Martedì 5 agosto / sera

Pampini – Diario dalla Palestina 29

È incredibile come qui i bambini siano lasciati in libertà, una battuta sarcastica sarebbe: «tanto ne hanno così tanti che uno più uno meno…» (6 figli sono la norma, 10 non sono straordinari). Però la verità è che funziona, o così pare. Quando ci sono le uscite, per i mercati affollati, nessuno si preoccupa, se il gruppo di bambini si disperde, nessuno sta a contare che ci siano tutti. Fanno cose pericolosissime, si arrampicano su staccionate belle alte, prendono in mano fili spinati, cose per cui le mamme italiane morrebbero di crepacuore. E non si fanno mai male

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Potrebbe avere a che fare con questa inclinazione alle cose pericolose il fatto che l’unica parola araba che mi è entrata nella testa – e da almeno 5 giorni – è “no”, la. Alle altre parole ci devo pensare, o comunque devo scegliere di usarle. La, invece lo dico automaticamente, è la prima cosa che mi viene, anche se sto parlando in italiano o inglese, più volte mi è capitato che mi scappasse un «la». Sarà che lavoro con i bambini particolarmente scapestrati (vivaci, direbbe un’insegnante con gli occhiali, e un po’ trombona), sarà che con tutte le cose che ti offrono – ovunque tu vada – è assolutamente necessario dire di no, perché alla prima esitazione sei ricoperto di cibo, regali, profferte, sarà quel che sarà, ma quando è la è la.

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Tesi, antitesi e sintesi. I bambini hanno detto che Giovanni è troppo difficile, e mi hanno chiesto se ho un soprannome, invitandomi a nozze perché farmi chiamare Paco mi piace, e piace anche a loro, sembra. Così mi chiamano Paco, anzi Baco, perché la p e la b in arabo si confondono: non sono stato a spiegar loro che baco, in italiano, è un’altra cosa.

Martedì 5 agosto / mattina

Eterogenesi dei fini – Diario dalla Palestina 28

Ho visto un barbone palestinese – non ne avevo visti di barboni palestinesi, avevo visto dei barboni israeliani, ma nessuno in Palestina. Era una serata particolarmente ventosa ieri, e Betlemme è abbastanza alta. Questo senzatetto ha raccolto i suoi cartoni, ha scavalcato stancamente la recinzione tutt’altro che sorvegliata, ha sdraiato le sue “coperte” contro quei piloni alti e grigi proprio dove c’era un graffito che diceva “Jesus will tear down this wall”, e si è messo a dormire. Acquattato sul muro, così, al riparo dal vento.

Lunedì 4 agosto

Dalla parte del più forte – Diario dalla Palestina 27

Ieri ero in un covo, c’era tutta questa gente molto multiculturale, molto europea, tremendamente occidentale, che faceva a gara a chi era più rispettoso delle culture altrui, dei soprusi altrui. Dopo molto tribolare una greca ha detto con una voce da perfetto film di Verdone che lei rispettava questa cultura, e se le donne non potevano fumare per strada lei mica avrebbe giudicato negativamente, avrebbe rispettato questa cultura;

Dopo molti pareri di questo tipo una voce per molto tempo repressa – la mia – ha squarciato il silenzio: «saranno molto contente che tu rispetti la loro cultura, le donne che subiscono questo sopruso, ti saranno certamente molto grate per il tuo mellifluo* rispetto» ho detto «ma vi rendete conto di quanto siete irrispettosi con il vostro supposto rispettare, che vuoldire rispettare solamente la legge del più forte, e voltare le spalle ai più deboli – le donne, gli omosessuali, le minoranze. Vi rendete conto di quanto siete razzisti a porvi su di un piano morale diverso, permettendo a chi è in un’altra cultura cose che non permettereste mai, mai, a voi stessi, ai vostri amici, ai vostri connazionali? Quanto lo siete a ragionare in termini di responsabilità collettive, a considerare vostra la cultura dei diritti alle donne, della libertà della scelta, e invece cultura degli altri – inevitabilmente inferiori, da trattare quali bestie da lasciar sfogare – quella dei soprusi, del maschilismo, dell’omofobìa?».

