Ambiente, ambiente non ti arrabbiare

Sull’aereo, con l’aggeggio per leggere sull’iPod, a questo post sulle energie rinnovabili. Io l’ho letto con colpevole ritardo, avendo la colpa attenuata dalla lunghezza del pezzo; l’attenuante vale anche per voi, ma la prima volta che avete qualche pagina di tempo da non buttare o che “montate” su qualcosa, vedete di averlo con voi.

Il link l’ho trovato da Corrado, che è uno che ne sa tanto di tutte queste cose che noi dovremmo sapere e non sappiamo, oltre a essere un ultras-ambientalista-cervellomunito, che è quello che ci vuole, ora, al cospetto dei pigroni come me.

Domenica 14 dicembre

In partenza – Diario dalla Palestina 101

Sono finalmente in ripartenza, fra qualche ora mi sottoporrò agli interrogatori della security israeliana, sui quali c’è una vasta letteratura, anche fra i blogger, domande assurde per le quali tutti si chiedono “ma a che serve?”, alcuni sostengono che però funziona, altri sottolineano il carattere vessatorio, perché – effettivamente – gli israeliani hanno molti meno problemi a passare.

In compenso, avevo anche letto del perché di questo, la cura per gli oggetti è minima. Lo screening è sulle persone, e non sugli oggetti, così- sembra assurdo che succeda nell’aeroporto con più security al mondo – nessuno ti dice nulla se porti liquidi che sono altrimenti vietatissimi nel resto del mondo, e questo non perché non se ne accorgano (lo scrupolo è oltre l’umano, ma perché non gliene frega nulla.

L’ultima volta, passato con questa busta in mano:

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Dal vostro inviato

Sono passato a leggere un po’ dei bigliettini che vengono appesi alla stazione Termini, sull’albero di Natale

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C’è chi chiede a Babbo Natale di portagli via Silvio.

C’è chi scrive “cerco lavoro. Qualsiasi lavoro”.

C’è quello più ecumenico: “non tutti i mussulmani sono terroristi, come non tutti gli italiani sono mafiosi, come non tutti gli ebrei sono egoisti”.

C’è quello che mette la pubblicità di una discoteca.

C’è quello, firmato dalla Befana che recita: “Babbo Natale, quest’anno pensaci tu, che io con la mia pensione da 413€…”

C’è quello, sparso più o meno ovunque, che rassicura tutti che la Madonna di Medjugorje (io mi son sempre chiesto: ma di madonne non ce n’è una sola?) salverà tutti.

C’è quella che ringrazia Babbo Natale per averle dato il “Suo Amore, quindi non mi serve nient’altro”.

C’è quell’altra, più prosaica, che “per Natale vorrei un Raul Bova”.

C’è quell’altra ancora che si appella ai valori che non ci sono più per riavere il fidanzato che l’ha lasciata (e sicuramente questi valori ce li aveva).

C’è quello che scrive solo “Pisa Merda”.

E c’è quella che vuole diventare famosa per “cercare un ragazzo che [la] capisca, e poi stare con l’amore della [sua] vita.” E scritto così, pare che sia due persone diverse.

Meglio mai, che tardi

Ho visto Fitna, un piccolo documentario anti-islamico attorno al quale c’era stata una querelle la scorsa primavera per la mancata messa in onda a causa della paura di ritorsioni, com’era avvenuto per Submission di Theo van Gogh. Anche su internet era stata messo, poi rimosso, poi rimesso. Lo trovate qui, dura 17 minuti, alcune immagini sono forti.

La vicenda di Submission (che invece è qui, sottotitoli in italiano) la conoscete, Theo van Gogh – il regista, e pronipote del pittore – rifiuta la scorta e viene ucciso da un estremista mussulmano, la sceneggiatrice e attrice Ayaan Hirsi Ali – anch’ella minacciata – si salva perché ha la scorta da parlamentare olandese. Il corto – invece – sarebbe la prima parte, di una seconda mai realizzata per la morte del regista. Merita due parole di più Ayaan Hirsi Ali, che è uno dei personaggi più straordinarî del nostro mondo. Ha scritto un libro (mai lapsus fu più azzeccato, avevo scritto senza volerlo “libero”), Infedele, che dovrebbero leggere tutti. Ed è anche un test. Prendete una x persona, fategli leggere l’inizio di “my freedom“, la seconda parte – se non si commuove, se non è paralizzato dalla tensione emotiva, quella x persone è fuori di dubbio un insensibile.

