Distanti Saluti iniziò dieci mesi fa con un endorsment a Obama, con metafora ciclistica e anche piuttosto timido. Nel frattempo siamo diventati meno timidi, Obama ci ha molto illuso e McCain ci ha deluso, è cosa ovvia che la giornata di oggi sia consacrata all’election day, sperando che il Nostro candidato continui a illuderci.
Lunedì 3 novembre
Refugee camp – Diario dalla Palestina 95
I campi profughi in Palestina non sono quello che si aspetta l’occhio occidentale abituato agli spezzoni di TG sui paesi africani con le tende e le mosche che ronzano intorno a quei visi smagriti. I campi profughi sono agglomerati di persone, qualche volta grandi quanto una città di provincia, che hanno (o più spesso hanno ereditato) lo status di profugo.
Per fortuna la situazione è molto meno peggio di quanto saremmo abituati a pensare: non ci sono tende, ma case. Ci sono negozi, mezzi pubblici di linea, connessione a internet. C’è più poverta che nella Palestina in genere, ma non così tanta di più. Spesso si vive sugli aiuti dall’estero, e numerosissimi edifici sono intitolati a uno stato o a quell’altro, in virtù delle donazioni ricevute per la costruzione. Dà un grande aiuto l’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che fornisce ai “profughi” sussidi, gas, luce, acqua, raccolta della spazzatura. Più di un palestinese mi ha anche confesato un po’ di risentimento verso chi può vantare dello status di profugo: «certo che io ti faccio pagare il falafel 4 shekel e a Aida lo paghi 2 shekel: lì le Nazioni Unite gli pagano l’affitto e tutte le bollette!», mi ha detto il venditore di falafel più buono di Betlemme.
In Europa se ne parla tanto – le considerazioni politiche al riguardo le rimando a un altro post – questo qui solo per mostrare quello che mi sembra più interessante: come è effettivamente un campo profughi.
Di campi profughi ne ho visti una decina, e devo dire che non sono troppo diversi l’uno dall’altro; quello a cui ho fatto più foto è quello di Jenin, celebre per il massacro/battaglia divenuto tristemente celebre nel 2001. Le foto che seguono sono di lì.
Non c’è una vera e propria entrata al campo profughi di Jenin, come quasi sempre accade non c’è soluzione di continuità con la città, questa è più o meno l’entrata:
Qualche casa:
L’unico vero modo per riconoscere quando inizia un campo profughi sono i cassonetti dell’ONU, che sono grandissimi e tutti blu con scritto “UN”. Qui la foto è venuta male, ma potete intravvederlo sulla sinistra, accanto a dei normali cassonetti.
Una sala da biliardo ingegnosamente ricavata in un garage, purtroppo tutti fumano, quindi io non ci posso entrare:
Ecco la sede dell’UNRWA l’agenzia dell’ONU per i profughi palestinesi. Ce n’è una, oltre a scuole, e altre infrastrutture, in ogni campo. Per quanto ci siano contestazioni in entrambi i sensi (dicono di essere contro, ma non fermano le azioni degli israeliani! I palestinesi sono privilegiati rispetto a tutti gli altri profughi al mondo! Cose entrambe vere), l’UNRWA è l’unica che fa veramente qualcosa:
Gli onnipresenti festoni con le bandierine palestinesi, anche a Jenin non possono certo mancare:
Un negozietto della compagnia telefonica (di cellulari) palestinese, Jawwal:
In Palestina, e ancor più nei campi profughi Saddam Hussein è molto amato. La cosa risale al tempo in cui mandava un assegno di mille dollari a ogni famiglia di uno Shaeed, un martire, uccisosi esplodendo in Israele. Di cartelloni come questo sono piene le strade, le case:
Una foto alle strade, dall’automobile:
Un altro Saddam. Ogni volta che li vedo penso al mezzo milione di persone, arabi, mussulmani, uccise in Iraq da Saddam Hussein, e – come ho detto a qualcuno – it makes me cringe.
Come in ogni paese che si rispetti, anche i campi profughi hanno la loro moschea:
Deleghe a posteriori
Inclusa nella sovraffollata serie cose-che-vorresti-fare-ma-non-fai-mai-per-pigrizia: accertare il tasso di partigianeria nelle citazioni.
Merita un link, l’acribìa di Malvino.
Saremo mica noi, quelli razzisti?
