Terrorista

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Coloro che oggi lamentano l’ipotesi islamista come un pregiudizio non sanno cosa sia un pregiudizio. Non parlo delle critiche a chi l’ha scritta sui giornali prima di averne le conferme, quello è cattivo giornalismo. Parlo della prima ipotesi che abbiamo fatto, noi tutti, quando abbiamo saputo della bomba e della rivendicazione farlocca del gruppo qaedista. Un pregiudizio è una convinzione radicata – irrazionale e non basata su prove o ragionamenti – spesso formata su una paura, senza possibilità di cambiare idea.

Ipotizzare che una bomba in una capitale europea è opera del terrorismo islamico è semplicemente la più ragionevole delle ipotesi, valutando il passato recente di questi episodî e l’ideologia che lo supporta. Quando picchiano un omosessuale a Roma, la prima ipotesi che ci viene in mente è che sia qualcuno legato al neofascismo: e questo mica vuol dire che abbiamo un pregiudizio nei confronti del neofascismo. Se domani sparano a Mina Welby – “Dio” la conservi –, la prima ipotesi che formuleremo sarà che il colpevole sia qualcuno legato all’estremismo cristiano, e questo ben sapendo che ciò non investe di sospetti il nostro giornalaio che ha il poster di padre Pio attaccato nel chiosco. Anzi, chi è ansioso di scagionare la categoria “terrorismo islamico” perché pensa così di scagionare Ahmed, il fruttivendolo sotto casa, è il primo che investe quel legame di legittimità.

Tuttavia, c’è un’altra cosa che potrebbe denotare un pregiudizio nelle reazioni di queste ore. Non è l’uso del termine islamico prima, ma il mancato uso del termine terrorista poi – quando si è scoperta la diversa matrice dell’attentato. Il terrorismo è l’uccisione indiscriminata di civili (quindi, al di fuori della mente criminale, innocenti) per perseguire scopi ideologici. Non c’è dubbio che Breivik sia un terrorista e abbia fatto un atto di terrorismo (mi ricorda un po’, sul fronte opposto, la renitenza all’uso del termine “terrorista” nei confronti di Hamas). C’è l’uccisione indiscriminata e ci sono gli scopi ideologici, nei quali la religione viene prima della politica che viene a sua volta prima della religione, in un circolo vizioso che abbiamo oramai imparato a conoscere e che è, quasi sempre, il sottobosco in cui fiorisce il terrorismo e le ideologie che a esso sono intrecciate.

Perché i radicali (e tutti gli altri) hanno fatto bene

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Una delle conseguenze dell’autorizzazione a procedere nei confronti di Papa è stata la nascita di una piccola polemica rispetto alla scelta dei radicali di votare a favore del procedimento. L’accusa è quella di aver tradito il costitutivo garantismo che, da sempre, contraddistingue la “galassia radicale”. Secondo me, invece, hanno fatto bene. Cambiare idea non sarebbe un peccato, ma – comunque – non ci vedo nessuna resipiscenza legalitaria.

Le posizioni che critico sono questa questa e questa, che hanno stimolato un piccolo dibattito, e ho visto linkate da diverse persone di cui solitamente condivido l’approccio su questioni di giustizia. L’argomento segue questo filo: le ragioni per l’arresto cautelativo devono (dovrebbero) essere tre: il rischio di fuga, che onestamente non c’è. Quello di reiterazione del reato, neanche. E quello di inquinamento delle prove, su cui si può discutere. Secondo questo ragionamento, mancando – a parere dello scrivente, ma anche dei parlamentari – queste evidenze, mancano le ragioni per l’arresto cautelare. Perciò i parlamentari (radicali e non) hanno sbagliato ad autorizzare la richiesta.

Io ho un’enorme attenzione a questo genere di abusi, all’utilizzo a tappeto della custodia cautelare anche quando essa – a norma di Codice Penale – non avrebbe senso di esistere. Penso che sia una cosa incivile, e che andrebbe affrontata con veemenza. Il problema è che non è di questo che stiamo parlando. E, credetemi, ciò non ha a che fare col fatto che Papa sia del PDL: varrebbe la stessa, identica, cosa se fosse di qualunque altro partito.

