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Ieri ero alla manifestazione. Complice il trovarmi a Roma e l’invito di un amico, ho deciso di andare a vedere – come si dice in questi casi – che aria tirasse. L’aria che tirava, come immaginerete, non era delle migliori. Principalmente era delusione, perché in tanti si rendevano conto che quella violenza avrebbe macchiato la continuazione della manifestazione. Perfino il TG1 ha detto che i violenti erano una netta minoranza.
Poi, certo, c’era chi declinava questo rifiuto della violenza con l’inevitabile stordimento paranoide: «sono gli infiltrati del governo che vogliono screditare la manifestazione». Senza rendersi conto che basterebbe vedere gli assalti ai poliziotti in Piazza San Giovanni per smentire la novella. Ma queste son persone per le quali Carlo Giuliani era un infiltrato, persone che non riescono a capire che la propensione alla violenza è fatta di cerchi concentrici: nel cerchio più esterno c’è la maggioranza di manifestanti più pacifici, un poco più all’interno ci sono quelli che fermerebbero – se potessero – il violento ma non lo consegnerebbero alla polizia, ancora più all’interno quelli che non lo fermerebbero perché simpatizzano, e via via fino ad arrivare nel cerchio più centrale dove ci sono questi qui.
E la chiave di questo equivoco è nel dogma della nonviolenza, su cui (e su molto altro) consiglio le magistrali riflessioni di Luigi Castaldi. L’idea è che “se fanno violenza non possono essere dei nostri, non possono avere i nostri stessi obiettivi”. Naturalmente non è vero. Ma il problema più grande sono proprio quegli obiettivi, o l’assenza di obiettivi a fronte di una “rabbia” diffusa. È una questione che a parer mio durerà nel tempo molto più delle cicatrici create dal casino – se non altro perché ne sono la causa –, non la violenza che ha divelto l’attenzione dai contenuti, ma l’inconsistenza di quei contenuti a confronto di una genericissima, ma fortissima, rabbia/insoddisfazione/siamo-stufi. Gli è quasi andata bene, a quei contenuti, del non avere attirato l’attenzione.
È possibile che questo fenomeno sia inevitabile in una manifestazione (ma allora perché farle?), ma le uniche due trame propositive con una qualche concretezza erano il socialismo reale (tanti, tantissimi comunisti, rifondazione comunista, alternativa comunista, partito comunista dei lavoratori: ma dove erano finiti?) e il primitivismo (“torniamo al baratto”, ma detto sul serio). Oltre a questo un’enorme quantità di gente con le idee molto poco chiare – a un certo punto si è messo a discutere con noi un signore che ha spiegato «io so’ anarchico, anarchico nel senso di boia-chi-molla-è-il-grido-di-battaglia», mostrando poi l’aquila romana tatuata sull’avambraccio. C’erano i notav e i no alla tessera del tifoso.
Tantissime persone, tantissimi cartelli che dichiaravano di essere stufi, di non farcela più. Di cosa non era comprensibile. Come risolvere queste fantomatiche cose ancora meno. Una gigantesca vacuità in cui l’unico bersaglio che s’intravvedeva era, forse, “la finanza”, accusata nella maniera più stupida e disinformata (io ho discusso per larga parte della manifestazione, con un ragazzo – certamente una brava persona – con scritto “odio il signoraggio” sulla fronte, che riceveva fotografie sorrisi e ammiccamenti).
Insomma, la mia impressione “a caldo” è che ci siano due brutte notizia. La prima è che, inevitabilmente, con questa stanchezza – con la generica indignazione – bisognerà necessariamente confrontarcisi, perché quelle persone sono una rilevante fetta della società. La seconda è che, purtroppo, quella stessa fetta di giovani non ha nessuna concretezza propositiva – non il welfare, non la meritocrazia, non la riforma dei privilegi generazionali – e non è perciò disposta (o in grado) di aiutare a risolvere i problemi che ingenerano quella rabbia. Siamo sempre lì, non c’è niente che vada oltre il proverbiale: “replace capitalism with something nicer”. D’altra parte, se non ci pensano loro, se non ci pensiamo noi giovani, non ho proprio idea di chi ci possa pensare, quantomeno in Italia.