E, purtroppo, ha ragione

In una discussione sull’utilizzo di mezzi violenti o illegali nelle manifestazioni in democrazia, Luigi Masala ha preziosamente elaborato in maniera lineare e rigorosa un concetto che molti di noi hanno rincorso in questi giorni, senza tuttavia riuscire a esprimerlo con tale semplicità.

Naturalmente, riproponendolo, lo astraggo dalla discussione e dall’immediato interlocutore a cui si riferisce. Non è quello il punto, come non lo è mai. Ma è importante rilevare in modo chiaro il perché usare dei mezzi prevaricatorî – sceglierei questa definizione, più che violento/illegale – nei confronti di diritti altrui sia eticamente sbagliato, proprio a cominciare dal livello filosofico:

Nel dire [che alcuni mezzi prevaricatorî sono ammissibili], forse, non ti accorgi che stai dicendo che la democrazia, per te, non conta.

Nel ribellarsi a una forma veramente autoritaria di governo (vedi il caso della Cina) ha senso che si possa agire in tal modo, perché i canali attraverso cui la tua volontà può contribuire pacificamente alla determinazione del processo decisionale sono “ostruiti”. Se, invece, qualcuno lo fa in un paese democratico, nel quale il cittadino ha degli strumenti per incidere sul processo decisionale pubblico ben inseriti in un sistema di checks and balances, è perché non vuole dare alla propria opinione lo stesso peso di quella di un qualunque altro cittadino, ma vuole usare la forza per contare di più.

E, purtroppo, ha ragione: la sua opinione peserà di più di quella del povero pensionato a cui è stata bruciata la macchina, peserà di più di quella del fruttarolo cui ha devastato il negozio. A te piace che sia la legge del più forte a determinare il tuo futuro?
Se sì, buon per te, ma ricordati che – prima o poi – uno più grosso e cattivo di te lo incontri sempre.

Shalit

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Avendo parlato così tanto della questione israelopalestinese so di essere in qualche modo condannato a commentare ogni evento di qualche rilievo che accade in quelle zone, anche il più deprimente. Non è una cosa che mi pesa, perché – si capisce – è un tema a cui tengo. La cosa che pesa, invece, è avere un’opinione più deprimente di quella che hanno gli altri. Avevo iniziato questo post ieri, poi ne avevo un po’ abbastanza del mio stesso pessimismo, e perciò avevo cancellato il post. Poi un paio di lettori, Luca e Marta, mi hanno chiesto cosa ne pensassi. E vabbè, riprendo dalle trash il post che cominciava così:

Inevitabilmente ci si appassiona, e si compatiscono, le vicende umane. Ma la liberazione di Shalit non è certo un “segno di pace” come leggo in giro. L’esercito israeliano ha fatto del “non lasciamo indietro nessuno” il proprio segno distintivo. Ne va della loro coesione, della motivazione dei soldati di Tzahal. Questa è la principale ragione della disposizione a pagare il prezzo di uno a mille.

Però, al di là della personale vicenda di Shalit, non vedo proprio come la pace – in alcun modo – possa guadagnarne.

– Ne guadagna il governo più a destra della storia israeliana, il governo Netanyahu, che per quanto diviso sulla questione, può aggiungere un elemento in più alla propria vocazione populista.
– Ne guadagna in opinione pubblica anche Hamas, un’organizzazione fondamentalista islamica che gestisce Gaza in maniera dittatoriale.
– Ne perde Fatah, un’organizzazione politica certamente non immacolata, ma unico attore della regione (fa eccezione il ritiro da Gaza di Sharon) ad aver fatto serî passi verso la pace nell’ultimo decennio.
– Ne guadagna la possibilità che ci siano altri rapimenti di israeliani, visto il successo che ha avuto questa operazione dal punto di vista militare (ed è questo che interessa alle milizie).
– Ne perde la condizione umana delle persone a Gaza, visto che delle due richieste fatte inizialmente agli israeliani per la liberazione di Shalit – il rilascio di prigionieri e la fine del blocco navale – è stata ottenuta quella politica e non quella umanitaria.
– Ne guadagna la possibilità che ci siano altri attentati, data la liberazione di moltissime persone condannate per atti di terrorismo, in molti casi ben propense a commetterne degli altri.

Non vedo, davvero, come questo possa costituire un passo verso la pace. Se mi dite che sbaglio mi fate un favore.

Poesia

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Testa di cazzo che ti frapponi
lì davanti all’autoblindo
così che i tuoi compari possano
sfasciare la testa ai poliziotti,
quei poliziotti che io pago
perché siano diversi da te:
mi fai schifo
perché sei il mio parassita.