Io l’ho pensato fin dall’inizio che la “questione razziale”, intesa come americani che non voterebbero Obama perché nero, è tanto sopravvalutata. Ammesso che ci siano persone, in America, che odiano i negri – e quante sarebbero? il 3%? il 5%? esageriamo, il 15%?- quanti di quelli voterebbero, bianco o nero, un candidato democratico?
Mi sembra invece il tipico argomento per dire “lo sapevo io”, se andrà male a Obama. Ho sentito più d’uno dire, dirmi «sì, anche io penso che Obama vincerà, però non siatene così sicuri, perché c’è un fatto che non considerate: è di colore»
Ora, a parte che io non dico di colore perché non mi faccio rubare le parole dai razzisti, ma chi è “così” sicuro? È un’elezione, mica un plebiscito. Ma se Obama perderà, come possibile, sarà per molte e più complesse ragione che non quelle del colore della pelle.
Insomma, lo scrivo altrimenti sembra che anch’io voglia millantare un vaticinio catastrofico con i miei due o tre amici obamiani: il fatto che Obama sia nero, semmai, è un vantaggio.
Io l’ho pensato fin dall’inizio, per fortuna lo vedo scritto da qualcun altro:
The usual objection here is that Mr Obama would be doing much better if there weren’t so many racists in America. That, in his own words, too many Americans have been prodded into worrying that he “doesn’t look like all those other presidents on the dollar bills”.
I’ve been through this argument before. The main problem with it is that it has the question about Mr Obama’s race almost precisely the wrong way round. In fact his skin colour has assisted, not hindered, Mr Obama in making the case that he represents change.
Gerard Barker, Time.
Venerdì 31 ottobre
Non chiametela bomba – Diario dalla Palestina 94
Conoscerete in molti l’esperimento Diet Coke + Mentos, ma voglio scommettere che nessuno di voi conosce l’esperimento Bimbi Palestinesi + Diet Coke + Mentos: il risultato è ancora più entusiasmante!
Loro non ne sapevamo nulla… potete immaginare cosa abbiano pensato quando mi hanno visto arrivare al centro con tre bottiglie di Coca Cola, e due pacchetti di Mentos…
Della prima bottiglia non abbiamo riprese, sulla seconda addirittura una foto in posa:
Ahmed e Yazan vogliono collaborare:
Yazan il coraggioso:
Un lavoro da artificiere (al contrario):
Un attimo prima di fuggire:
Tina dove scappi?
Attenzione, sta per esplodere!
Martedì 28 ottobre
Ma chi sono? – Diario dalla Palestina 93
Macchissono?
Ve lo sareste chiesti anche voi, se andando in giro per un piccolo villaggetto della Palestina aveste incontrato questi due personaggi, completamente identici, vestiti nello stesso modo, con lo stesso identico passo. Uguale taglio di capelli, stessi occhiali, medesimo look. Spiccicati. Sembrava qualcosa come una candid camera o un flash mob. Oppure tipo Matrix. Fosse successo alla Stazione Termini a Roma, sì, ma in un villaggio di contadini della West Bank?
Un mistero.
Considerata l’impreparazione nella quale sono stato còlto, i pochi momenti che ho avuto per aprilozzainoprendilamacchinafotograficaescattalafoto queste due istantantanee – una davanti e una dietro – sono un bottino discreto:
Voi c’avete capito qualcosa?
Licensed
Fossi negli USA andrei in giro con questa maglietta.
Edit: ok, la metto così, ché il link fa le bizze, e mette il faccione di McCain.
Da qui.
Bassorilievi
Ivan Basso oggi torna a correre dopo più di due anni. Era uno che mi piaceva, Basso: semplice nell’unica delle tante accezioni in cui questa parola può essere un complimento. Quando in un Giro che avrebbe stravinto ebbe una congestione sullo Stelvio e perse tre quarti d’ora, invece di ritirarsi – come avrebbe fatto qualunque altro favorito – decise di rimanere e soffrire; a fine tappa gli chiesero «ma perché non sei salito sull’ammiraglia?», che vuoldire in macchina, tornare a casa; lui rispose «piuttosto salivo sull’ambulanza».
