Rubé

Oggi c’è la Parigi-Rubaix (di cui sempre la magistrale spiegazione di Marco B), unica corsa – forse – che vale sempre la pena vedere in televisione. In qualunque altro tracciato, anche un Alpe D’Huez o una Milano Sanremo, una salitona, una corsa ondulata può sempre succedere qualcosa perché alla fine la gara ti deluda, che diventi noiosa. La Rubé no. È una gara a eliminazione, dove le regole valide sugli altri tracciati non si applicano. Se uno ne ha vista anche una sola, capisce cosa intendo. Direi che il concetto che riassume meglio questa particolarità è il seguente: non esistono fughe. Neanche quando uno è in fuga, alla Parigi-Rubaix, uno è davvero in fuga. Sono gli altri che sono in ritardo, non sei tu che stai scappando.

La Rubaix viene, come al solito, una settimana dopo il Giro delle Fiandre – in quella che è chiamata la Settimana Santa delle Ardenne: fatta di tante altre corse minori (si fa per dire), a cominciare dalla Gand-Wevelgen.

Siccome mi rimproverano di non scrivere più di ciclismo, provo a discolparmi così: il Giro delle Fiandre l’ha vinto Devolder, l’anno scorso lo vinse Devolder, quindi rimando a quel bel post, che m’era così piaciuto scrivere.

Se ne vogliono, eccome

Il reparto di rianimazione di un ospedale è un luogo, direi propriamente un ecosistema, strano. Dopo tre settimane di frequentazione grosso modo quotidiana posso dire di essermi fatto un’idea.
È strano davvero, perché è il contrario di quello che uno s’aspetterebbe. Si è tutti una famiglia, in uno dei pochi sensi genuini di questo termine. Arriva uno nuovo, diventa parte.

In rianimazione si ride, tanto, tantissimo. Per esorcizzare, per mandare via, la paura, l’attesa, la noia, sopratutto quell’atmosfera lì. Ovviamente la vita di questi branchi, vicini e lontani, è nelle file di sedie appena fuori dal reparto.

Si piange solo il primo giorno. In un modo sguaiato, che può capitare soltanto per un lutto (o per amore). Un modo senza pudore, senza dominio. Soprattutto trascurando completamente quello che pensano tutti gli altri. Una persona entra lì dentro per uscirne chissà quando, e chissà se viva. Chiunque l’accompagna, la prima volta, è in lacrime. Come non si vedono da nessun’altra parte, tutti gli altri – che conoscono la rianimazione – guardano, non fanno finta di niente. Chi è questo nuovo “compagno”? Non c’è censura sociale, se non fossero drammatiche quelle urla e quei pianti sarebbero molto belle.

Poi iniziano il secondo giorno, e il terzo, e il quarto. Sempre alla stessa ora, l’orario di visita. Che incomincia sempre un po’ più tardi dell’orario ufficiale – perché gli infermieri hanno sempre qualcosa da fare – ma finisce sempre molto più tardi dell’orario ufficiale – perché gli infermieri sono esseri umani. E possono entrare poche persone alla volta, così tutti gli altri stano fuori e chaicchierano. Spesso ridono, tante volte ridono. Ti colpisce, è un po’ meno bello, perché sono sorriso di plastica, e si vede. Ma è tanto più umano.

E quelli che il giorno prima avevi intravisto, dagli angoli dei tuoi occhi pieni di lacrime, diventano come incidentali compagni di viaggio. C’è quella cosa che dà tanto sollievo, nel raccontarsi del come-è-successo: che è diverso da ogni altro posto. Non c’è quel peso di spiegarlo, quel peso di non cercare di far sentire un peso – ulteriore – alle persone che ti chiedono: «come mai sei qui?» o «vai in ospedale? Perché».
Fra la gente di quel gruppo non c’è bisogno di spiegarselo: tutti sanno perché sei lì.

E c’è tanta umanità, non solo nell’infermiere napoletano che ti dice «piccirullo, sctai tranquillo, chianu chianu tutto va a posto», ma nel discutere di politica, di calcio, di economia e dei presunti complotti della politica, del calcio, dell’economia. Perché bisogna anche respirare.

Poi, ogni tanto, uno ce la fa. Si saluta, e tutti sono sinceramente contenti che quell’altro, di cui seguivano i minimi progressi («oggi ha respirato autonomamente per 5 minuti!» «accidenti, bene!») ogni volta che si presentavano o un persona emotivamente condizionata li vagheggiava, ce l’abbia fatta. Gli si augura una buona vita, e tanto tanto bene, in un modo onesto e innocente, anche se non li si rivedrà più.