Walla, giuro: ci sono stati 15 secondi in cui nessuno ha detto nulla, quindici secondi di silenzio assoluto; poi una ragazza ha timidamente accennato, quasi sussurando «io non sono d’accordo». Nient’altro, e tutti gli altri zitti.

*no, in realtà mellifluo non l’ho detto – poi mica lo so com’è in inglese – ma era solo per fare piacere a Filippo.

Sabato 2 agosto / sera

Solo qui (cit) – Diario dalla Palestina 26

Uno di quei bei post incoerenti che tanto garbano alla diciottenne sorella.

Ho visto il mio primo poligamo dichiarato in vita mia. Dici, ne senti parlare, spesso si argomenta, ma effettivamente – ci ho pensato – non ne avevo mai visto uno, di uomini sposati con più di una donna. E invece capita anche questo, in Palestina.

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Cingolati: ecco un’altra cosa che non avevo mai visto, sulla strada vicino al centro si vedono i segni dei carri armati israeliani, perché quella è la strada che usa(va)no nelle incursioni, sono segni belli tosti: ai buchi delle pallottole, che effettivamente dovrebbero suscitare più angoscia, ci si è più abituati, i segni dei cingoli – invece – fanno un certo effetto.

Volevo far la foto, ma non vengono bene.

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Un’altra cosa che mi ha stupito, ricordo di essermi stupito – quasi scioccato – quando ho saputo che fino a qualche tempo fa sulla carta d’identità israeliana c’era scritto “ebreo” per gli ebrei. Certo, non è che non lo sanno se sei mussulmano, arabo, basterebbe anche il nome, ma il fatto di avercelo scritto sulla carta d’identità ha un connotato simbolico molto forte. Menomale che non c’è più.

Invece in Palestina c’è. L’ho scoperto oggi. Si diceva che, appunto, la religione è un fatto identitario e – appunto – per nulla personale, per nulla religioso? Ecco, non solo se nasci cristiano sei cristiano, non solo è un fatto d’identità, ma ce l’hai scritto sulla carta d’identità, cristiano o mussulmano. Effettivamente di conversioni non ne ho mai sentito parlare. «Hai mai provato a dire che sei ateo?» mi ha chiesto un amico franco-indiano-palestinese «non ti crederebbero, sei italiano, quindi sei cristiano. E basta.»

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Infine due foto, un po’ particolari – anche queste solo in Palestina.

Un bambino palestinese con il cappello dell’esercito israeliano:

israrmi.JPG

E un passo carrabile un po’ particolare:

passo-carrabile.JPG

Sabato 2 agosto / mattina

Come nuvole – Diario dalla Palestina 25

Ieri abbiamo letto la favola della cicala e la formica, poi abbiamo chiesto cosa pensassero della formica, cosa pensassero della cicala, e cosa pensassero del narratore, di de la Fontaine: lui per chi parteggiava? Tutti hanno evidenziato che effettivamente il narratore era dalla parte della formica, ma c’erano molti dubbi su cosa pensare del resto.

Poi ho letto loro, traducendolo dall’italiano all’inglese, e poi in arabo attraverso Ahlam, la lettera di Gianni Rodari Alla formica che fa:
Chiedo scusa alla favola antica
se non sto dalla parte della formica
Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende, regala

Poi, allora, abbiamo chiesto loro di raccontare una storia breve, cosa sarebbe successo nell’inverno secondo Rodari, prima di leggere la vera versione: abbiamo spiegato loro che il titolo era “rivoluzione”. È sintomatico dell’ambiente in cui si trovano a vivere, che alcuni non sapessero cosa significa rivoluzione, che lo considerassero un sinonimo di guerra.

Sono venute fuori delle versioni carine, Mariana ha detto che la cicala se l’era cavata nell’inverno grazie all’elemosine raccolte in una scatola durante l’estate, e che anzi aveva offerto riparo alla povera formica che aveva finito le provviste, e che ciò era servito a quest’ultimo da lezione. Sawsan, ancor meglio, ha raccontato che la formica e la cicala avevano redatto e firmato un contratto per cui la cicala avrebbe allietato le giornate della formica, la quale in cambio avrebbe spartito con lei le provviste. Ahlam ha commentato che quest’ultima era una conclusione molto mediorientale.