Testa di cazzo, tu ti frapponi
perché sai che lui non t’investirà.
E lo sai perché io m’incazzerei,
e tanti altri come me,
se lui ammazzasse
anche un testa di cazzo come te.
Hai bisogno di me
e perciò sei il mio parassita.

Testa di cazzo, ti frapponi
perché dici che sei in guerra,
ma se fossi in guerra
tu saresti già morto.
Disprezzi la democrazia
ma se non fosse per quella
tu saresti già morto
come le idee che hai in testa.

Testa di cazzo, ti frapponi.
E nel frapporti fai il verso,
tu che sei un vigliacco e un violento,
a quella foto coraggiosa e nonviolenta
che ha vergogna di te.
Hai perso:
continuerò a non volere teste sfasciate,
neanche quelle di cazzo come te.

I contenuti della manifestazione

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Ieri ero alla manifestazione. Complice il trovarmi a Roma e l’invito di un amico, ho deciso di andare a vedere – come si dice in questi casi – che aria tirasse. L’aria che tirava, come immaginerete, non era delle migliori. Principalmente era delusione, perché in tanti si rendevano conto che quella violenza avrebbe macchiato la continuazione della manifestazione. Perfino il TG1 ha detto che i violenti erano una netta minoranza.

Poi, certo, c’era chi declinava questo rifiuto della violenza con l’inevitabile stordimento paranoide: «sono gli infiltrati del governo che vogliono screditare la manifestazione». Senza rendersi conto che basterebbe vedere gli assalti ai poliziotti in Piazza San Giovanni per smentire la novella. Ma queste son persone per le quali Carlo Giuliani era un infiltrato, persone che non riescono a capire che la propensione alla violenza è fatta di cerchi concentrici: nel cerchio più esterno c’è la maggioranza di manifestanti più pacifici, un poco più all’interno ci sono quelli che fermerebbero – se potessero – il violento ma non lo consegnerebbero alla polizia, ancora più all’interno quelli che non lo fermerebbero perché simpatizzano, e via via fino ad arrivare nel cerchio più centrale dove ci sono questi qui.

E la chiave di questo equivoco è nel dogma della nonviolenza, su cui (e su molto altro) consiglio le magistrali riflessioni di Luigi Castaldi. L’idea è che “se fanno violenza non possono essere dei nostri, non possono avere i nostri stessi obiettivi”. Naturalmente non è vero. Ma il problema più grande sono proprio quegli obiettivi, o l’assenza di obiettivi a fronte di una “rabbia” diffusa. È una questione che a parer mio durerà nel tempo molto più delle cicatrici create dal casino – se non altro perché ne sono la causa –, non la violenza che ha divelto l’attenzione dai contenuti, ma l’inconsistenza di quei contenuti a confronto di una genericissima, ma fortissima, rabbia/insoddisfazione/siamo-stufi. Gli è quasi andata bene, a quei contenuti, del non avere attirato l’attenzione.

È possibile che questo fenomeno sia inevitabile in una manifestazione (ma allora perché farle?), ma le uniche due trame propositive con una qualche concretezza erano il socialismo reale (tanti, tantissimi comunisti, rifondazione comunista, alternativa comunista, partito comunista dei lavoratori: ma dove erano finiti?) e il primitivismo (“torniamo al baratto”, ma detto sul serio). Oltre a questo un’enorme quantità di gente con le idee molto poco chiare – a un certo punto si è messo a discutere con noi un signore che ha spiegato «io so’ anarchico, anarchico nel senso di boia-chi-molla-è-il-grido-di-battaglia», mostrando poi l’aquila romana tatuata sull’avambraccio. C’erano i notav e i no alla tessera del tifoso.

Tantissime persone, tantissimi cartelli che dichiaravano di essere stufi, di non farcela più. Di cosa non era comprensibile. Come risolvere queste fantomatiche cose ancora meno. Una gigantesca vacuità in cui l’unico bersaglio che s’intravvedeva era, forse, “la finanza”, accusata nella maniera più stupida e disinformata (io ho discusso per larga parte della manifestazione, con un ragazzo – certamente una brava persona – con scritto “odio il signoraggio” sulla fronte, che riceveva fotografie sorrisi e ammiccamenti).

