Inglesissimi, nel borough di Hackney hanno deciso di prendere un tè tutti assieme a una settimana esatta dallo scoppio della rivolta.
Le prime quattro persone che servono tè e biscotti, guardate espressione e movenze, sono la Londra che mi piace.

poveri i bambini che finiscono nella squadra avversaria
Inglesissimi, nel borough di Hackney hanno deciso di prendere un tè tutti assieme a una settimana esatta dallo scoppio della rivolta.
Le prime quattro persone che servono tè e biscotti, guardate espressione e movenze, sono la Londra che mi piace.
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Qualche tempo fa, in un periodo di vacanza, avevo chiesto su Friendfeed di consigliarmi dei film da vedere in quel mentre. Ora è estate e per me non è vacanza, ma per molti lo è. Quindi sta a me consigliare dei film.
Una dozzina, come le uova, divisi in quattro categorie. In ordine di “l’hai visto di sicuro”: vale a dire che, in cima ai tre, c’è quello che è più probabile che abbiate già visto. Gli asterischi, invece, sono la mia personale classifica: secondo me questi son tutti da vedere, ma quello con tre asterischi più di quello con due, e quello con due più di quello con uno.
Non sono necessariamente i film che mi sono più piaciuti in assoluto, non ci ho messo niente di davvero o specifico per appassionati di un genere (sono un po’ più così i bonus), perché vuole essere una valigia di consigli un po’ per tutti i gusti.
Naturalmente, per chi ne avesse voglia, questo è anche il luogo per consigliarne degli altri, a me o a chi legge, nei commenti.
Italiani, ridere e belli.
– La vita è bella ***
– Aprile *
– Si può fare **
Amicizie, amori e amicizie.
– Les invasions barbares (Le invasioni barbariche) **
– Once *
– Everything is illuminated (Ogni cosa è illuminata) ***
Se un elefante ha il suo piede sopra alla coda di un topo, e tu decidi di essere neutrale, il topo non apprezzerà la tua neutralità.
– Das Leben der Anderen (Le vite degli altri) **
– No Man’s land *
– Shooting dogs ***
Altro che ti aspettavi altro.
– Dogville ***
– Crash *
– Le scaphandre et le papillon (Lo scafandro e la farfalla) **
Bonus, per arrivare a quindici:
Il film scemo con il miglior finale, finisce che ti frega proprio: Nueve reinas.
Il film che per tutto il film speri che finisca, ma poi ci pensi per una settimana: Antichrist.
Cortometraggio (link), Israele e Palestina in chiave fast food: West Bank Story.
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Islamofobia è una parola che qualifica più chi la usa che chi ne è destinatario. Parlo naturalmente di chi lo fa consapevolmente, perché ci sono molte persone che non hanno mai riflettuto sul portato semantico e ideologico di quella parola (come del resto ho fatto io in passato, anche su questo blog). È per questi ultimi che scrivo questo post.
Islamofobia è una parola fasulla perché cerca di accostare al razzismo il rifiuto di una religione. È una parola clericale, come lo è cristianofobia, che Ratzinger usa tutte le volte che quelli come me fanno richieste sacrosante come la rimozione del crocifisso dalle aule. È una parola che cerca di accusare chi non è d’accordo con te – chi non sottoscrive la tua sottomissione a un dogma – di non esserlo per una paura irrazionale, e non per un più che ragionevole diritto di critica.
Invece il razzismo contro l’Islam non esiste né esiste quello contro il Cristianesimo, perché Islam e Cristianesimo non sono razze. Sono sistemi di pensiero con cui ognuno di noi può decidere di essere d’accordo, oppure no. È come parlare di razzismo contro il Fascismo, contro il Liberalismo, contro il Marxismo, cose che è legittimo non sottoscrivere. Eppure nessuno potrebbe darmi del leghistofobico, nonostante la metà dei post di questo blog siano una critica alla Lega Nord: molto semplicemente, è la mia idea, non è “una paura irrazionale e persistente”.
Un’obiezione sensata potrebbe essere l’antisemitismo, ma anche questa mostra una scarsa indagine di cosa si intenda per antisemitismo. Per ragioni storiche, il Giudaismo è considerato sia una religione che una nazionalità: quale che sia la nostra opinione al riguardo, tale distinzione è un dato di fatto – un ebreo ateo è un ebreo, non esistono cattolici atei. L’antisemita è chi lotta contro l’Ebraismo per questione di sangue, non per ideologia religiosa: ci mancherebbe altro che non si possano criticare gli ebrei ortodossi per la condizione femminile, o per le ridicole pratiche bibliche a cui sottopongono i proprî figli. Chi vi accusasse di antisemitismo per queste legittime critiche farebbe lo stesso uso contraffatto della parola islamofobia.