I parlamentari non erano tenuti a votare sulla veridicità delle accuse o sulla validità delle misure cautelari – quello è il compito della magistratura, si chiama separazione dei poteri – e difatti non si è votato sull’arresto di una persona ma su un’autorizzazione a procedere. Erano tenuti a valutare se si fosse verificato il famoso “fumus persecutionis”, se le ragioni di questa incriminazione fossero di natura squisitamente politica. È la ragione per la quale l’immunità parlamentare esiste: essa non depaupera il potere giudiziario delle proprie prerogative per consegnarle a quello legislativo. Ma tutela gli eletti dal popolo da potenziali tentativi d’ingerenza della magistratura mirati a sovvertire la legittima azione politica, anziché all’accertamento dei fatti. In questo senso, la separazione dei poteri è esattamente il fulcro della democrazia (non sto dicendo che l’Italia è una dittatura, non sono scemo: sto dicendo che mescolare potere giudiziario e potere legislativo lede le garanzie dello stato di diritto, ed è perciò contrario alle procedure democratiche).

Io non ho un’opinione precisa sulle procedure d’immunità parlamentare: non le considero la vergogna che le considerano in tanti, e sono consapevole che esistono in diversi Paesi civili proprio per tutelare la separazione dei poteri. Tuttavia, se pensiamo che esse abbiano una ragione di esistere, in qualità di tutela dell’autonomia del Parlamento, non possiamo lamentarci che non vengano usate come non devono essere usate – facendole diventare esattamente ciò che coloro che le considerano misure antidemocratica accusano essere: un modo per conferire il potere giudiziario a quello politico.

 

Gli scacchi definitivi

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Li voglio!

Spesso si usa il cliché degli scacchi per definire una situazione strategica complicata: questa guerra è una partita a scacchi. E se fossero gli scacchi a fare la guerra?

Quando la regina è davvero la regina! (quella talebana un po’ meno). Nella versione americana, invece, le torri sono – ehm – le Torri Gemelle.

E se vi sembrano troppo guerreschi, non avete visto questi.

Cos’è il populismo (o forse il qualunquismo)

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Da qualche tempo rifletto su quale sia la precisa definizione di populismo. È una cosa che tutti sappiamo individuare, ma è più difficile da circoscrivere dentro a un determinato set di caratteristiche, ed è perciò ambigua. In fondo si può essere accusati di populismo qualunque cosa si dica.

Sappiamo tutti quali sono le caratteristiche che non apprezziamo nel leggere o ascoltare qualcosa: se è egoista, menzognero, semplicemente falso, stupido, illogico, e così via. Sono tutte definizioni che vogliono dire qualcosa di preciso, e possono essere giudicate pertinenti o meno in quanto tali.

Sono giunto alla conclusione che la caratteristica principe del populismo è l’esprimere un concetto che è condiviso da chiunque, ma che nella percezione dell’interlocutore non lo è. Ho provato a fare una controprova con varie cose populiste che mi venivano in mente e mi sembra funzionare. Insomma: se non c’è nessuno che contraddirebbe quello che state per dire, non vale la pena dirlo.

Sono tutti uguali, noi con loro

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Se avete speso un paio d’ore lontani dall’ombrellone, vi sarete imbattuti nel nuovo caso d’indignazione popolare “I segreti della casta di Montecitorio”, sedicente transfugo del Palazzo che “Licenziato dopo 15 anni di precariato in quel palazzo, h[a] deciso di svelare pian piano tutti i segreti della casta”.

Di considerazioni ne sono state fatte molte, principalmente incentrate sulla veridicità o meno del personaggio. Non è un tema che mi appassioni particolarmente, ma c’è un aspetto collaterale di questo novello successo che, secondo me, vale la pena analizzare. È un pensiero che è, in qualche modo, la prosecuzione naturale della riflessione che ne fa Luigi Castaldi:

Alla denuncia di Raffaele Costa [autore de L’Italia dei privilegi] mancava il detonatore: era una delazione, ben più dettagliata e documentata delle quattro rimasticature di Spider Truman, ma a farla non era un licenziato, un trombato, un estromesso. La delazione mancava di un elemento psicologico essenziale: l’intento vendicativo.

