Era il 4 Luglio 2006. La Germania, lì a Dortmund, non aveva mai perso.

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Questo qui è il post dell’anno, leggetelo tutto. Assolutamente. Obbligo. Dovere:

Se avvicinate qualche tifoso prima di un match contro un’arcirivale e gli chiedete che cosa sogna, le risposte che otterrete saranno generalmente due: c’è chi vorrà una sofferta battaglia risolta in extremis, che porti a un’esplosione di gioia e getti il nemico nello sconforto; e ci sarà invece chi spera in una dimostrazione di forza e superiorità, in una vittoria netta e insindacabile.

Incredibilmente, Germania-Italia è stata entrambe le cose.

La lüserta equilibrista

Su cosa ha mentito la Freedom Flotilla

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per il Post

Qualunque generalizzazione sull’identità dei componenti della Freedom Flotilla II è destinata a fallire: sono tanti e troppo diversi per racchiudere tutti sotto a una matrice: da giornalisti che lottano da tempo per i diritti dei palestinesi a personaggi chiaramente legati ad Hamas. Questo, anche, permette agli uni e agli altri di descrivere alternativamente come “pacifisti” o “estremisti” – quando non peggio – l’equipaggio della nave. È un gioco di propaganda che si ripete ogni volta che ci sono di mezzo Israele e Palestina, assieme alle squadre dei rispettivi ultrà.

C’è però un tipo di sintesi che si può fare, quella sugli intenti, ed è una questione su cui i membri della Flotilla hanno mentito. La Freedom Flotilla – al contrario di quello che dicono gli stessi attivisti, e di quello che riportano molti media – non è “un’iniziativa umanitaria”. Le tonnellate di aiuti umanitarî di cui sono cariche le dieci navi della Flotilla sono evidentemente un pretesto. Questo è molto facile da verificare: il governo israeliano ha, fin da subito, offerto agli attivisti la possibilità di attraccare a Ashdod – un porto israeliano una trentina di chilometri a nord della Striscia – dove scaricare gli aiuti per fare sì che questi fossero inviati a Gaza.

Un dato è perciò certo: se l’obiettivo della missione fosse stato la consegna di quegli aiuti, la risposta sarebbe stata affermativa fin da subito. Invece l’obiettivo era quello di violare il blocco militare delle acque di Gaza e per questo la Flotilla ha rifiutato l’offerta e ha provato a partire, prima di essere bloccata dalla guardia costiera greca. È probabile che, alla fine, la gran parte dei componenti della missione accetterà un compromesso simile a quello offerto dagli israeliani (i greci hanno proposto di farsi carico, assieme alle Nazioni Unite, del trasporto degli aiuti), contornato da qualche azione simbolica. Non c’è dubbio, però, che se non fosse stato per la decisione del governo greco di bloccare la prima nave della spedizione, e con essa le altre, ora saremmo a poche ore da un nuovo scontro – con chissà quali conseguenze.

C’era un modo per fare sì che quegli aiuti umanitarî arrivassero il più velocemente possibile a Gaza, e ce n’era uno che avrebbe chiaramente messo a repentaglio la possibilità che questi aiuti raggiungessero la popolazione di Gaza: la Flotilla ha scelto la seconda.

Naturalmente la scelta di preferire il tentativo di forzare il blocco rispetto alla consegna degli aiuti è del tutto legittima. È un’azione politica, per certi versi dimostrativa e per certi versi concreta. Ed è possibile che sul lungo raggio avrebbe prodotto più benefici che la consegna di quegli aiuti – io non lo credo, soprattutto per le esigue possibilità di riuscita, ma posso sbagliare e questa comunque è un’altra discussione.

La battaglia per la fine dell’occupazione a Gaza, e nel resto della Palestina, è una battaglia giusta. Ci sono molte vie per combatterla pacificamente, e le azioni simboliche sono probabilmente una di queste. Non bisogna, però, giocare sporco: caricare di aiuti umanitarî una spedizione che non ha quell’obiettivo è cercare, in maniera disonesta, di far passare mediaticamente un messaggio posticcio. Di quelli che inquinano il polarizzato dibattito su Israele e Palestina.

Il governo israeliano dice spesso che, dal ritiro del 2005, Gaza non sia sotto occupazione: è la stessa cosa, non è vero. Ma non si combatte l’ipocrisia con altra ipocrisia.