Questa distinzione fra ideologia ed etnia è fondamentale: essere contro i tunisini o gli egiziani, contro i tailandesi o i filippini, è razzista (forse sarebbe il caso di concentrarci su questa battaglia?); essere contro l’Islam, quindi compresi quelli come John Cristopher Lindh che di arabo non hanno nulla, è – per quanto mi riguarda – l’unica posizione razionale (fino al giorno in cui non ci portano le prove della veridicità di quelle credenze).
Non so quando sia successo, ma è arrivato un giorno in cui abbiamo deciso che le religioni che vanno di moda – in genere Cristianesimo, Islam ed Ebraismo: nessuno mi accuserebbe di scientologyfobia – andassero trattate in maniera del tutto diversa, e privilegiata e pregiudiziale, da qualsiasi altro fenomeno nel mondo.
Non c’è dubbio che oggi questo equivoco sia alimentato principalmente in relazione all’Islam, e non al Cattolicesimo o ai testimoni di Geova (perché vi sarà capitato di scrivere che vi stanno antipatici i Testimoni di Geova, o no?). Se cristianofobia è usato soltanto dal Papa e da qualche teo-con in piena sindrome d’accerchiamento, la parola islamofobia – come dimostra la copertina qui a fianco – è invalsa anche fra persone che, almeno fino a quindici anni fa, nessuno avrebbe mai potuto accusare di clericalismo. Eppure per quanto le religioni non siano uguali fra loro, il principio è lo stesso. È bene spiegare che essere contro l’Islam non vuol dire essere “contro i mussulmani”, per la semplice ragione che – per fortuna – le persone sono molto più che una sola cosa: possiamo non essere d’accordo con le convinzioni politiche dei nostri amici, senza per questo rifiutarli del tutto. Tanto più che l’Islam è composto di almeno tre cose: la Sunna, quindi il Corano e gli Hadith; la tradizione della legge islamica, la Shari’a; e le persone che ci vivono dentro. Si possono considerare infondate, sessiste, violente, le idee espresse nelle prime due senza estendere questa valutazione a coloro che queste idee decidono di ignorarle.
Anzi, proprio in questa distinzione c’è un grande segno di speranza, tanto che se non ci fosse saremmo perduti. Confido spesso – è ciò che muoveva la mia azione in Palestina, e ciò che la muoverà in futuro – nella quantità di persone, di mussulmani, che vivono con dignità e altruismo nonostante i pessimi insegnamenti che sono dentro a un libro (e una teologia) fra i più sanguinosi e immorali che l’umanità abbia mai creato, che – guarda caso – è molto vicino a quello che penso dei cristiani.
Ah, e buon Ramadan a tutti (gli adulti).
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Per tutti quelli che quando la mamma diceva «mangia piano, sennò non te lo gusti» avevano già capito che è tutto l’opposto.
Per tutti quelli che «allora, Big Mac, senza formaggio, senza salsa, ci puoi aggiungere il bacon? Ah, e la Coca senza ghiaccio. Anzi no, senti, scusa, anche un milkshake».
Per tutti quelli che 5 euro è il vero pranzo proletario.
Per tutti quelli che non hanno mai creduto alle catene di Sant’Antonio sui Nuggets rosa.
Per tutti quelli che supersize me ti voglio vedere se mangi per un mese solo amatriciana pranzo e cena.
Per tutti quelli che hanno l’amico che dice «no, ma non è per questioni politiche, solo che non mi piace».
Per tutti quelli che pensano che sarebbe quasi meglio fosse per questioni politiche.
Per tutti quelli che, in fondo, non gli credono mica a quell’amico lì.
Per tutti quelli che «ci mettono le sostanze chimiche per renderlo così saporito», «appunto!!!».
Per tutti quelli che le lumache c’hanno sempre fatto un po’ senso.
Per tutti quelli che quando leggono “un piacere alimentare dotto” pensano a uno dei sette nani.
Per tutti quelli che «è bianco».
Per tutti quelli che hanno un estratto conto così.
Per tutti quelli che avrebbero rovinato La vita è bella prendendo i funghi fritti fritti fritti.
Per tutti quelli che si commuovono guardando questo.
Per tutti quelli che anche loro sarebbero stati in fila (e, comunque, si commuovono guardando).
Per tutti quelli che quando leggono la targa a Piazza di Spagna (mano sul petto) si sentono tanto fortunati.
Per tutti quelli che “americanata” è una bella parola, ma evviva anche il kebab.
