifica. Diversi – una quarantina – fra i commentatori più o meno assidui di questo blog hanno scritto a loro volta la propria classifica, così mi è preso lo schiribizzo di tirarne fuori qualche statistica sui lettori di questo blog.

Il risultato che ne è venuto fuori è quello che segue: ho assegnato lo “0” fra il quinto e il sesto posto, e dato un punto di scarto a ogni posizione, così che le prime cinque posizioni dessero punti in positivo, mentre le ultime cinque li dessero in negativo. Ho considerato solamente le classifiche complete, ma a tutti coloro che ne avevano espressa una incompleta ho mandato una mail chiedendo di completarla per poi editare il messaggio.

Bonino 137 punti (+21 -0)
Bersani 117 (+6 -0)
Vendola 92 (+10 -0)
Fini 24 (+0 – 0)
Di Pietro 9 (+0 -4)
Rutelli -8 (+1 -2)
Casini -19 (+1 -0)
Berlusconi -100 (+1 -8)
Bossi -120 (+0 -14)
Storace -132 (+0 -12)

Qualche considerazione, solo perché è divertente farla, sapendo che non conta un ciufolo: intanto, è venuto un quadro abbastanza coerente, in cui si possono individuare quattro macroaree (150:75, 75:0, 0:-75, -75:-150):

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Lunedì degli aneddoti – XXXVIII – La scommessa del Pascal indiano

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Uno degli argomenti teologici più sciocchi sull’importanza di credere in Dio è la famosa scommessa di Pascal. Il concetto è che siccome credere in Dio conviene, allora è giusto crederci. In realtà, come molti hanno notato, non è una dimostrazione dell’esistenza di Dio – sarebbe certamente bello che esista la fontana dell’eterna giovinezza, ma ciò non rende la sua esistenza più probabile – ma dell’opportunità di crederci anche qualora non ci fosse. In pratica, se si crede in Dio e Dio esiste si ottiene la salvezza, se non ci si crede non la si ottiene, e se non esiste non cambia nulla: perciò è meglio credere. È  un argomento ridicolo per tanti motivi: uno che non ho mai sentito dire, ma a cui penso sempre è «ma chi ti dice che Dio sia contento che tu credi nella sua esistenza?» Magari non vuole che gli si rompa.  Per quanto ne sappiamo, Dio – metti che esiste – potrebbe mandare in Paradiso quelli che non hanno creduto in lui, e all’Inferno quelli che ci hanno creduto.  E poi c’è l’obiezione più immediata: a quale dei settemila “Dio” che l’uomo ha inventato bisogna credere per essere salvati?

La risposta l’ho avuta qualche giorno fa in un racconto di un amico, che ha conosciuto il vero Pascal 2.0; era stato in India, in alcuni villaggi abbastanza sperduti del sud: posti che qualcuno definirebbe dimenticati dalla grazia di Dio (e, invece, vedrete!). Ad accompagnarlo era un tassista locale (il nome non se lo ricordava, quindi lo chiameremo “Antonio”), di quelli chiacchieroni e socievoli con cui dopo un po’ di viaggiare per un tragitto prestabilito avevano fatto amicizia, fra descrizioni turistiche e chiacchiere sulle rispettive famiglie. Come succede, alla fine si erano stati simpatici al punto che Antonio li aveva voluti portare a casa sua, a conoscere la propria di famiglia. Così, facendo una gradita deviazione sulla tabella di marcia, erano arrivati a questo villaggio nella provincia di Kottayam, nel sud ovest dell’India. Il villaggio era quasi fortificato, e la sera c’era una sorta di coprifuoco per le tigri: tutte le entrate dell’abitato venivano chiuse all’arrivare del buio. Mentre raccontava di questi particolari, bevevano latte di cocco che Antonio era andato a raccogliere direttamente alla fonte, arrampicandosi su di un albero davanti ai loro occhi. Poi erano entrati in casa e appesi alle pareti c’erano mille poster di cui erano tappezzati tutti i muri – non raffigurazioni, proprio poster: Cristo, Maometto, Budda, Krisnha, Vishna, Shiva, etc. Pareti ricoperte di tutte le divinità che all’apparentemente molto mistica famiglia di Antonio erano venute in mente.

Così, il mio amico, incuriositosi e oramai rassicurato dal loro grado di confidenza gli aveva domandato: «scusa, Antonio, ma – tu – di tutti questi,  per quale preghi?» E lui: «mah… io, per sicurezza, tutti quanti».

Grazie a Jai

Qui il primo: Brutti e liberi qui il secondo: Grande Raccordo Anulare qui il terzo: Il caso Plutone qui il quarto: I frocioni qui il quinto: Comunisti qui il sesto: La rettorica qui il settimo: Rockall qui l’ottavo: Compagno dove sei? qui il nono: La guerra del Fútbol qui il decimo: Babbo Natale esiste qui l’undicesimo: Caravaggio bruciava di rabbia – qui il dodicesimo: Salvato due volte – qui il tredicesimo: lo sconosciuto che salvò il mondo qui il quattordicesimo: Il barile si ferma qui qui il quindicesimo: Servizî segretissimi qui il sedicesimo: Gagarin, patente e libretto qui il diciassettesimo: La caduta del Muro qui il diciottesimo: Botta di culo qui il diciannovesimo: (Very) Nouvelle Cuisine qui il ventesimo: Il gallo nero qui il ventunesimo: A che ora è la fine del mondo? qui il ventiduesimo: Che bisogno c’è? qui il ventitreesimo: Fare il portoghese qui il ventiquattresimo: Saluti qui il venticinquesimo: La fuga qui il ventiseiesimo: Dumas qui il ventisettesimo: Zzzzzz qui il ventottesimo: Teorema della cacca di cavallo qui il ventinovesimo: Morto un papa qui il trentesimo: L’invincibile Marco Aurelio qui il trentunesimo: L’Amabile Audrey – qui il trentaduesimo: Anima pura – qui il trentatreesimo: Ponte ponente – qui il trentaquattresimo: Batigol – qui il trentacinquesimo: L’originalità del bene – qui il trentaseiesimo: Hans – qui il trentasettesimo: Le svedesi]

Se l’omosessualità è una scelta

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Tu quando hai scelto di essere eterosessuale?

Un pensiero molto diffuso è che l’omosessualità sia una scelta. Tuttavia, in pochi fanno il passaggio logico successivo.

Questi qui sotto ci hanno pensato. Sono andati in giro e, il modo del tutto neutrale, hanno cominciato a proporre il quesito alla gente che passava: «secondo te essere omosessuale è una scelta?». Alcuni rispondevano che no, non si tratta di una scelta. Altri hanno risposto che lo è, così l’intervistatore gli ha chiesto: «e tu, quando hai deciso di essere eterosessuale?».

Il bello è che praticamente tutti cambiano idea, perché non c’è davvero modo di controbattere: non ho deciso. Pensi che sia lo stesso per gli omosessuali? Fine della disputa.

video

Naturalmente è sempre bene ricordare che, anche se fosse una scelta, non cambierebbe assolutamente nulla.

Unreasonable faith

Imagine no religion

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Trent’anni fa, oggi, moriva John Lennon.

Da vedere a schermo intero, e con la musica. Ché quando si vede la macchinina vi vien da commuovervi: