Fuori dal diario

È fuori dal Diario perché non c’entra con me, però se nell’attesa del mio prossimo post sul Ramadan avete tempo da perdere potete dare un’occhiata a questo articolo sulle liason amorose fra tassisti arabi-israeliani e donne ebree ortodosse. Ha un punto di vista piuttosto ottimista, ma se volete avere un po’ di speranza (e molto divertimento), lo potete trovare qui: The softer side of collision.

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Martedì 2 settembre

Ramadan – Diario dalla Palestina 48

Ieri è iniziato il Ramadan, le case dei mussulmani e le moschee sono addobbate con palline colorate e luci che verrebbe da definire natalizie. Qui si parla – appunto – di “festeggiare” Ramadan, anche se questo dovrebbe essere tutt’altro che una festa, ovvero il mese della penitenza.

Per trenta giorni i mussulmani osservanti (per il Ramadan quasi tutti) non possono né mangiare, né fumare, né – soprattutto – bere dall’alba al tramonto; se da spettatore l’unica assenza che si nota è quella delle sigarette, posso immaginare che privarsi dell’acqua – tantopiù con questo clima – per l’intera giornata sia la rinuncia più sofferta.

E chi non è mussulmano? Se nella maggior parte degli stati arabi l’evenienza di un non osservante il Ramadan è completamente trascurata tanto da vieare per legge il consumo di qualunque vivanda o bevanda durante le ore diurne di Ramadan, in Palestina – e in particolare a Betlemme – dove c’è una rilevante minoranza cristiana è tutto lasciato alla sensibilità di ognuno.

Per mangiare o fumare i cristiani si rinchiudono in case o negozi, chi per paura chi per una malintesa forma di rispetto: quando si parla di religione, qui, è difficilissimo far rendere conto le persone che il rispetto non può, non deve essere negli occhi di chi guarda.

Lunedì 1 settembre

Americanate – Diario dalla Palestina 47

Qui sono tutti scandalosamente anti-americani e cospirazionisti, Obama è uguale a tutti gli altri candidati, e che sia lui, McCain o Bush presidente non cambia nulla. Quando ho detto, l’altro giorno, che mi sarei alzato per ascoltare il discorso di Obama mi hanno guardato come uno strano, uno ingenuo e uno che non ne capisce di politica. È anche vero che la volta che Obama si è espresso sulla questione, ha superato a destra persino Bush: dubito, comunque, che quelli con cui ho parlato abbiano sentito il discorso.

Così ho avuto piacere a trovare – davvero inopinatamente – quest’adesivo su una macchina:

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…proprio a qualche centimetro dai manifesti dei martiri. Che il cambiamento arrivi fino a qui?
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Infine, so che chi mi conosce stenterà a crederlo ma non è successo di proposito: ho comprato un dentifricio alla coca cola, ma non l’ho fatto apposta!
Non pensavo esistesse, del resto. Ho preso il primo che mi è capitato sotto mano e ho scoperto poi che oltre a essere alla cola è un buon aggancio per un altro inedito di De Gregori.
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P.s. Oggi è il primo giorno di Ramadan

Domenica 31 agosto

Maya! – Diario dalla Palestina 46

E poi venne il giorno dei giochi con l’acqua, erano quattro, questo uno: ricordate la staffetta? Ecco, questa era una staffetta con l’acqua: il percorso un po’ meno complicato, ma con un bicchiere in mano; più si va veloce, più si perde acqua. Affrontato tutto il percorso…

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…si getta l’acqua rimasta nella bottiglia! Acqua che potrebbe essere tanta o poca, a seconda della velocità e l’accortezza con cui si è percorso il tracciato. Vince chi riempie la bottiglia a tal punto da far uscire il tappo! Come vedete dall’intertempo ha poi vinto la squadra “Sprite”.

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Qui un altro gioco: lo facevo nelle ore di matematica, l’ho riadattato per i bimbi con l’acqua. Ci sono 60 caselle (ognuna una mattonella numerata), per ogni fila ce ne sono 3. Una di queste caselle è buona “quays!”, ma altre due sono bucate: ti becchi una bottigliata d’acqua addosso “maya!” e devi riniziare da capo. Si gioca per squadra, e ci si deve ricordare il percorso giusto che rimane sempre lo stesso. L’altra squadra viene rinschiusa dietro l’angolo per non poter spiare i progressi degli avversari. Chi arriva prima alla fine, vince!

Qui Plastic sulla casella, nell’incognita, dietro i 5 della sua squadra che scongiurano il cielo perché non piova (una bottigliata) d’acqua:

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L’altra squadra, non tutta inquadrata, mentre Ghaida mi implora di non fradiciarla:acqua-4.JPG

Inutile dirvi com’è finita!
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E qui Ghaida nel momento in cui scopre di aver vinto!

