Democrazia

Chi pensa che la democrazia si possa “imporre” dovrebbe guardare questa foto. Viene da una manifestazione per il primo maggio, a Baghdad, e non farà certo contenti gli americani. Ma dovrebbe. È la differenza fra non decidere chi va in piazza, e decidere chi non ci va.

La differenza fra i complottisti e “quelli che hanno dei dubbî/quelli che pongono delle domande”

1 su 5

Non c’è.

Logica elementare:

DOMANDA FATTA
«Perché le foto non sono state pubblicate?»

RISPOSTA DATA
«Perché avrebbero potuto agitare la furia di molte persone nel mondo mussulmano»

RI-RISPOSTE AMMISSIBILI
«Grazie, ho capito.»
«Non mi convince la tua risposta per questa specifica ragione. (Penso che sia andata cosà)»

RISPOSTE NON AMMISSIBILI
«Ma le foto non sono state pubblicate!»

SVOLGIMENTO
Chi pone delle domande, ha avuto delle risposte. Può reputarle convincenti, oppure no. Se non le reputa convincenti, deve spiegare perché, ed eventualmente porre altre domande. Continuare a porre la stessa domanda non la rende irrisolta, ma costituisce un ragionamento circolare. Nonché la definizione esatta di malafede, ovvero l’inversione dell’onere della prova. Se io ti dico che mi chiamo Giovanni e tu mi dici “non ti credo”, mi devi spiegare il perché.

«Noi non siamo così»

2 su 5

That’s not who we are. È quello che ha detto la Casa Bianca, il portavoce di Obama, a proposito della pubblicazione delle foto di Bin Laden. Noi non siamo così. Noi non facciamo queste cose.

La mia prima impressione, quando ci ho pensato la prima volta, è stata: «io le pubblicherei, così si zittiscono quelle teste dure dei complottisti». Per fortuna, e non a caso, il presidente degli Stati Uniti è lui, e ha preso la decisione ovviamente più ragionevole. Quel “noi non siamo così”, abbiamo delle responsabilità ben più importanti che smentire degli sciocchi. La vita delle persone in giro per il mondo è molto più importante che tentare – senza possibile successo – di appagare delle persone malate della peggiore malattia: la malafede.

Nessuno dei complottisti si convincerà, in nessun caso. Non c’è solo il fatto che inevitabilmente le dichiarerebbero false. In fondo la loro teoria qual è? Che Bin Laden sia ancora vivo? Macché, altrimenti sarebbero tenuti a portare le prove del perché non si manifesti. Che Bin Laden fosse già stato ucciso? E allora qualunque foto sarebbe tacciata di risalire al tempo dell’uccisione. Se pensi – senza prove – che Bin Laden sia stato ucciso chissà quanto tempo fa (che poi, perché non renderlo pubblico quando c’era qualcosa in palio?) potrai dire che qualunque foto è stata scattata a quel tempo.

Mi auguro, almeno, che fra tutti coloro che fino a ieri erano incredibilmente guardinghi  nel non irritare le “masse mussulmane” – tipo il Corano bruciato dal reverendo scemo – per paura delle reazioni (o, peggio, per rispetto) non ce ne sia uno che ora critica Obama per l’avvedutezza di questa decisione.

Parli ora o taccia per sempre

La campagna Unicef sul fenomeno, atroce, delle spose bambine (sull’ultima pagina del Guardian di oggi):

"Chi è a conoscenza di qualche ragione per la quale una bambina di 12 anni e un uomo di 46 non dovrebbero unirsi in matrimonio, parli ora o taccia per sempre".

 

Er mortorio

1 su 5

Tutti coloro che in un’improvvisa ansia mistica si stanno preoccupando della non concordanza della sepoltura di Bin Laden con il precetto islamico, gli stessi che fino a ieri dicevano che Bin Laden non rappresentasse nessun mussulmano (cosa vera) né nessuna forma di Islam (cosa meno vera), dovrebbero mettersi d’accordo con sé stessi.

Anche perché mi sembrano le stesse persone che – come me – hanno criticato la Chiesa cattolica per i funerali a Pinochet e i non funerali a Welby.

(il titolo è la citazione dello splendido sonetto, posto in auto-epitaffio sulla tomba di Aldo Fabrizi)

Unità palestinese

Se c’è bisogno di una dimostrazione della differenza fra Fatah e Hamas, e di quanto la strada della riconciliazione – di cui si parla con sempre più insistenza ultimamente – sia in salita, la danno le reazioni dei due gruppi all’uccisione di Bin Laden.

L’ANP ha parlato di una cosa “positiva per la causa della pace nel mondo”. Hamas ha parlato dell'”assassinio di un arabo combattente della guerra santa” (Reuters traduce “guerriero santo”).

Perché Wojtyla non ha guarito un amputato?