Questo aspetto è particolarmente interessante, e riecheggia un tema a me particolarmente caro, quello della presunzione di colpevolezza, del dare per scontata la malafede, del – come dico spesso – misurare gli altri con il proprio metro.

Ci si aspetterebbe, in un Paese migliore (o soltanto più normale), che l’intento vendicativo – il parlare soltanto quando e perché estromessi da un sistema immorale – fosse una macchia sulla credibilità, una pregiudiziale sulla buona fede del personaggio: la certificazione che la persona in questione non è genuinamente contro gli ingiusti privilegi, visto che lo è soltanto quando non ne può più giovare.

Tutto il contrario: come nota Castaldi, acciocché questa denuncia sia credibile c’è “bisogno di una spinta ignobile come il livore di un precario che ha taciuto fino a quando la Casta gli dava le briciole e ora spiffera tutto il risaputo perché non gliele dà più.” Qual è il riflesso mentale dietro a quest’inversione dell’onere della credibilità? È presto detto: è l’idea che, chiunque, messo nelle condizioni delle categorie di privilegiati o del loro indotto, si comporterebbe allo stesso modo.

Così, in quest’assurda mentalità del “tutti hanno qualcosa da nascondere”, una persona per bene che decidesse di denunciare le stesse cose, di rinunciare a quei privilegi, per sano travaglio etico, sarebbe considerata non attendibile: cos’ha da nascondere? Perché va contro ciò che gli conviene? Sicuramente c’è sotto qualcosa.

Il retropensiero è evidente: nessuno di noi lo farebbe. E, così, nel celebrare il desiderio di vendetta di una persona peggiore di noi – perché noi, spero, non ci faremmo attori di un sistema che consideriamo immorale –, stiamo invece riconoscendo tutto il contrario. Stiamo celebrando la nostra appartenenza alla stessa schiera di approfittatori, avvalorando l’idea che è sempre stata il cuore pulsante del conservatorismo, quella che è l’occasione a fare l’uomo ladro anziché essere l’uomo (o la donna) a farsi ciò che ritiene degno.

Un popolare mantra populista dice che i politici sono tutti uguali. Quello che stiamo dicendo è: anche noi.

EDIT – Mi segnala una lettrice dubitosa di aver linkato questo post sulla pagina di Spider Truman per stimolare una discussione. Il link è stato immediatamente cancellato. (lui direbbe: CENSURAAAAA!)

Tutti i modi per perdere automaticamente in una discussione

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Beh, sì, pubblicare questo post serve spudoratamente ad avercelo lì quando si presenterà la necessità di linkare uno dei punti.

Ho deciso di fare una tassonomia delle risposte stupide a una discussione. Quella delle risposte intelligenti non si può fare: si possono dare infinite risposte intelligenti, avendo ragione o sbagliando. C’è però una regola aurea che stabilisce quando una risposta è stupida, e fa perdere automaticamente una discussione: è quando non si motiva quello che si scrive, quando non si supporta il proprio argomento con dei dati o dei ragionamenti. In generale, qualunque giudizio che non sia supportato da un “perché”. Spesso, però, questa mancanza di argomenti viene (mal)celata dietro a elementari perifrasi retoriche, che tutti sappiamo essere smascherate in partenza, ma evidentemente non chi le scrive.

Naturalmente, come detto, queste espressioni sono ridicole quando sono orfane di argomentazioni, se una critica viene motivata, il senso e il valore cambia: ma state sicuri che – 9 volte su 10 – chi parte con espressioni simili non ha la minima idea di quello di cui sta parlando.

1) Questo intervento non merita neanche una risposta
Traduzione: sono talmente poco in grado di produrre un argomento valido e di sostanziarlo con dati o ragionamenti, che fingo che una risposta ce l’avrei ma non voglio darla per qualche oscura ragione. In realtà, più un argomento è sciocco più la merita, una risposta, e più è facile produrne una e darla. La verità è che non ho idea di come controbattere all’argomento espresso, ma preferisco essere dogmatico che cambiare idea.