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Venerdì 29 agosto / special

Dalle stalle alle stelle (e strisce) – Diario dalla Palestina 45

No, ma lo volete mettere sbarrare le finestre dell’ufficio alle 5 del mattino per non sentire gli urlacci del Muezzin e concentrarsi sul discorso di accettazione della nomination di Barack Obama?

p.s. E volete mettere titolare “dalle stalle alle stelle” un post da Betlemme?

Giovedì 28 agosto

Jericho – Diario dalla Palestina 44

Nell’attesa di alcuni vandalismi ritratti da un amico italiano un po’ speciale, due foto veloci di una delle escursioni non ancora raccontate – devo ancora Hebron, che (de)merita un capitolone a parte – Jericho!

Se mi chiedete una volta cosa c’è a Jericho vi risponderò «nulla».

Se mi chiedete una seconda volta cosa c’è a Jericho vi risponderò «caldo»

Se me lo chiedete una terza, mi sforzerò: «datteri»

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E basta? Ecco, come avrete capito Jericho non mi ha entusiasmato. È il luogo dove i ricchi palestinesi hanno la seconda casa per l’inverno. Effettivamente il clima d’estate è più che torrido. La città vecchia è niente più che qualche rovina, di quelle che a Roma «se sentimo fichi perché ce l’avemo a ogni pizzo», e il monastero… faceva troppo caldo, insomma.

Però c’è un bel convento ortodosso, romeno, in ristrutturazione: sembra abbandonato, poi si entra. C’è una suora romena, con cui parliamo arabo (mi sarei mai immaginato di parlare arabo con una suora romena?) e ci accoglie con succo di frutta e biscotti andati a male mesi prima.

Poi entriamo nella chiesa, che è così piena, così ortodossa, così strana per il nostro gusto sobrio latino. Ed effettivamente c’ho pensato, ma l’avevo mai visto una rappresentazione sacra con gli occhiali. Sarà che siamo abituati a santi, dei e protettori di almeno 15 secoli fa?
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Martedì 26 agosto

Onestamente guadagnati – Diario dalla Palestina 43

A Roma, fra i quartieri male, si dice «suonare l’arpa» per intendere rubare: se fate il gesto del suonare l’arpa con la mano capirete il perché.

Un vero suonatore d’arpa, invece, non l’avevo mai visto: in qualche film, sicuramente, mai dal vivo – so quindi di colpire (anche) la vostra immaginazione di (anche) voi pubblico intellettualoide pubblicando questa foto.

Ieri sera, in giro per Gerusalemme by night, attirati da una specie di carillon che suonava lo sputtanatissimo Canone in re di Pachelbel, siamo sbucati su Ben Yehuda – più o meno il centro di Gerusalemme ovest – e ci siamo imbattuti in una vera suonatrice d’arpa.

A giudicare dall’abbigliamento e da altri particolari direi che vivesse di quello. Quasi tutti quelli che passavano lasciavano qualcosa, colpiti dalla regalità dell’arpa e di chi la suonava: c’era un gruppo di ragazze sedute ad ascoltare, fossi stato solo mi ci sarei messo anche io.

Poi siamo passati davanti a un suonatore di violino che rientrava molto di più nel cliché del Juif Errant – com’era il famoso indovinello? Perché ci sono così tanti violinisti ebrei, e così pochi pianisti? Beh, prova tu a scappare con un pianoforte sulle spalle!

Così sono passato e, a lui che mi aveva meno colpito e che probabilmente avevo visto lì altre volte, non ho lasciato soldi. Poi mi sono sentito in colpa.

Mi sto ancora domandando se gli altri spettatori improvvisati abbiano avuto la mia stessa percezione: visto che avevano lasciato qualche moneta a lei dovevano lasciarla anche a lui, o al contrario, avendo lasciato qualcosa a lei avevano consumato la propria buona azione e quindi non sentivano il bisogno di lasciare qualcosa anche a lui?

Insomma: la suonatrice d’arpa, rispetto al violinista, aveva «suonato l’arpa»?

Suonatrice d'arpa a Gerusalemme

Lunedì 25 agosto

Due di due – Diario dalla Palestina 42

Se è vero che quasi tutti in Palestina ce l’hanno con gli ebrei (indiscriminatamente) e una buona parte è antisemita, è anche vero che non ho mai sentito tanta islamofobia quanto quella dei cristiani palestinesi, in particolare di Betlemme.