Certo, Ivan Basso non è mai stato uno di quei corridori che fanno Svissh, ma del resto quell’ultra-fenomeno di Pantani non m’è mai stato simpatico, i corridori che s’alzano sui pedali e volano via ti sembrano degli extra-terresti, Basso invece era uno quasi normale, di quelli la cui fatica potevi leggere ogni metro, soffriva ogni pedalata e si vedeva. Sapevi che avresti potuto fare un centesimo di quello che faceva lui in bici, ma lo faceva proprio-come-lo-fai-tu, anche se per lui era la Marmolada e per te il cavalcavia vicino casa. Quando gli dicevano «ma guardalo, non scatta mai a Armstrong» io pensavo sempre «Ivan, non preoccuparti, sei l’unico che riesce a stargli dietro a quello lì, lasciali stare: soffriamo insieme! Tu là sul Tourmalet, io qui in poltrona davanti alla tv!».
Ecco, Ivan, io volevo essere tuo amico. Però tu avresti dovuto collaborare, mica così.
No, non parlo di emotrasfusione. Di operazioni Porto, o dottori miei omonimi (eh sì, Fontana è l’aggettivo relativo di ‘fonte’). Non parlo di doping, insomma.
Non parlo nemmeno di quella volta che Rocco saltò la scuola per venire da te, invece che uscire con qualche ragazzina del liceo. Tu avevi l’udienza al CONI e dicevi ancora d’essere innocente, però un po’ le cose puzzavano, e allora nessuna squadra ti voleva. Così Rocco, che è uno che corre davvero in bici – mica come me che faccio solo i cavalcavia di cui sopra – era venuto a darti la maglia del suo gruppo sportivo e ti aveva detto «se nessuno ti vuole in squadra, beh io ti ci voglio». E tu sì, avevi sorriso, ma non l’avevi presa quella maglia (30° secondo nel video) da quel ragazzino diciottene con in mano il casco del motorino, e lo zaino pieno di libri inutili, quel giorno. Ti aveva detto io-ti-voglio-con-me-in-squadra, e aveva saltato la scuola per te: non ti costava nulla; ma vabbè, eri nervoso, teso, i giornalisti ti stavano per assaltare, te l’avrei perdonato.
E ti avrei perdonato pure Santiago. Avrei qualcosa da ridire anche su Domitilla – visto che tu sei il Terribile del ciclismo, lo zar, avrai pensato che un’imperatrice ci stesse bene – ma te l’abbono; però Santiago? Che è un nome da dare a un figlio? A ‘sto punto meglio San Sebastián!
Ma vabbè.
Ora però ti racconto io, quel giorno. Era il Giro del 2006, era la penultima tappa. Dopo il 2005, la rivincita – e il Giro l’avevi vinto: 6 minuti di vantaggio sul secondo, 10 e mezzo sul terzo, che era Gilberto Simoni. Una vecchia gloria, di quelli che ti dicono che ha vinto 2 Giri d’Italia, ma glielo leggi in faccia che vuoldire che n’ha persi almeno cinque o sei. Uno antipatico, molto antipatico. Talmente malsopportato da tutti che finiva per esserti simpatico.
Ed era lì, sull’ultima salita prima dell’arrivo, che – di nuovo – vi ritrovate in due, voi due. Ivan Basso e Gilberto Simoni. Un quadro stupendo, quasi un passaggio di testimone dal vecchio campione al nuovo, sul Mortirolo: c’era scenario più adatto? Lui è lì perché vuole vincere una tappa, tu ne hai già vinte due. E poi ha ancora qualche possibilità di scalzare dalla seconda piazza quel bufalo di Gutiérrez.
Arrivate in cima al Mortirolo, di sicuro Simoni ha fatto fatica a starti dietro, ma ha anche provato a darti una mano. Però in discesa le gerarchie si capovolgono, tu sei sempre stato un po’ scarso. Dici che non vale la pena di correre rischi, ma l’impressione è sempre che sia tu a correrne di più di rischi, anche se vai più piano degli altri. Poco male, i Giri non si vincono in discesa, sarà successo una volta in tutta la storia del ciclismo, fra la mezza di Magni e la mezza di Savoldelli. E poi tu, l’abbiamo detto, l’hai già vinto ‘sto Giro, chi te lo fa fare di correre rischi inutili per nulla? T’ha già fregato l’anno scorso, la sfortuna, vedi mai che anche stavolta… vai piano Ivan.