Questa invece la Rivoluzione di Rodari:
Ho visto una formica
in un giorno freddo e triste
donare alla cicala
metà delle sue provviste.

Tutto cambia: le nuvole,
le favole, le persone…..
La formica si fa generosa…..
E’ una rivoluzione.

Tutto cambia, speriamo.

Venerdì 1 agosto

Potere alla parola – Diario dalla Palestina 24

Oramai ho imparato quelle poche parole dell’arabo parlato (se parli arabo classico ti guardano male) che servono per avere prezzi da locali, e non da turisti.

Sì, dell’arabo parlato, o meglio dell’arabo “di strada” nella vecchia Palestina mandataria pre spartizione franco-britannica, insomma l’arabo che si parla anche in Libano, Siria e Giordania: in Egitto no, quello è un altro continente. Questo che è sempre stato un argomento dei sionisti per sostenere che non ci fosse mai stato un popolo “palestinese” e una nazione chiamata Palestina. Che il nome “Palestina” sia stato inventato dai romani in spregio agli ebrei, etc. Ovviamente la verità è nel mezzo, ma è curioso che in conversazioni informali questo dato sia sempre raccontato (quando dico che voglio imparare il palestinese, mi dicono sempre «non esiste un palestinese, è l’arabo di strada!»), ma poi negato quando la discussione si faccia politica.

Hai imparato l’arabo dunque, anzi l’arabo di strada? No, in due settimane e con quel tanto di pigrizia, figuriamoci: ho imparato quelle poche parole utili. Una cosa che mi piace molto, ed è un po’ strana per un europeo è che qui, ovunque tu vada, non soltanto saluti (cosa scontata in Francia almeno nei negozi, ma non in Italia) ma chiunque ti chiede come stai: entri in una farmacia per comprare un ciuccio? il farmacista ti chiederà «come stai?». Ovviamente immagino che le risposte siano abbastanza standardizzate, e difficilmente si dirà al farmacista che va male perché la tua fidanzata guarda troppo nuur – la telenovela – e non si dedica a voi (ma non ci giurerei), però il concetto non mi dispiace.

Questo fatto ha poi un effetto collaterale abbastanza divertente, ovvero che basta imparare come si dice e come si risponde a «come stai?», per essere creduto uno che parlicchia l’arabo. Anche se sai soltanto quelle due parole.

Conversazione tipo:
Io – Marhaba (ciao) ((anvedi, te saluto n’arabbo))
Negoziante – Masa el kheir (buona sera) ((certo che a me me pari proprio’n turista))
Negoziante – Kif halak (come stai?) ((vedemo se ce lo sai parlà davero l’arabbo))
Io – Quays/variantegaggiahamdulillah (bene/nacifrabene) ((tiè, hai visto come j’ammollo n’arabbo?))
Negoziante – – (-) ((‘mazza sto qua l’arabbo ce lo sa))
Negoziante – Hal taarfi lloha al arabìa? (ah, parli arabo) ((ah vabbè sei di’i nostri?))
Io – Shuai Shuai (un pochetto) ((in realtà so solo ste du’ parole ma tu nun ce lo sai))
Io – Khadish ada (quanto costa questo) ((mo me devi fa er prezzo de li ‘bboni)
Negoziante – talata shekel (3 shekel) ((vabbè, se sei dei nostri mica te posso fregà))

Dice, e com’è questo prezzo de li ‘bboni, ecco, ho scoperto che qui non esiste assolutamente economia di mercato, i prezzi sono assolutamente fissati, che sia un supermercato o un chioschetto di periferia qualsiasi alimento o oggetto costa lo stesso, quelli che vengono da israele costano un po’ di più, ma ovunque li si compri il prezzo è il medesimo, senza alcuna concorrenza.
Anche per i turisti il prezzo è lo stesso, ed è la cifra che arrotondata si avvicina di più al 250%, se una cosa costa 3, 4 o 5 shekel, ai turisti costerà 10 shekel.