2) Sono tutti sofismi / È tutta retorica / Sono tutte chiacchiere / È solo propaganda / Ti stai arrampicando sugli specchi
Traduzione: sono talmente poco in grado di produrre un argomento valido e di sostanziarlo con dati o dei ragionamenti, che mi rifugio dietro all’accusa che i ragionamenti – che devo ammettere ben congegnati – siano prodotti per ingannare. In realtà, gli argomenti esposti sono troppo complessi e ben articolati perché io sappia disinnescarli: siccome, contro ogni evidenza, sono sempre avvinghiato alla mia idea, definisco ingannevoli (“sofismi”/”retorica”) i ragionamenti cui non so replicare. La verità è che non ho idea di come controbattere all’argomento espresso, ma preferisco essere dogmatico che cambiare idea.

3) Stai facendo il maestrino
Traduzione: sono talmente poco in grado di produrre un argomento valido e di sostanziarlo con dati o dei ragionamenti, che ricorro alla (presunta) accusa che qualcuno si stia comportando da maestro. In realtà, comportarsi da maestro è la cosa migliore che qualcuno possa fare in una discussione, e chiunque di noi dovrebbe essere felice di ricevere insegnamenti. Se, invece, questi insegnamenti sono sbagliati, è necessario che siano criticati (con atteggiamento da maestrino, se è il caso!). La verità è che non ho idea di come controbattere all’argomento espresso, ma preferisco essere dogmatico che cambiare idea.

4) Questo intervento si commenta da solo
Traduzione: sono talmente poco in grado di produrre un argomento valido e di sostanziarlo con dati o ragionamenti, che fingo che una risposta sia implicita nell’argomento stesso, ma mi guardo bene dallo specificare quale sia. In realtà l’intervento si commenta talmente poco da solo che non sono neanche in grado di commentarlo. La verità è che non ho idea di come controbattere all’argomento espresso, ma preferisco essere dogmatico che cambiare idea.

5) È molto più complicato di così / È una visione superficiale / È un intervento pressappochista 
Traduzione: sono talmente poco in grado di produrre un argomento valido e di sostanziarlo con dati o dei ragionamenti, che fingo di avere una tale conoscenza dell’argomento da poterne – solo io – apprezzare la complessità. In realtà, se sono in grado di capire che una cosa è più complessa, sono in grado di spiegare perché lo è: altrimenti dimostro che la complessità me la sono inventata in assenza di argomenti di sostanza. La verità è che non ho idea di come controbattere all’argomento espresso, ma preferisco essere dogmatico che cambiare idea.

6) Hai torto, e lo sai anche tu
Traduzione: sono talmente poco in grado di produrre un argomento valido e di sostanziarlo con dati o dei ragionamenti, che fingo che neanche gli altri credano in quello che dicono. Non è vero niente, e non potrei saperlo. In realtà, mi sto blindando dietro a un argomento che non può avere risposta, perché qualunque risposta sarà a sua volta accusata di malafede. Come tutti sanno, il contratto minimo di qualunque dialogo è credere alla buonafede del proprio interlocutore. La verità è che non ho idea di come controbattere all’argomento espresso, ma preferisco essere dogmatico che cambiare idea.

7) Hai fatto una brutta/pessima figura
Traduzione: sono talmente poco in grado di produrre un argomento valido e di sostanziarlo con dati o dei ragionamenti, che insinuo che un giudizio dei posteri sia già stato dato. In realtà, la valutazione su come qualcuno esce da una discussione è dato dagli argomenti che ciascuno porta. In questo caso, la pessima figura la fa chi non porta argomenti. La verità è che non ho idea di come controbattere all’argomento espresso, ma preferisco essere dogmatico che cambiare idea.

8) Questo intervento è degno di Berlusconi/Stalin/Sallusti/Alberto Tomba/il Giornale/il Manifesto/il Circolo delle Bocce
Traduzione: sono talmente poco in grado di produrre un argomento valido e di sostanziarlo con dati o dei ragionamenti, che sposto la critica non all’interno del ragionamento, ma al suo esterno, millantandone una somiglianza con un qualche spauracchio, nonostante questa sia la più elementare delle fallacie logiche (anche  Hitler pensava che la Terra è rotonda, e la Terra rimane rotonda). La verità è che non ho idea di come controbattere all’argomento espresso, ma preferisco essere dogmatico che cambiare idea.