Insomma, la mia impressione “a caldo” è che ci siano due brutte notizia. La prima è che, inevitabilmente, con questa stanchezza – con la generica indignazione – bisognerà necessariamente confrontarcisi, perché quelle persone sono una rilevante fetta della società. La seconda è che, purtroppo, quella stessa fetta di giovani non ha nessuna concretezza propositiva – non il welfare, non la meritocrazia, non la riforma dei privilegi generazionali – e non è perciò disposta (o in grado) di aiutare a risolvere i problemi che ingenerano quella rabbia. Siamo sempre lì, non c’è niente che vada oltre il proverbiale: “replace capitalism with something nicer”. D’altra parte, se non ci pensano loro, se non ci pensiamo noi giovani, non ho proprio idea di chi ci possa pensare, quantomeno in Italia.

Il quorum di ieri: clinicamente si definisce dissonanza cognitiva

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A me di questa ennesima bega di Paese non importa nulla, ma proprio nulla. Però mi sembrate tutti ubriachi, sì dico a voi.

Non so se vi ricordate: il 12 e 13 giugno abbiamo votato quattro referendum. Moltissime persone – moltissimissime, quasi tutte – hanno spiegato con severità che far saltare il voto per il mancato raggiungimento del quorum è una cosa meschina, scorretta e da manigoldi. Anche se si considera importante la materia, e anche se si pensa che il voto sarà sfavorevole, bisogna rispettare le regole e partecipare alla votazione: è sbagliato sfruttare il raggiro della norma che richiede la presenza di un numero legale del 50% dei votanti perché la votazione sia valida.

Ieri, precisamente quattro mesi dopo:

– PD, UDC, IdV e FLI  hanno deciso di utilizzare il raggiro di cui sopra, comportandosi in maniera meschina, scorretta e da manigoldi per far cadere il governo “creare imbarazzo” al governo.
– I radicali, invece, hanno deciso che “bisogna rispettare le regole e partecipare alla votazione: è sbagliato sfruttare il raggiro della norma che richiede la presenza di un numero legale del 50% dei votanti perché la votazione sia valida”.

Indovinate le moltissime – moltissimissime, quasi tutte – persone con chi se la sono presa: con PD, UDC, IdV e FLI? No, con i radicali.

Che bravo

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Il miglior giornalista al mondo si chiama Christopher Hitchens ed è malato di cancro.

Una bambina di 8 anni, che lo ascoltava per la prima volta a una conferenza, è fuggita dalla propria madre, ha raggiunto “l’uomo del microfono” ed è riuscita a fare una domanda: «che libri mi consigli di leggere?». Hitchens ha risposto alla bambina che avrebbe dedicato un po’ di tempo alla fine della conferenza per rispondere a questa sua domanda.

E così, senza dimenticarsi, alla fine dell’incontro Hitchens si è fermato a un tavolo appena fuori dalla sala e ha avuto una conversazione di una quindicina di minuti con questa bambina, Mason Crumpacker.

La lista – può essere utile a tutti i genitori, anche se è ovviamente anglofona – spazia molto: dai miti greci e romani (raccolti da Robert Graves), a Chaucer e Shakespeare, fino a Dickens. Poi The Magic of Reality, e Infedele di Ayaan Hirsi Ali (un libro molto caro a questo blog).

Questa la nota di ringraziamento scritta dalla bambina:

Caro Signor Hitchens,

Grazie per la sua gentilezza e grazie per i meravigliosi libri che mi ha consigliato così che possa pensare con la mia testa. Grazie anche per aver dato importanza alla mia domanda. Quando le parlavo mi sono sentita importante perché lei mi ha trattato come un’adulta. Mi sento molto fortunata di averla incontrata. Penso che più bambini dovrebbero leggere libri. E penso anche che tutti gli adulti dovrebbero essere onesti con i bambini come lei con me. Per il resto della mia vita ricorderò e conserverò con affetto il ricordo del nostro incontro, e proverò a continuare a fare domande.

Mason

P.s. Penso che comincerò con I Miti di Robert Graves

 

Non esistono innocentisti

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Fra ieri sera e stamattina ho letto le cose peggiori riguardo all’assoluzione di Knox-Sollecito. Tantissima gente che, come scrive Nazzi, “vuole vedere altre persone marcire in carcere, al di là delle prove, dei ragionevoli dubbi, delle evidenze scientifiche. Hanno il cappio in mano, e non sanno niente”. E poi ho letto di altri che – con piglio più terzista – scrivevano dell’Italia guelfa e ghibellina, e si lamentavano di questa nuova spaccatura della società italiana per adesione fideistica al partito dei colpevolisti o degli innocentisti. Non sembra, ma fanno entrambi lo stesso errore: quello di pensare che il punto sia se x e y sono colpevoli o innocenti.