Shekel, sì: scontato per chi c’è stato, non per gli altri – lo sapete che in Palestina, perfino a Gaza, si usa la moneta israeliana con tanto di magen david su essa?

Giovedì 31 luglio

Un tocco di perfidia – Diario dalla Palestina 23

Qui è tutto un dirmi «accidenti che bravo che sei», questo-ti-fa-onore, e simili. Insomma sto facendo la figura del santo: è giunto il momento di sfatare questa nomea. Praticamente succede questo, qui la bicicletta la usano soltanto i bambini e i ragazzetti. Ahlam, l’educatrice che lavora con me, mi ha spiegato che a 14 anni il padre le ha tolto la bici dicendole che non era più il momento di giocare, e che ora doveva essere una donna. Ha aggiunto lei: «il problema è che se vado in bici pensano che non abbia soldi per permettermi di meglio». Attenti osservatori l’hanno sentenziato essere un atteggiamento molto mediorientale.

Per le strade di Betlemme, anche in pieno centro del pieno mercato, si incontrano un sacco di bambini in bici, non so il perché ma si divertono a terrorizzare i turisti puntandoli e scartando all’ultimo cosicché i poveri malcapitati si prendano un colpo. È comunque una pratica molto comune perché mi era già capitata una mezza dozzina di volte in due giorni di bici, allora ho preso contromisure.

Io giro in bici un po’ ovunque, potrei dire che è quasi una mia protesi extra-corporea, e quindi ho una certa maneggevolezza con essa: insomma, succede che questi fanno per puntarmi contro, e io acquisto una faccia ferma e risoluta, quasi da killer (la variante è l’urlo di qualcosa di insensato in italiano tipo «la donna è mobile!!!», «qual piume al vento!!!» o «sopra la panca!!!») e faccio finta di mirarli io per primo – insomma, succede che alla fine sono sempre loro a sterzare per primi. E quando mi giro e li saluto in arabo vedo che si sono presi un bel colpo, ma – forse per lo scampato pericolo – non sono mica arrabbiati, e un paio di volte m’hanno persino chiesto di rifarlo!

Qui sembra tutto un gioco. Magari.

Mercoledì 30 Luglio / sera

Treffoto – Diario dalla Palestina 22

In tutti gli incastri e i subbugli di cose, ci sono tre foto che mi erano rimaste accantonate e che però mi piacevano, un draft in tutti i sensi (che non la capirà nessuno) – vale la pena d’ingrandirle tutte, basta un click.

Il più classico dei giochi, dopo il gioco delle sedie (fatto anche quello), qui non lo conoscono: ebbene a mosca cieca si divertono un casino, e ridono tutti ma io ho veramente un’espressione da serial-killer:
cane-001.jpg

La moschea di Omar, quella che si affaccia sulla Piazza della Mangiatoia, che è anche il centro di Betlemme, oltre che la piazza della chiesa della natività, è controllata da Hamas. A parte le preghiere urlate dagli altoparlanti alle 4 di mattina c’è da registrare la chiusura al traffico della piazza, con l’esclusione del venerdì (per permettere ai fedeli mussulmani di andare alla moschea) e la domenica (per i cristiani che vanno alla chiesa). Dice, e questa foto che sembra un marciapiede di Milano dove allestiscono le moschee negli scantinati? Questi qui sono i Salafiti, sembra che a loro la direzione di Hamas proprio non vada giù – troppo moderati quelli lì – e allora si riuniscono in un vicoletto dietro la moschea, per farsi il loro rito più duro e puro:
salafiti.JPG

Avevo detto dei tanti foglietti che spargo scrivo e cospargo, questa è la mia scrivania così com’è normalmente, senza che io abbia rassettata in alcun modo per favor di telecamera (vabbè dài, un po’ sì):
scrivania.JPG