Una sindrome da accerchiamento, perché da essere maggioranza incontrastata sono passati a essere minoranza; e sebbene mantengano il controllo economico, tutte le istituzioni pubbliche (tranne il sindaco che per decreto di Arafat è cristiano) sono mussulmane con quello che ne consegue a livello sociale, specie perché la vita qui procede moltissimo per conoscenze – l’altro giorno mi sono rivolto a un amico palestinese per comprare il pane, questi è andato a sua volta da un suo amico, il quale è amico del fornaio: così, a onor del vero, ho avuto il miglior pane di Betlemme (“casa del pane” in ebraico, effettivamente).

Se la polizia, quasi tutta mussulmana, ti ferma è probabile che tu – cristiano – abbia una sanzione più pesante di qualla di un mussulmano, se non altro perché quello conosce la famiglia di quell’altro che conosce etc.
Se vai in comune ad avviare una pratica, gli impiegati ti faranno aspettare settimane perché – in quanto cristiano – sarai scavalcato da tutte le pratiche di chi è mussulmano come gli impiegati.

Di contro se sei mussulmano potrai accedere alle scuole private (qui sono le migliori) con qualche renitenza, perché sono gestite tutte dalla Chiesa. Come è ovvio che a Betlemme l’economia giri intorno al cristianesimo: non solo per il turismo (vuoi aprire un negozio di souvenir senza essere o fingerti cristiano?), ma anche perché la gran parte dei mussulmani sono persone delle campagne circostanti arrivate negli ultimi cinquant’anni a Betlemme, e il centro storico è quindi tutto in mano ai cristiani.

La versione, tutta nuova per me, cristiano-betlemita della Nakba “la sciagura” – ovvero la creazione dello stato d’Israele e l’inizio della questione profughi – è che di sciagura si sia trattato in quanto l’ondata di profughi (e soprattutto i dieci figli a testa di questi) proveniente dall’attuale Israele ha islamizzato Betlemme.

I cristiani, tranne poche eccezioni, vanno nei negozi cristiani. I mussulmani vanno nei negozi mussulmani, così via dicendo: e non c’è modo d’uscirne, pare, perché qui la religione non si sceglie – è un marchio alla nascita.

Venerdì 22 agosto

5×7 – Diario dalla Palestina 41

Cinque parole per ogni foto:

Novità: Uahad, Tnin, Talata… Stella!
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Hanno appena imparato a giocarci:
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Cantando la Società dei Magnaccioni:
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Nuur atterra su di me:
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Muove le mani per Vivaldi:
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Qui gli ho insegnato “lumaca”:
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Matrimonio simulato, tutte vestite eleganti:
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Giovedì 21 agosto

La regola della teiera – Diario dalla Palestina 40

Siamo stati a casa di uno stronzo a cena: è il padre di Mohab, Rowan, Mohammed, Roa e Nuur. Picchia la moglie e i figli, ma davanti ai nostri occhi è così affabile; ma non di quell’affabilità doppia che ti aspetti da un personaggio del genere – per nulla – se non sapessi quello che so, non avrei presentito niente dell’individuo mefistofelico che ci raccontano.

Angela e Umberto stanno raccogliendo dei soldi in Italia per mantenere degli studi migliori per Mohab: Mohab è il più grande del gruppo dei grandi, e non è il più brillante. Questo padre violento l’ha proprio mutilato ed è certamente il figlio che ne ha risentito di più. La domanda, certo apparentemente cinica ma necessaria, è se adesso sia un minuto prima o un minuto dopo mezzanotte: se la brutalità abbia già avuto il suo corso e Mohab non abbia più modo di recuperare.
Se questa somma non indifferente non andrebbe investita su qualcun altro, anche gli stessi Rowan e Mohammed che non sembrano – ancora? – così segnati, così irrecuperabili.

Io non so rispondere: certamente prima di dare per “perduto” qualunque ragazzo ci penserei 100 volte, e farei moltissimi ultimi tentativi (come questo è nella testa di Umberto e Angela), però è anche vero che dare per lui vuoldire togliere per qualcun altro. Non ho proprio idea di quale sia la cosa migliore.

Tutto dà una notevole sensazione d’impotenza, Ahlam l’educatrice che di solito è molto morigerata nei giudizi dice senza troppo imbarazzo «io odio quell’uomo».

E, per inciso, qui non si può chiamare la polizia: è più o meno nei diritti del marito quello di picchiare la moglie e i figli. Gli unici che possono rivaleri sul marito – se lo ritengono opportuno – sono i maschi nella famiglia della moglie. La chiamano “la regola della teiera”, se ho capito bene l’arabo.