Per tutti quelli che i leghisti ci stanno sui coglioni. Ovunque.
Per tutti quelli che sanno cos’è un hashbrown.
Per tutti quelli che, quando hanno introdotto le insalate, è stato un po’ come quando scopri che la fidanzata ti tradisce.
Per tutti quelli che pensano che la mancia sia una cosa da Ottocento.
Per tutti quelli che la parte migliore di Alta fedeltà è quando lui pensa «a quel punto interruppi la discussione, perché io sapevo a menadito ciascuna delle differenze fra McDonald’s e Burger King».
Per tutti quelli che amano mangiare bene. E la risposta a quello che state pensando voialtri è: «sì».
Mi sono iscritto a Twitter, Giovannifontana era già occupato così ho scelto Distantisaluti. Se siete già iscritti al mio account su Friendfeed non c’è bisogno di iscriversi su Twitter perché quello che non metto qui sul blog, lo metto su entrambi i social network. Se, invece, non siete iscritti a Friendfeed: beh, non sia mai che vi perdiate qualche mio importante contributo al dibattito mondiale! Ecco il link:
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Perché è importante
In questi giorni, per ovvie ragioni, si fa un gran parlare di multiculturalismo. Talvolta, però, c’è un’incomprensione di fondo perché giornalisti e accademici danno per scontato il significato di questo termine, che non è invece così intuitivo. Il multiculturalismo non è, come molti pensano, la presenza di diverse culture in una società. Quello è un dato acquisito. In gioco è, invece, il tipo di relazione che queste culture (e le persone che ci vivono dentro) devono avere fra loro.
Una premessa va fatta: criticare il multiculturalismo è molto facile, i multiculturalisti duri e puri – quelli per i quali anche l’infibulazione, per dirne una, è il prodotto di una società e quindi degno di rispetto – sono pochissimi, e spesso la critica al multiculturalismo viene usata come alibi per non proporre soluzioni davvero alternative. Perché il vero opposto del multiculturalismo è la commistione, il “bastardismo”, ed essere disposti a imbastardirsi a contatto con altri è sempre molto faticoso. Ma a questo ci arriviamo.
Che cos’è
Il multiculturalismo è, in una frase, il rifiuto dell’ideale cosmopolita dell’Illuminismo: la negazione dell’esistenza di un tratto di umanità comune, universalista, che riconosce dignità all’individuo. Viene considerata oppressiva e/o illusoria l’idea che ci siano valori comuni, trasversali a ogni cultura, come i diritti umani, l’intangibilità della persona, le libertà individuali o la parità dei sessi. Al posto della persona, ciò che viene considerato valore è la cultura in quanto tale. Non sono gli individui a dover essere tutelati, quanto le società e il bacino di valori che esse portano.
Per questo il modello multiculturale è quello della non-integrazione, in cui le diverse comunità ricreano i loro distinti ecosistemi senza possibilità di comunicazione. In questo senso, le società vengono considerate come concetti estremamente statici, impermeabili a qualunque cosa e perciò al cambiamento. Il cambiamento endogeno è molto difficile (perché difendendo una società, si difende chi comanda in quella società: generalmente maschi, anziani, eterosessuali); quello esogeno è completamente escluso: e ciò non vuol dire soltanto che un occidentale che critica la condizione femminile in Arabia Saudita è fuori posto, ma che lo è anche un olandese che critica l’assenza di diritti civili in Italia.
C’è un’alternativa?
Causa e conseguenza di questa posizione è la diffidenza nei confronti del potere della ragione e il rifiuto di qualunque idea di progresso. Una società che riconosce i diritti alle donne o agli omosessuali non èmigliore (o più progredita) di una che non lo faccia. In questo senso il multiculturalismo è un’idea intimamente anti-progressista ed endemicamente conservatrice. Chi si oppone a questa idea, invece, sostiene che è possibile identificare un valore di una cultura e questo dipende da quanto essa garantisce la felicità (o la minore sofferenza) agli individui che ci vivono dentro.
Nella pratica, qui in Europa abbiamo due esempî classici di questi modelli in contrasto: il Regno Unito, più tendente al multiculturalismo, dove – specie a Londra – vivono una quantità enorme di comunità diverse, quasi compartimentate fra loro, in quelli che i detrattori definiscono dei veri e proprî ghetti. Anche a livello sociale è favorita la ricreazione degli ecosistemi dei Paesi d’origine, è il caso delle Shari’a Courts. Questo modello di non-integrazione è riconosciuto quasi universalmente come fallimentare, di qui il recente cambio d’approccio. Il problema è che neanche il modello francese, improntato sull’assimilazione al cui cuore c’è la laicità, si è mostrato esente da difficoltà, come le rivolte nelle banlieue del 2005 hanno testimoniato.