Reperto A: Primo foglietto della caccia al tesoro di domani: non c’erano tutti, quindi mi hanno chiesto di rifarla, ovviamente meglio.
Reperto B: Forbici, servono per lavorare domani – la fine della caccia al tesoro!
Reperto C: Una lettera!
Reperto D: Giochini.
Reperto E: Disegno di un capitolo di un romanzo che stiamo leggendo, ogni capitolo un disegno, e poi ognuno farà il proprio film.
Reperto F: Schede per la lezione d’italiano di sabato, visto che c’è un negoziante di souvenir che vuole imparare l’italiano, ed è tanto carino, gli ho già fatto un cartello da attaccare fuori al negozio per attirare i turisti italiani, insomma l’ho tirato fuori prima e gli sto facendo un corso intensivo: è bravo!
Reperto G: Serve per fare gli aeroplanini di carta domani…
Reperto H: La guerra del calcio, un libro che Gianluca penserebbe di voler leggere.
Reperto I: Le foto di Reem da bambina, hanno visto delle mie foto da bambino e allora hanno portato le loro.
Reperto L: Prove di stampa. C’è sempre, ovunque, una stampante da mettere in funzione.
Reperti M: Foglietti, foglietti e ancora foglietti!
Reperto N: Ho scoperto il salvifico utilizzo della spillatrice!
Reperto O: la tastiera con cui sto scrivendo…

Mercoledì 30 Luglio / mattina

Parliamo del muro – Diario dalla Palestina 21

Parliamo del muro: qui è uno dei tanti tabù, tutti ne parlano male tout-court, trovi pochissimi palestinesi disposti ad ammettere che salvi vite umane, che abbia praticamente eliminato gli attentati suicidi (si parla del 95%) quale che fosse l’interesse reale dei vari governi israeliani.

È certo che il percorso, così com’è progettato, svolge una infame funzione politica: quella di annessione territoriale de facto che rende inoltre qualsiasi piano di smantellamento delle colonie inapplicabile. Detto che qualsiasi piano di costruzione di insediamenti, di colonie, è una fortissima ipoteca sulla pace, e il fatto che altri settlement siano in costruzione è una dichiarazione d’intenti, di menefreghismo, della Knesset.

Capisco anche l’importanza simbolica, il connotato evocativo che può avere – anzi che ha – un muro costruito fra due popoli che cercano (molto poco) di fare la pace, quanto possa essere un baluardo per i benintenzionati, e un alibi per i malintenzionati.

Arriviamo al però: io la maggior parte delle argomentazioni contrarie le trovo di tutt’altro tono, sento parlare dei palestinesi che non possono usare gli ospedali al di là del muro, che non possono andare a lavorare a Tel Aviv, o che non possono andare in vacanza sul mar mediterraneo. Che c’è bisogno di un permesso speciale per andare a visitare i propri parenti a Haifa, e che ora chi abitava a 10 km di distanza è come se abitasse in un altro mondo.

Ora, il mio mondo ideale è un mondo senza confini, però se dobbiamo confrontarci con ciò che c’è, e ciò che c’è ora, non si può trascurare una fatto: se davvero vogliamo il famoso due-popoli-due-stati, e – sì – lo vogliamo davvero perché è l’unica soluzione percorribile (qualcuno crede davvero alla Grande Palestina nell’arco dei prossimi, tiè, 200 anni?), due stati vuoldire due stati. Uno stato palestinese e uno israeliano, ognuno con i propri confini, le proprie frontiere, i propri permessi di lavoro, e anche… i propri ospedali.

In Europa siamo ormai abituati a poter andare a zonzo qua e là ma già 30 anni fa, anche meno, non era così facile andare in Germania. E nessuno si lamentava che non potessimo transitare liberamente in Austria per andare a visitare i nostri parenti emigrati.

Contestare il muro perché è più efficace di una rete (come quella che c’è in Galilea, fra Israele e Giordania, o – un po’ più solida – nel Negev fra Israele e Egitto) nel non permettere a dei cittadini che non ne hanno il diritto di passare da una parte all’altra, è come combattere i lucchetti delle bici perché si è contro la proprietà privata. Bisognerebbe semmai mettere in dubbio il principio.

Io sono disposto a farla questa battaglia, a contestare l’argomento patriottico: a lasciar da parte quella sciocchezza che è il nazionalismo, ma qui è tutto una home-land, un amor patrìo, un dare la vita per la propria terra e il proprio popolo, un Al-FalastÄ«n da una parte e un Eretz Yisrael dall’altra – ci dovremo pur fare i conti?