Però con te c’è Gilberto Simoni, e lui mica è uno scarso in discesa. Anzi, è uno bello forte. Poi lui sì che ha poco da perdere. Di podî ne ha già fatti sei al Giro d’Italia, questo sarebbe il settimo: lui vuole vincere la tappa. Avrai pensato “se le curve me le traccia lui non rischio tanto, e insieme poi si va meglio anche in pianura”, così gli hai detto «dài, facciamola insieme la discesa» che vuoldire «aspettami» che a sua volta, lo sai, vuoldire «andiamo insieme all’arrivo, e ti lascio vincere», come faceva Indurain. È logico. Sono queste, le bellissime regole non scritte della bici.
Però c’è un problema. Cioè un problema, una cosa bella, che in questo contesto diventa un po’ un problema: proprio ieri è nato tuo figlio, l’hai chiamato con un nome discutibile, ma in fondo sei un campione, te lo puoi permettere: per i compagni di classe sarà il-figlio-del-ciclista non quello-col-nome-strano. Ti sei portato la sua foto a spasso per 212 km, chissà dove, magari nelle mutande ché altrimenti ti scivolava via. Te la sei portata perché vuoi dedicargli una vittoria, e oggi ti senti bene. Già il più forte lo sei sempre, figurati oggi che c’è da festeggiare Santiago.
E cavolo, però hai promesso a quel Simoni, quello lì antipatico. Cioè, non proprio promesso, gli hai chiesto di aspettarti, di non provare a staccarti, di collaborare, che è un po’ la stessa cosa. Allora ti viene il colpo di genio. Sei un campione mica per nulla, mica hai solo le gambe, hai anche una gran testa e l’hai dimostrato altre volte. Così gli dici «senti Gilberto, c’è questa questione» lui intanto sbuffa, appena è finita la salita ha cominciato ad arrancare «mio figlio è nato proprio oggi, ci terrei tanto a vincere. Lo sai, è una cosa per tutta la mia famiglia, anche mia moglie, t’immagini quanto sarebbe contenta?». Lui, che non è mai stato uno simpatico – ma forse anche perché non ce la fa articolare tanto altro mentre pedala, stanco com’è, così evidentemente più di te – ti risponde soltanto «eh? e allora?», ma tu lo rassicuri «nono, Gilberto, non ti preoccupare, me lo ricordo che t’ho chiesto di aspettarmi, non lo farei mai…».
Sisì, lo so che lo sapete che; ma aspettate un attimo, seguite il racconto.
IB: «Senti, Gilberto, facciamo così, prendi ‘sta foto»
….
IB: «anzi, forse è meglio che te la metta io nella tasca qui dietro ché mi sa che non ce la fai neanche a staccare le mani dal manubrio»
GS: «uff, uff, sì?»
IB: «Qua, Gibo, te l’ho messa lì dietro accanto alla borraccia»
IB: «Ecco, ti dicevo, ora si va assieme, tu stammi dietro, ché sei piccoletto, e vedi che te lo copro io il vento, quasi come hai fatto tu in discesa. Così magari riesci pure a prendere qualche secondo a quello spagnolo dopato»
GS: «cavolo *pant* sì, *pant* Basso»
IB: «poi al traguardo mi fai questo favore, tagli tu per primo il traguardo, ma invece che come normale a braccia alzate, prendi la foto – ti ricordi, te l’ho messa lì dietro? – è quella di mio figlio, sì, prendi ‘sta foto e la alzi in aria, la fai vedere a tutti. Magari non gli fai vedere che sei così stanco, gli fai un gran bel sorriso, e io arrivo subito dietro di te…»
GS: «accidenti, sì, Ivan, certo che lo faccio, grazie»
IB: «ma no, figurati: anzi, se gliela dedichi tu è perfino più bello, pensa quando rivedrà il filmato da grande e saprà che papà era il più sportivo di tutti, e aveva tanti amici, perfino quel Gilberto Simoni che – te lo confesserò – non è che tu stia simpaticissimo a tutti, lo sai eh Gibo».
GS: «Umpf»
…
Telecronista: «Una bellissima pagina di ciclismo quest’oggi, sul traguardo dell’Aprica è Gilberto Simoni a tagliare il traguardo ghermendo (Bulbarelli potrebbe tranquillamente dirlo, NDR) la foto del neonato figlioletto di Ivan Basso, secondo quest’oggi dietro di lui, e Maglia Rosa di questo Giro d’Italia. La dedica di questa grande e bellissima vittoria va a Santiago Basso».