9) In questo intervento sputi sentenze
Traduzione: sono talmente poco in grado di produrre un argomento valido e di sostanziarlo con dati o dei ragionamenti,  che presumo che ci sia un errore nell’essere convinti di ciò che si dice. In realtà, quanto un argomento sia una sentenza è stabilito dalla capacità delle altre persone di metterlo in dubbio e contestarlo. La verità è che non ho idea di come controbattere all’argomento espresso, ma preferisco essere dogmatico che cambiare idea.

10) Sei un venduto! / Sei solo invidioso / Lo dici perché ti sta antipatico / Hai la coda di paglia / Lo dici perché sei del Partito dei Biscotti
Traduzione: sono talmente poco in grado di produrre un argomento valido e di sostanziarlo con dati o dei ragionamenti, che devo tacciare l’altro di malafede fingendo che un argomento ad hominem esaurisca la questione. In realtà, la bontà di un parere non dipende dall’identità (o gli interessi) di chi la esprime. Se l’argomento fosse davvero fallace, avrei buon gioco a smontarlo. La verità è che non ho idea di come controbattere all’argomento espresso, ma preferisco essere dogmatico che cambiare idea.

11) Come puoi paragonare una mela/il burqa/la Guerra dei Cent’Anni con una pera/l’infibulazione/la Grande Carestia/X e Y non sono la stessa cosa (grazie a Filippo)
Traduzione: 
sono talmente poco in grado di produrre un argomento valido e di sostanziarlo con dati o dei ragionamenti, che ricorro a un argomento di lesa maestà anziché specificare perché il paragone non è valido. In realtà è ovvio che due cose messe a paragone non siano identiche (altrimenti non è un paragone), il punto è che abbiano alcuni – utili alla discussione – fattori in comune.  Se questi non fossero stabili, potrei facilmente evidenziare il perché e annullare l’obiezione. La verità è che non ho idea di come controbattere all’argomento espresso, ma preferisco essere dogmatico che cambiare idea.

12) Ma tu pensavi il contrario! / il tuo compare pensa il contrario! / questa persona importante pensa il contrario! (grazie a Luigi)
Traduzione: 
sono talmente poco in grado di produrre un argomento valido e di sostanziarlo con dati o dei ragionamenti, che ricorro a un argomento per autorità – che sia tua, di una persona a te vicina, o di una persona “importante” – per avvalorare la mia tesi. In realtà qualunque sia (o fosse: l’incoerenza diacronica è soltanto una virtù) il pensiero di qualcuno è irrilevante per stabilirne la validità. La verità è che non ho idea di come controbattere all’argomento espresso, ma preferisco essere dogmatico che cambiare idea.

13) Lo dici perché hai il culo al caldo/dalla tua poltrona / Ma chi ti credi di essere? / Io lavoro in fabbrica, mica come te / Ma scopa di più! (grazie a Ilaria e Achille)
Traduzione: sono talmente poco in grado di produrre un argomento valido e di sostanziarlo con dati o dei ragionamenti, che ricorro alla personalizzazione sull’interlocutore per screditarne l’opinione. In realtà qualunque sia la condizione, l’attività, o l’identità di chi propone un argomento, questa è del tutto irrelata alla sua validità. Se avessi qualche nozione per contestare la tesi del mio interlocutore mi concentrerei su quella tesi, anziché sulla persona che la esprime. La verità è che non ho idea di come controbattere all’argomento espresso, ma preferisco essere dogmatico che cambiare idea.

La lista è in continuo aggiornamento, naturalmente sono accettati suggerimenti

La stupida attesa

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Mi è capitato di ascoltare questa storia. È molto bella, e l’inglese non è difficilissimo – ascoltatela:

Gene Cheek

Racconta della storia di un matrimonio fra una donna e un nigger nel Sud americano delle Jim Crow laws, quelle che vietavano a bianchi e neri di sposarsi, o imponevano a Rosa Parks di lasciare il posto a un bianco.