Sì, ma non è la polenta
Dov’è l’alibi di cui parlavo? In moltissimi criticano il multiculturalismo proponendo un sistema che, scavando soltanto un poco, gli è esattamente identico. È il caso di Magdi Cristiano Allam o della Lega Nord (o Giuliano Ferrara, o qualunque teo-con). L’illusione è che l’alternativa al multiculturalismo possa essere di due indirizzi: quello identitario e il melting pot. Il primo risponde “focalizziamoci sui nostri valori”, il secondo “mescoliamoci e proviamo a uscirne migliori”. In realtà, la prima di queste risposte – quella che si concentra sulla propria identità – è una risposta fasulla. Perché è proprio il multiculturalismo a essere, per sua essenza, identitario: un multiculturalista e un leghista considerano i diritti umani come valori occidentali, un cosmopolita li considera di tutti. Non è un caso, difatti, che appena sopra Chiasso, la ricetta della Lega diventa squisitamente multiculturale – i diritti delle donne nei Paesi mussulmani? Ognuno fa come vuole a casa propria.
Non so come facciano a non notarlo, ma il concetto che ognuno fa come vuole a casa propria è precisamente quello del multiculturalismo. Per questo trovo intellettualmente scandaloso che Allam produca, come gli capita spesso, un’argomentata critica al multiculturalismo e poi proponga come soluzione – indovinate un po’? – quella di accartocciarsi sulla propria identità. Come si fa a criticare l’impermeabilità delle culture e poi avvinghiarsi alle radici giudaico-cristiane? Come si fa a parlare di valori non negoziabili e poi invocare la reciprocità (allora la libertà religiosa non è un’idea giusta in ogni luogo e in ogni tempo, è soltanto un contratto di scambio)?
Decidere che la polenta è meglio del cuscus perché l’abbiamo inventata noi è una cosa proprio scema, e tradisce quell’ideale di umanità e di fiducia nei miscugli – d’idee, di cose, di persone – che è al cuore dell’Illuminismo. L’unica vera alternativa al multiculturalismo è credere nel potere della ragione: nella forza delle idee e non nel loro contenitore. Ci sono idee migliori di altre, non serve chiedergli la carta d’identità o il certificato di battesimo.
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Ho impiegato un po’ di tempo, in questi giorni, nel leggere diversi stralci e commenti al manifesto di Breivik, ne ho tratto qualche considerazione non risolutiva:
* La cosa che mi ha colpito di più è quanto questo documento assomigli a quelli di Hamas. Naturalmente ha dei tratti in comune con tutte le destre del mondo, ma l’equivalenza con Hamas è davvero notevole. Il suprematismo religioso, l’ultraconservatorismo sociale, il vincolo alla propria – statica – cultura, l’ossessione complottista, la sindrome d’accerchiamento, la fobia per l’invasione, il rifiuto del progresso, lo spregio per omosessuali ed emancipazione femminile etc. Davvero, sostituendo con l’equivalente un paio di parole chiave (Israele, Cristiani, Templari), sembrano scritti dalla stessa mano. Naturalmente, come sottolinea il mio amico Marco, la differenza è nel seguito che Breivik e Hamas hanno.
* In questo senso l’accostamento politico-religioso con Hamas, e soprattutto con l’Hamas più recente, è più preciso che quello con Al Qaida o con altre organizzazioni del fondamentalismo islamico che hanno un progetto prevalentemente religioso. Breivik ha compiuto un’azione prevalentemente politica, mossa dal suo spaventoso progetto di società. Il movente non è stato religioso, almeno non in senso stretto: non in molti l’hanno notato, Breivik non ha ucciso un mussulmano o un immigrato, ma ha ucciso dei ragazzi del partito laburista, come Hamas non uccide gli israeliani perché ebrei ma perché israeliani (naturalmente Hamas è antisemita e Breivik odia mussulmani e immigrati, ma non è la condizione autosufficiente).
* Per onestà, devo riconoscere che il mio primo pensiero “ah, vedi che anche i fondamentalisti cristiani fanno gli attentati!” non era molto accurato. Breivik non è un fondamentalista religioso, almeno non nel senso comune che diamo a questo termine: si definisce più volte una persona che crede in Dio ma “non particolarmente religiosa”, dice di non avere una relazione personale con Cristo, e suggerisce addirittura di aver considerato in passato la religione come un rifugio per persone deboli. Insomma: certamente un cristiano, ma non quello che generalmente intendiamo per fondamentalista religioso. È invece ossessionato dall’ideale identitario della religione (“sono culturalmente, socialmente, identitariamente e moralmente cristiano e perciò mi definisco tale”), come una sorta di nuova etnia (in questo senso, si avvicina di più a un razzista), un Sacro Romano Impero, un’Europa arcirinchiusa sulle proprie “radici cristiane” contro il nuovo impero Ottomano.