…
La storia racconta come finì la corsa. Invece.
Superata la discesa, dopo pochi chilometri di pianura, con una facilità disarmante Basso stacca Gilberto Simoni, che a fine gara e nei giorni seguenti gliene dirà di tutti e troppi colori.
Caro Ivan, quel giorno per me hai perso.
Sabato 25 ottobre
Al Khalil – Diario dalla Palestina 92
Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto…
chi ha dato, ha dato, ha dato…
scurdámmoce ‘o ppassato
Al Khalil è il nome arabo di Hebron, l’ebraico suona Hevròn. E Hebron è il luogo dove fanno mostra di sé i peggiori fra i peggiori: i coloni seguaci di Goldstein.
Qui il problema non è soltanto l’assenza di una storiografia comune, e la completa indisponibilità a qualunque compromesso; non è soltanto il racconto di una verità vera ma parziale, come qui:
(traduco: questa terra è stata rubata da arabi nel ’29, a seguito dell’eccidio di 67 ebrei)
Perché l’argomento non è che non è vero, che non ci sia stato l’eccidio. È più che vero, come è vero che la comunità ebraica della città è stata completamente spazzata via, in quegli anni. Ma è altrettanto vero che il nuovo insediamento è nato dopo un altro massacro, di 29 arabi questa volta. Ovviamente ciascuno racconta solo la parte a sé più conveniente.
La complicazione è che qui, persino i farabutti – da una parte o dall’altra – hanno una parte di ragione. Anzi, in qualche modo l’hanno più loro, perché qualunque compromesso è un torto a qualcuno, quasi sempre sono due torti.
Per quanto possa stonare alle vostre, e le mie, orecchie assetate di giustizia, quei tre versi lì sopra (chi ha avuto ha avuto/ chi ha dato ha dato/scordiamoci il passato) sono l’unica soluzione di buon senso: neanche di buon senso, l’unica soluzione – e basta. Ciò vuoldire anche che, spesso, chi è stato più stronzo in passato avrà di più.
…
Però dicevo che il problema, a Hebron, non è questo. A Hebron il problema è la delinquenza deliberata. Gli ebrei qui insediati non sono semplicemente folli, come capita spesso ai fondamentalisti religiosi, ma sono dei mascalzoni di prim’ordine. Odiati da tutti, compresa la quasi totalità degli israeliani, che hanno però la responsabilità di un esercito connivente, e di un governo che li finanzia. Anche se la maggior parte dei fondi arriva da ebrei americani.
Sono 300-400 individui, che vivono in una sorta di città fantasma presidiata da un numero incredibile di soldati (si dice che il rapporto soldati/coloni sia di 4 a 1 per i soldati).
E qui non c’è nessun «eh, ma…»: eh, ma niente. Qualsiasi giustificazione, o tentativo di sminuire vuoldire pregiudizio.
Hanno acquistato i piani superiori di queste case, e visto che sotto passano arabi, loro lanciano rifiuti, spazzatura, sassi:
Così sono state messe queste reti, per impedire alla varia oggettistica di raggiungere i bersagli:
Come vedete molti dei resti sono ancora lì.
Venerdì 24 ottobre
Take a talk on the wildside – Diario dalla Palestina 91
C’è questo ragazzo, dunque, che sale sul taxi collettivo. Ci sale assieme a un’altra ragazza, molto velata, con la quale condivideva il marciapiede di attesa, ma non il lato. Che due sconosciuti, maschio e femmina, si parlino in pubblico va contro le norme culturali in Palestina.
Il taxi arriva, io sono lì dentro e vedo questo ragazzo salire accanto a me, la ragazza sale dietro, con altre due donne.
Nel taxi non si parlano. Lui le lancia soltanto un’occhiata, lei non risponde. Pochi metri dopo essere montato – poteva tranquillamente farla a piedi! – il ragazzo scende e paga sia per sé che per la ragazza; lei non fa in tempo ad accorgersi di quello che sta succedendo, accenna un «no», ma lui è già sceso.
Ho provato a spiegarmi l’episodio altrimenti, ma non ho potuto che concludere che fosse una piccola galanteria furtiva, una minuta forzatura nella costrizione di quel ferreo controllo sociale.
E, così, mi sono sentito testimone di un incontro tanto romantico quanto segretissimo.