È una storia incredibile (c’è anche un libro), raccontata dal figlio di lei – Gene – avuto dal primo matrimonio con un bianco, simpatizzante del Ku Klux Klan, come molti in quelle zone, al tempo. La storia inizia con Gene che entra un giorno in cucina e trova la madre in lacrime: quando lui le chiede perché, la risposta è «perché l’uomo che frequento – Tuck – dice che non ci dobbiamo più vedere, per il tuo bene». E perché? Perché è un negro. Il Ku Klux Klan si riunirà di fronte alla loro casa, la madre verrà processata per quella relazione, e non vi dico il resto per non rovinarvi la storia.

La cosa che colpisce di più, in questa storia che oggi chiunque considererebbe spaventosa, è la somiglianza – l’identicità – fra le ragioni che sostenevano coloro che si opponevano al matrimonio fra bianchi e neri, e quelle che usano oggi coloro che si oppongono al matrimonio fra uomo e uomo o donna e donna. Non è un’iperbole per screditare le opinioni degli ultimi con un paragone offensivo, no: è che sono proprio le stesse.

È contro natura. È contro la volontà di Dio. È scritto così nella Bibbia. Hai mai visto un uccello rosso e uno blu accoppiarsi? Che la risposta sarebbe anche sì, esistono animali omosessuali: ma poi chissene di cosa è naturale. E poi tutta l’enfasi sui figli: su quanto non sia sano esporli a un ambiente simile, sia per vero senso di contaminazione che perché “la società non è pronta”. Sono davvero le stesse idiozie.

Ho fatto due considerazioni. Naturalmente ci sono tutte quelle che avevo fatto in questo post, di cui riporto la didascalia a questa dolce foto scattata a una manifestazione per i matrimonî omosessuali:

È una coppia, un bianco e una nera, che tengono un cartello con scritto «un tempo anche il nostro matrimonio era illegale». Io la trovo commovente, perché vuole dire “noi abbiamo avuto questo diritto, ma non saremo contenti finché non ce l’avranno anche tutti gli altri. Tutti gli altri noi”.

Ovvero che tutte le settarizzazioni, anche quelle delle cause, sono sbagliate. Non devono essere gli omosessuali a difendere gli omosessuali, non è chi subisce un’ingiustizia ad avere più titolo per combatterla (né per capirla, come ogni tanto anche le stesse vittime sbagliano a pensare), perché l’ingiustizia – la stupidità ingiusta – ha una radice così simile di pregiudizio e indisposizione a cambiare idea, lo stesso carnet di dogmatismi e argomenti che non stanno in piedi.

Le persone che oggi sono contro al matrimonio fra omosessuali (naturalmente non ne faccio una questione di nome, si chiami pure briscola) stanno dicendo esattamente la stessa cosa, e cioè che un bianco e un nero non dovrebbero potersi sposare. Tutti i tentativi di razionalizzare quel pregiudizio, di distinguerlo da quell’altro che oggi sembra non tenibile, si scontrano con il ridicolo: per esempio, un matrimonio omosessuale non garantisce figli alla società – che vuol dire che in società sovraffollate, come la Cina, il matrimonio eterosessuale dovrebbe essere vietato, e quello omosessuale l’unico permesso.

Ci pensate? È una cosa su cui non c’è davvero niente da discutere. Perché discutiamo del matrimonio omosessuale? Non c’è una sola buona ragione contraria. Forse solo sull’adozione ci sono delle motivazioni ammissibili ma sbagliate, ma anche in quel caso l’unica risposta matura non è “sono d’accordo” o “non sono d’accordo”, ma “facciamo sì che tutte le persone che lo desiderano siano sottoposte a delle (dure) prove di idoneità per il benessere del figlio”. Non sei tu a dover decidere, ma degli psicologi, degli assistenti sociali – persone che sono preparate: non è che uno va dal medico e gli dice «eh, no, dottore: io non ho l’influenza, ma la varicella».

Eppure, a oggi, il matrimonio omosessuale è celebrato solamente in Europa e America (e, come noi italiani sappiamo bene, non ovunque), mentre i due continenti più popolosi al mondo – Asia e Africa, che insieme fanno i tre quarti della popolazione mondiale – hanno un solo Stato (Sud Africa e Israele, che li riconosce ma non li celebra) che accetta questo principio elementare di umanità.