Per una coincidenza – per un periodo sono stato all’AP, un’agenzia di stampa americana – Perugia è l’unico fatto di cronaca di cui so per bene le cose, e posso dire che non esiste il partito degli innocentisti. Esiste il partito dei colpevolisti, quelli delle persone che scrivono queste cose. Quelli della persona che “trovandoti in una città non tua, ti sei sentita in diritto/dovere di andare in una piazza a gridar vergogna per una assoluzione”. Per queste persone ciò che conta è la loro opinione. E la loro opinione è che – come lo erano Rosa e Olindo, come lo era Annamaria – Knox e Sollecito fossero colpevoli. In questo si esaurisce la loro valutazione. E perciò, utilizzando soltanto questo piano, ignorano completamente il fatto che, se anche avessero ragione questo non conterebbe nulla. Nulla.

Quelli che invece consideravano sacrosanta l’assoluzione non sono innocentisti, perché non è questo il punto. Ed è quello che tanta gente non capisce: la questione non è se fossero colpevoli o no, la questione è che non ci sono le prove che lo fossero. Nient’altro. Questo deve esaurire la questione. Questo rende del tutto irrilevante l’opinione personale sulla colpevolezza di “Amanda e Raffaele”. Perché non possiamo buttare al cesso lo stato di diritto e mandare in galera millemila innocenti in cambio della carcerazione di due ragazzi, fossero anche davvero colpevoli.

Ipotesi di lavoro

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Non c’entra in un twit, quindi la domando qui. Ipotizziamo che domani succeda questo:
1) Maurizio Gasparri scrive sulla rubrica satirica di pdl.it che Vasco Rossi è un vecchio bavoso tossicomane.
2) Vasco Rossi querela Berlusconi per ciò che è scritto su pdl.it
3) Berlusconi, per protesta, chiude completamente il sito accusando (bugiardamente, poi rettificando) Vasco Rossi di essere il colpevole di questa chiusura.

Cosa ne penseremmo noi?

[Non sosterremmo che Berlusconi avrebbe dovuto aspettare che :
4) Il giudice chiamato a valutare stabilisca che ciò che Gasparri ha scritto non è diffamatorio
La famosa fiducia-nell’operato-della-magistratura e tutto]

C’è sempre uno più puro che ti epura

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Beppe Grillo ha fatto un post delirante e fascista in cui accusava il Fatto Quotidiano di qualunque cosa succeda nella Via Lattea. Marco Travaglio, che sul Fatto scrive e ha contribuito a fondarlo, ha preso la – non solo legittima, ma sacrosanta – decisione d’interrompere la sua rubrica settimanale con il blog, chiamata Passaparola, in cui dava per scontata la malafede di qualunque persona e di qualunque scelta personale: come sappiamo, sono tutti dei venduti.

Sono andato sul blog di Grillo per vedere se, almeno questa volta, in cui a essere bersaglio delle calunnie di Grillo era uno considerato incorruttibile, quelle persone avessero aperto gli occhi rispetto ai metodi grilleschi.

Un commento, attualmente il più votato, interpretava così la notizia:

“Marco ha deciso di interrompere Passaparola.”

e ‘sti cazzi ce lo vogliamo mettere?
glielo avranno imposto per fare “Comizi d’amore” e lui, come tutte le anime pie che si vendono, si è venduto.
amen.

Forse condizionato dalla chiusa biblica del commento, il mio pensiero è stato altrettanto biblico (Osea 8, 7). Chi ha seminato vento raccoglierà tempesta.

EDIT: Travaglio ha negato qualunque collegamento fra le due cose. Ritiro perciò la mia difesa delle sue ragioni. Raddoppia, invece, la considerazione che a seminare il pensiero sospettoso e malfidente se ne finisce vittime: non ci può essere niente d’innocente. Non soltanto una critica è per forza motivata dalla corruzione e non da legittime ragioni, ma la corruzione c’è anche quando quella critica non c’è.

Di tutto e di più

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Ogni tanto qualche mio amico me lo chiede, così la metto qui per ricordarmela – ecco perché non potrò mai votare per Di Pietro:

[x e y] portano avanti battaglie libertarie per cui si può fare tutto e di più: si può fumare spinelli, inveire con il Padreterno, abolire le carceri. Un modo di vivere per me inconcepibile in una democrazia occidentale.

Fumare spinelli, inveire con il padreterno e abolire le carceri. Non c’è più morale, contessa.

Grazie a Guido