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Fitna, che dall’arabo coranico si traduce come qualcosa di simile a “guerra civile”, vuole essere il presecutore naturale del corto di Theo van Gogh. Ma se Submission era una richiesta d’aiuto, un grido d’allarme, l’insieme più ruvido di queste due cose, ovvero una bestemmia, Fitna è un documento a tesi. È confezionato in maniera irritante, e ha quell’accostamento di immagini e quella melliflua scelta della musica di sottofondo che sono insopportabili in un documentario. Insomma, se non hai già un pregiudizio non ci caschi.

Mi ha ricordato molto Michael Moore. Ora, siccome – ovviamente approssimo, per schematismo – chi segue Michael Moore è piuttosto tenero con l’Islam, mi son domandato: ma come si rapportano gli uni agli altri? Cosa criticherebbe un appassionato di Bowling a Columbine a Fitna? Non sta anche quel documento – il solito ritornello – “enunciando fatti”?

Lo so, non muóre nisciune

Guia Soncini fa un post che mi è quasi liberatorio (e per il quale mia sorella vorrebbe farla ministro dell’istruzione) domandandosi perché nelle scuole non si insegni un po’ di dizione. Dice Soncini – dopo la tenace visione di mezz’ora d’intervista a Villari: ma non è importante distinguere una e chiusa da una e aperta?

Ecco, io me lo sono sempre chiesto come mai la dizione sia così trascurata in confronto all’ortografia: non vedo nessun motivo logico, che non valga per entrambe.
Certo, si potrebbe dire che mi siedo sull’essere fiorentino (che poi, quanto aiuti e quanto danneggi, è tutto da vedere…), però dicevo cortese con la “s” sorda, ho imparato che si dice con la “s” sonora, e l’ho corretto. Dicevo “bigné”, e ora provo a ricordarmi di dire “bignè”. E così via. Non si tratta, ovviamente, di stare lì a cavillare su ogni cosa detta da chiunque, ma di provare a parlare correttamente. Di errori se ne fanno, se ne faranno. E poi l’importante non è farlo, l’errore, ma non sapere che lo è.

Di più, l’importante non è neanche parlare correttamente – potrei negare la leggiardia ruvida del romanesco, usato con gli interlocutori familiari? – ma saperlo fare quando serva: come appunto in un’intervista, o in qualsiasi altra sede più “neutra”.
E non è la solita storia per cui, specie in Italia, la correzione è un’offesa piuttosto che un aiuto: perché se spiego che, essendo toscano, confondevo “tu” e “te” ma ora ho imparato a non farlo, vengo encomiato; se invece considero rilevante la differenza fra dire “bène” e “béne” sono pedante. Io na’a vedo tutta ‘staddifferenza.

Eppure tante persone che hanno una prosa ineccepibile e un’acribia invidiabile (anzi, invidiata) nell’uso dei vocaboli, trascurano completamente quest’altro aspetto: ce ne sono moltissimi, ma il primo che mi viene in mente è lui, ché l’ho letto appassionarsi a disquisizioni linguistiche (una così valevole da essere finita negli scritti altrui) e inorridire al raddoppio di un plurale straniero; ma che ascolto – alla radio – trascurare completamente le “e” e le “o” che si dovrebbero dire aperte o chiuse.

Credete che sia questione di non essere troppo giustizialisti? Ci ho pensato, io credo di no: il giustizialismo è un metodo, non un’applicazione di esso, e basta essere un po’ consapevoli dei rischi del precisismo pirla, sempre per usare le parole di quell’altro, per non fare la fine dei maniaci.

Detto questo, vale il titolo.

Legittimamente

Se non volete leggere questo post di Francesco perché vi interessa o perché vi incuriosisce, dovete farlo perché vi scamperebbe dalla lettura della metà delle cose che scrivo io: è tutto lì.
E se neanche la prospettiva di saltare il 50% delle sbrodolate del presente blog vi è sufficientemente appetibile, beh, trovatevela voi una ragione.

Però dovete davvero.