Credo che penserò a quei pianti – e a tutto questo – le volte che sentirò dire che «nel mondo c’è tanto odio e nessuno si vuole bene». Accidenti se sì.

*

Patrizia ha lasciato oggi rianimazione, ed è stata trasferita oggi nel reparto di neurologia: è un grande passo avanti. La tac non ha riscontrato danni permanenti, anche se la riabilitazione potrebbe durare anni, ma già questo era inimmaginabile fino a dieci giorni fa. C’è luce.

All’italiana, brava gente?

Francesco, qualche giorno fa, vedeva il bicchiere tutto vuoto:

All’italiana: Mi dicono che ci sono associazioni di volontariato che stanno rimandando indietro i volontari che vorrebbero partire oggi per l’Abruzzo – sarebbero troppi – mentre invece non hanno nessuno o quasi dal 18 aprile in poi. Mi raccomando, non ci facciamo riconoscere.

È un paio di giorni che ci penso, e io vedo davvero tanto di positivo. Innanzitutto non si può sapere quanti volontari ci saranno dal 18 aprile in poi, si possono fare soltanto previsioni, ed effettivamente è facile che molti se ne disinteressino quando l’onda emotiva sarà calata. Anche perché, chissà, uno si mette in lista d’attesa oggi, magari lo chiamano fra un mese quando avrà preso altri impegni. Però tanti più sono ora, tanti più (anche se meno) saranno dopo.

E questa è una cosa che fa bene, e commuove. Nemmeno penso che sia una prerogativa italiana, come da titolo: leggevo da qualche parte che un americano su tre (uno su tre, se siamo in tre per strada uno di questi l’ha fatto!) ha donato qualcosa per le vittime dello tsunami, qualche anno fa. È una cifra enorme, se ci pensate, escludendo tutto coloro che volevano farlo, e non l’hanno fatto, quelli che volevano poi non avevano la carta di credito giusta, quelli che si ora lo faccio, hanno sempre rimandato e non l’hanno più fatto.
È una cifra enorme.

E questa è una testimonianza che il mondo è migliore, ora, di tempo fa. E che la pulsione morale – lo zeitgeist morale, qualcuno lo chiamerebbe – è avanzato: come in Europa succede da centinaia d’anni.
Avevo letto un po’ di statistiche sul volontariato, su questo libro, ed è un fenomeno che si è praticamente formato negli ultimi vent’anni: prima non esisteva, ad eccezione di casi particolarissimi. L’unico vero volontariato era, un tempo, soltanto all’interno del nucleo familiare. Una specie di mutuo soccorso (com’è in Palestina, per dire) basato sui legami di sangue.

Ora, invece, quasi tutti hanno una mano o un piede impegnati nel volontariato, chi dà una mano – appunto – chi dà qualche soldo, chi dà qualche locale, ognuno a modo suo.

Specie fra i giovani. E questo mi conferma una volta di più quello che penso ogni volta che sento parlare un nostalgico del ’68 (neanche di quel periodo: ma di quelle lotte!). Lo dico fuori dai denti – sapendo d’aver molti lettori di quella generazione – noi, siamo meglio. Ed è un noi per nulla orgoglioso, incidentalmente si capita in una generazione, e chi verrà anche dopo farà un mondo ancora migliore, e così via.

Sapete? Quando ho proposto ai miei amici d’andare a provare a dare una mano in Abruzzo, più della metà (la metà!) ci aveva già pensato. Anche persone da cui non me lo sarei aspettato, ci avevano pensato: e altri si sono detti disponibili o entusiasti. A me ha stupito davvero quanto fosse un sentimento comune, normale, scontato.

Pro domo sua

Non so se ha a che fare con il terremoro, ma a giudicare dalla tempistica… Qualcuno ha piazzato una tenda nel giardino del mio palazzo:

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Un aeroporto in mare

Molte volte mi sono trovato a spiegare l’assurdità della situazione attuale, fra occupazione e non occupazione, Palestina che c’è e Palestina che non c’è, dove possono andare i palestinesi, dove possono andare gli israeliani e dove nessuno dei due. E la verità, quella più semplice da spiegare, è che a Oslo ’94-’96 c’era una vera speranza di pace, ci furono delle concessioni, e degli accordi. E degli impegni. Quegli impegni dovevano essere rispettati, e nessuno li rispettò (per la precisione  i palestinesi rispettarono lo 0,00% e gli israeliani, forse, lo 001%), cosicché quella situazione che doveva essere provvisoria, e trasferire – nei successivi 20 anni – via via nuovi territorî si è cristallizzata, e l’attuale Autorità Nazionale Palestinese, sembra una sorta di arcipelago di isole. Certo, mai avrei pensato che qualcuno la rappresentasse per davvero così:

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p.s. Quell’aeroporto, in mezzo al mare come da titolo, è quello (israeliano, ma su territorio palestinese) di Atarot. Sarebbe l’aeroporto di Gerusalemme, ma è chiuso da anni, perché nel raggio dei potenziali missili palestinesi.