Non ho molte conclusioni da trarre da queste osservazioni: continuo a pensarci su.
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Questa faccenda dell’attentatore norvegese sta replicando nella destra tutte le dinamiche che troviamo nella sinistra scema quando c’è qualche attentato terroristico fatto da mussulmani. In qualche modo, la ragione è sicuramente nella percezione di una sorta di contiguità ideale o causale (cioè la causa che si combatte) con l’autore di quell’atto di terrorismo.
È una cosa che dimostra come il dibattito politico sia mosso, con poche eccezioni, dalla partigianeria. Se lo stesso atto deprecabile viene compiuto da un “amico”, la valutazione che se ne dà cambia completamente, non solo vengono date attenuanti, ma si cercano giustificazioni al di fuori del “proprio” bacino d’idee. Insomma, come farsi guidare dalla bandiera, invece che dalla bussola della propria idea.
Così vediamo Borghezio che suggerisce un cui prodest complottista. Visto che Breivik ha idee molto simili alle sue e la strage le ha obiettivamente screditate, allora si sottolineano “le numerose stranezze esecutive” della strage “realizzata da un individuo lasciato agire impunemente da solo” che fanno “molto pensare”. E fanno pensare “alle finalità oscure di quelle forze mondialiste a cui interessa criminalizzare certe idee”. La riconoscete, è precisamente la lingua di quei rintronati dei cospirazionisti (o, più propriamente, clinicamente malati) per i quali gli attentati del terrorismo islamico sono compiuti dalla Cia.
Un altro esempio di piroetta è quella di Magdi Allam, solitamente grande fautore della responsabilità individuale, che sostiene che Breivik fosse esasperato dal multiculturalismo, ed è la società in cui vive che l’ha portato a questo gesto inconsulto. Precise precise le giustificazioni che non accetterebbe mai – a ragione – come giustificazione del terrorismo islamico.
In sostanza, se tu pensi VivaLeMele e non ti piacciono gli AbbassoLeMele, e uno che pensa VivaLeMele come te fa una cosa sbagliata, la spiegazione è nel fatto che sia tutto un complotto di quelli di AbbassoLeMele per screditare VivaLeMele oppure è la diffusione delle idee di AbbassoLeMele ad aver portato un VivaLeMele a compiere quegli atti. In ogni caso, non è mai colpa tua.
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Attraverso un mio contatto su Facebook scopro questo commento dell’aggregatore molto seguito Informare per Resistere, che nel provare a commentare la strage norvegese in chiave anti-israeliana fa uno di quegli autogol che bisogna essere del tutto accecati dall’ideologia per non notare, prima di scrivere una roba del genere.
Cioè: stanno sostenendo che un terrorista (poi, kamikaze?) che lotta per una causa, macchia di violenza e delegittima tutti coloro che combattono, anche pacificamente, per la stessa causa? No davvero, lo dico da volontario che ha lavorato in Palestina, ma sono completamente scemi?
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Questo tipo di giochi linguistici mi diverte molto. Qualche tempo fa avevo imparato a memoria i monovocalici in O (ho l’orto) e in I (vidi i ciclisti) di Gianni Micheloni. Così mi sono appassionato anche a questo racconto allitterato, Silvio’s Super Story, ad opera di Francesco Linguiti, ne riporto una parte ma cliccate sul link per leggere il resto. Anzi: Scopro soltanto sommario stralcio. Se sognate sapere seguito, seguite subito spingendo su “Silvio’s Super Story”
Stati stranieri sghignazzano scrutandoci stupiti: “Sono senza speranza”. Sembrerebbe sufficiente, sebbene, sorpresa sorpresa, seguono scandali sessuali. Soubrette scosciate si scoprono senatrici, segretarie sotto scrivanie si scoprono sottosegretarie. Si sa, Silvio si sdebita spartendo seggi, sebbene smentisca spudoratamente. Sua sposa, stufatasi, si separa. Silvio si scatena: seduce signorine sussurrando “Sono scapolo, sono settantenne, sono soldi”. Scopre squillo Sahariana sedicenne: sono serate straordinarie. Senonché sbirri sgamano suddetta squillo scippare sua socia, subito Silvio sollecita scarcerazione. Stampa si sbizzarrisce.
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