2 su 5

E insomma Wojtyla è stato beatificato per il miracolo di aver “guarito” dal morbo di Parkinson una suora, lo stesso morbo di cui soffriva Wojtyla e da cui – guarda un po’ – non era riuscito ad autoguarirsi. Uno si dovrebbe domandare perché quella suora sì e tutte le altre persone del mondo che soffrono di Parkinson no. Se Wojtyla aveva questo potere, perché lasciare nella sofferenza tutto il resto del mondo? Sicuramente la risposta sarà che le vie del Signore sono infinite, che è come barrare la casella non sa/non risponde nei questionarî.

Se, però, le vie del Signore sono così infinite, rimane sempre una domanda: perché Dio, i papi, tutti i miracolanti, non curano mai un amputato? Quella sì che sarebbe una guarigione a prova d’impostura. Qualche poveraccio che ha perso la mano, il braccio, una gamba, per aiutare il prossimo. Non ne varrebbe la pena?

Eppure non succede mai, chissà perché. I miracoli son sempre questioni su cui ci dobbiamo fidare della testimonianza di qualche suora, quando per un amputato – come questo ragazzo che l’attuale papa ha incontrato di recente – basterebbe fidarci dei nostri occhi.

“Vedrai che lo ‘catturano’ il giorno prima delle elezioni”

Vi pare un caso? Bin Laden è stato ucciso in uno dei pochissimi momenti nella storia recente in cui nessun complottista potrebbe azzardare dubbie contingenze o tempistiche astruse. Può essere una coincidenza? Ma a chi pensate di farla? È chiaro che l’avevano preso da un sacco di tempo e l’hanno reso pubblico solo oggi per screditare i complottisti.

Cosa dice l’Articolo 11 della Costituzione

3 su 5

Francesco fa un post in cui spiega perché le obiezioni sull’illegalità – sull’incostituzionalità – della guerra in Libia non stanno in piedi, in particolare l’obiezione alla partecipazione dell’Italia nel conflitto. Leggendolo mi è venuto un dubbio sull’interpretazione dell’ultima parte dell’Articolo 11 (quella sulle limitazioni della sovranità), così sono andato a studiarmelo un pochino.

Vediamolo tutto:

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

La guerra, quindi, si rifuta – ripudia – in due casi:

1) come “strumento di offesa alla libertà di altri popoli”, dove semmai in Libia le libertà si punta ad accrescerle;
2) come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, e quello che stava succedendo in Libia non era certamente una controversia internazionale.

In sostanza, ciò che si ripudia è l’utilizzo della guerra per la conquista di altre terre (come era scritto in una prima redazione dell’articolo).

In Libia è stato tutto il contrario: si è intervenuti con una risoluzione delle Nazioni Unite che specificava chiaramente la tutela dei civili libici quale unico cardine attorno al quale muoversi (e difatti è stata criticata per questo).

Nella seconda parte dell’Articolo 11, invece, si chiarisce quando la guerra è consentita. È importante notare che “consente” è un verbo sia transitivo che intransitivo, qui usato nella sua forma intransitiva (un po’ più arcaica, con un significato del tutto simile al più comune “acconsente”): e difatti si dice che l’Italia “(ac)consente ALLE limitazioni” non “consente LE limitazioni”, come sarebbe se s’intendesse “consente/approva” anziché “consente/acconsente/permette”. Perché è importante? Per capire la frase successiva.

L’Italia acconsente “alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Le limitazioni in questione si riferiscono alla sovranità italiana, non a quella degli altri Paesi – come non avrebbe senso nella Costituzione italiana. L’unico vincolo imposto, difatti, è quello delle “condizioni di parità con gli altri Stati”, il cui soggetto è chiaramente l’Italia, la quale accetta le limitazioni della propria sovranità, a patto che non sia in una condizione subalterna (un esempio recentissimo della messa in pratica di questo principio è la bocciatura da parte dell’Unione Europea del reato di clandestinità: perché la Corte di Giustizia europea può bocciare una legge italiana? Perché l’Italia, in condizione di parità con gli altri Stati, ha acconsentito a questa limitazione della propria sovranità).

Quindi quand’è che in materia di guerra e pace l’Italia acconsente alla limitazione della propria sovranità? Proprio, come è specificato nella frase successiva, nel “promuove[re] e favori[re] le organizzazioni internazionali rivolte a[llo] scopo” di garantire “un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Il riferimento alle neonate Nazioni Unite, o all’appena defunta Società delle Nazioni, è chiaro.

Tradotto in rustica romana lingua, dunque, l’articolo 11 è perciò favorevole due volte alla partecipazione italiana in Libia: la prima, quando dice che ripudia le guerre mirate a conquistare e violare le libertà, e la seconda quando dice che accetta di limitare la propria sovranità in questioni di guerra e pace, quando a domandarlo sono gli organismi come le Nazioni Unite: che è esattamente quello che è successo in Libia.