>Source: 1<

Un passo più in là

Liste nere – Diario della Palestina 188

Questa notizia, delle musiciste palestinesi che vanno a un concerto in memoria dell’olocausto e vengono minacciate di morte, ha tanto a vedere con una cosa che m’è successa e che non ho mai raccontato per pudore, e per la delusione che ne scaturì.

Ve la racconto ora, anche perché risponde a una parte del perché-non-ci-torni, domanda che mi sono sentito rivolgere tante e tante volte.

Si tratta dell’incontro con questi ragazzi qui. Gli shiministim, quel gruppo di ventenni, disposti ad accettare il carcere pur di non fare servizio nell’esercito israeliano, o – anche più commendevolmente – di non farlo nei territorî occupati. Avevo fatto notare altre volte come quest’ultimo caso fosse ancora più chiaro, perché chi non ha un pregiudizio contro l’esercito, ma lo fa su un’istanza di giustizia concreta è ancor più – a mio avviso – rimarchevole.

L’ho sempre considerati quella parte sana della società israeliana, quella che viveva del giusto spirito – così latitante nella società in genere – che chiede a sé stessi di comportarsi bene al di là degli altri: non importa se i palestinesi non fanno cosa è giusto, noi vogliamo farlo, mi sembrava che dicessero.

Se guardate il loro programma, quello che pensano, non c’è piattaforma che potesse essere più vicina a ciò cui ambisce un palestinese desideroso di pace. Così ero andato a quella manifestazione per prendere un po’ di contatti e cercare di organizzare un incontro con i miei bambini. Specie questa ragazza, di cui ricordo il sorriso e i mille «grazie» che mi dette in cambio della proposta, come fosse un regalo che le facevo, grazie grazie, continuava a ringraziarmi.

La mia idea fosse che questi ragazzi potessero venire da noi, oddio non proprio da noi per ragioni di permessi, ma insomma che ci si incontrasse e chiedessero tutto quello che volevano, per far loro vedere la faccia che aveva quell’altra faccia d’Israele. Sarebbe stato anche bello sentire le loro risposte, chissà cosa avrebbero detto quando Ahmed gli avesse chiesto « perché ci ammazzate tutti?», o Mohammed avesse affermato «io lo so che siete più intelligenti di noi, è per questo che ci fregate» come ebbe a dire una volta, o le bimbe, Lana, Ghaida, Reem: chissà cosa avrebbero detto, quanti di quei pregiudizî sarebbe stato possibile scardinare, anche solo con il confronto.

E invece non avevo fatto i conti con quegli stessi pregiudizî, non possiamo farlo, i genitori non lo permetterebbero mai: chiunque incontri un israeliano viene blacklisted. Lo stesso posto che avevo trovato per farlo, un locale chiamato Everest (già mi immaginavo di scrivere sul blog: gli israeliani e i palestinesi si possono incontrare senza fare la guerra, soltanto sull’Everest!), che era appena dopo il check point israeliano, e appena prima di quello palestinese, ma sulla via che porta a una colonia israeliana, Gush Etzion, che avrebbe permesso ai refusnik israeliani di dire al check point di essere andati lì (e non in territorio dell’Autorità Palestinese, dove è vietato andare).

Anche quel posto, l’Everest, era blacklisted: la ragione è immediata, ed era quella che me lo aveva fatto scegliere – ci passano gli israeliani. Le conseguenze che mi avevano raccontato, specie per le ragazzine, erano terribili. In genere, mi diceva Ahlam, la famiglia avrebbe ricevuto il marchio di quell’onta. Le bimbe probabilmente non avrebbero trovato marito,da grandi. Né le figlie dei fratelli. Come sempre tutto il peggio va sulle spalle delle donne (anche se, considerazione ingenua: un marito che non ti sposa perché un membro della tua famiglia ha incontrato un “nemico”, è meglio perderlo che mai trovarlo).

Rinchiusi la coda fra le gambe, rassegnato all’idea che non si potesse fare veramente nulla per muovere tutto un passo più in là.

La terra trema

Di solito a quest’ora sono sveglio solo io, invece ‘sta scossa m’ha fatto vedere tutto il palazzo (ipocondriaci si può dire anche per i terremoti?) in vestaglia che scendeva a controllare che non ci fossero crepe.