E tutto questo, al di là del tragico, è così inerentemente ridicolo: perché sappiamo benissimo che quelle stesse persone che ieri erano contro al matrimonio misto e ora non ci penserebbero nemmeno, oggi sono contro al matrimonio omosessuale e fra qualche anno – se non vinceranno quelli che “bisogna rispettare le culture” – non ci penseranno nemmeno. Chissà quale sarà la nuova frontiera di quello stesso, identico e stupido, rifiuto.

Ho capito chi sono

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Il Padre di Chinaski!

Con la differenza che, non vivendo nello stesso posto per più d’un anno da diverso tempo, scuso i trecento salami con questa precarietà di sistemazione:

Non che il Padre non sia autosufficiente: il Padre non vuole essere autosufficiente, è diverso. Lui dell’autosufficienza se ne frega, fa solo ciò che gli interessa. Tagliare l’erba in giardino gli interessa. Lavorare gli interessa. Il gran premio di F1 gli interessa. Bere un bordeaux gli interessa. Farsi da mangiare non gli interessa. Se mia madre andasse via per un anno e io fossi in Mozambico, lui risolverebbe il problema cibo in uno dei seguenti modi: modo A, va al ristorante tutti i giorni, per un anno, pranzo e cena. Modo B, va al supermercato, prende 300 salami e 300 bottiglie di vino, pranzo e cena. Modo C, non mangia (il suo corpo è in grado di non mangiare, non bere, non dormire, non andare in bagno e insomma non essere un corpo per molto, molto tempo).

Fenomenologia del doppio standard

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Qualche giorno fa ho fatto un piccolo esperimento. Uno che ogni persona in buona fede può verificare con sé stesso. Si tratta del diverso atteggiamento, un iniquo doppio standard, con cui valutiamo “gli Stati Uniti” e “i Paesi mussulmani”, o l’Islam in generale.

Specie a sinistra, dove un tempo eravamo così amabilmente anticlericali, e ora ci fregiamo di comitati come “mussulmani per Pisapia” (che se era “cattolici per Pisapia”, immaginate le polemiche – dice il mio amico Jai – fra cui le mie).

L’esperimento è il seguente: avevo scritto un post che parlava di tutt’altro, e in cui c’era questo passaggio:

Alcuni di noi, fra cui il sottoscritto, non sono neppure contenti che in Italia dieci milioni di persone abbiano idee leghiste, o che negli Stati Uniti ci sia una bella fetta di popolazione che crede al creazionismo.

Questa frase non era quella che avevo scritto all’inizio, ma nessuno l’ha trovata iniqua. La prima redazione del post era più precisa, e recitava così:

Alcuni di noi, fra cui il sottoscritto, non sono neppure contenti che in Italia dieci milioni di persone abbiano idee leghiste, o che negli Stati Uniti (o in tutti i Paesi mussulmani) ci sia una bella fetta di popolazione che crede al creazionismo.

Comprensibilmente – anche senza il passaggio in corsivo – nessuno fra i diversi commentatori mi ha mosso l’obiezione di non essere stato equo: nessuno mi ha scritto “perché non ci hai scritto che anche qualunque Paese mussulmano ha una larghissima fetta, ben più grande che negli Stati Uniti, di creazionisti?”. Questo perché siamo abituati che gli Stati Uniti si possono criticare in solitaria, mentre per criticare i Paesi mussulmani bisogna sempre trovare un contraltare.

Immaginate ora cosa avreste pensato se aveste letto un periodo come questo:

Alcuni di noi, fra cui il sottoscritto, non sono neppure contenti che in Italia dieci milioni di persone abbiano idee leghiste, o che in tutti i Paesi mussulmani ci sia una bella fetta di popolazione che crede al creazionismo.

Quanti di voi, se avessi scritto un periodo del genere, avrebbero pensato o scritto «eh, ma anche in America»? Tanti, io dico tutti. Me compreso. È un riflesso condizionato, però forse vale la pena rifletterci. La stessa frase, scritta sugli Stati Uniti, è sembrata impeccabile e valida. Se l’avessi scritta sui “Paesi mussulmani” tutti, o quasi, ne avrebbero percepito la partigianeria.

Non è che siamo noi i partigiani?