EDIT: Mi hanno fatto notare che un blocco navale non è considerabile a tutti gli effetti come un’occupazione militare. Per quanto ci siano diversi elementi per dire che Gaza è ancora occupata, è vero che un’occupazione militare senza un esercito occupante è un bel gioco linguistico.

Critica ragionata della diversità

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Quella che vedete qui sopra è la testata del primo blog che ho nel mio feedreader, quello di Francesco. È una vignetta che, come spesso capita ai Peanuts, raccoglie un nocciolo di verità. Quella di Lucy, naturalmente, è una battuta, ma è anche un concetto ben distinto che – secondo me – va tutelato in opposizione all’accordo immediato, irragionevole, che spesso concediamo alla banalità espressa da Charlie Brown. Quella di Lucy è una risposta che va a sfidare il montante luogo comune per il quale “come sarebbe noioso il mondo se tutti la pensassero allo stesso modo”.

Le persone che ripetono questa sciocchezza stanno suggerendo due cose: la prima è che la loro idea debba essere tutelata dalle critiche, in quanto ogni idea – anche la più sciocca o dannosa – contribuisce alla varietà del mondo. La seconda, direttamente conseguente da questa, è che la diversità sia un fine e non un mezzo.
Mentre l’inconsistenza del primo punto è abbastanza evidente – essere disposti a cambiare idea, a subire critiche, è la prima delle virtù – mi preme provare a disinnescare l’equivoco generato del secondo punto.

In realtà, io credo, la maggior parte di coloro che sostengono la diversità come fine – semplicemente – non ci hanno riflettuto. Nessuno è contento che esistano i neonazisti, nessuno è contento che esistano gli stupratori di bambini. Eppure quello è un bel surplus di diversità. Alcuni di noi, fra cui il sottoscritto, non sono neppure contenti che in Italia dieci milioni di persone abbiano idee leghiste, o che negli Stati Uniti ci sia una bella fetta di popolazione che crede al creazionismo. Eppure siamo, sono, del tutto contrari a vietare la professione delle idee, qualunque esse siano.

Questo perché la diversità, e la diversità delle idee, è un mezzo. Non un fine. Un mezzo per progredire, e lasciarci alle spalle idee stupide o dannose (che poi sono la stessa cosa). Siamo tutti contenti che, oggi come oggi, in pochi sostengano che la schiavitù è una bella cosa – in effetti la pensiamo tutti allo stesso modo. Siamo contenti che questo sia stato l’esito naturale di un dibattito di idee, in cui ogni idea era ammessa: ma un dibattito, appunto, in cui si è misurato il (diverso) valore di quelle idee, in cui si è cercato di limitare la varietà delle idee auspicabili. Detto in altre parole: di cercare di capire cos’è meglio per il prossimo, per il mondo.

E non c’è nessuna contraddizione nel riconoscere un valore speciale alla diversità come mezzo per progredire, ma rifiutandola come obiettivo del proprio agire: auspicando, cioè, che il maggior numero possibile di persone abbandoni alcune idee che consideriamo sbagliate. C’è una bella differenza fra il sostegno – per me assoluto – alla libertà d’espressione, e il sostegno a ogni espressione della propria libertà. Io posso difendere il tuo diritto a pensare che i negri sono inferiori, e al tempo stesso considerare questa un’idea disgustosa. La libertà di dire cose contro il pensiero comune, contro la maggioranza, merita una tutela particolare. Ma non bisogna, mai, dimenticarsi che la ragione di questo principio è una semplice: che potremmo avere torto. Non che non c’è chi ha ragione, anzi: che, proprio perché c’è, noi stessi potremmo cambiare idea di fronte a nuovi dati, nuovi ragionamenti, nuove idee.

Questo perché le idee sono cose che scegliamo con attenzione, spesso con fatica, talvolta alla fine di ragionamenti lunghi anni: non le otteniamo – o almeno non dovremmo – per caso, non le ereditiamo come l’etnia o il colore della pelle. Se abbiamo delle idee è perché le abbiamo valutate con cura, e misurate rispetto alle altre. Ed è evidente che le troviamo più persuasive rispetto a quelle. Altrimenti, semplicemente, cambieremmo idea!

Quindi sì, è bello – e sano – che un’intera gamma d’idee sia esprimibile, ma non è bello – né sano, per chi ne subisce le conseguenze – che le peggiori fra queste idee siano diffuse. È desiderabile rendere omaggio alla diversità d’idee nella ricerca di ciò ch’è giusto, ma non lo è celebrare il raggiungimento di diverse conclusioni. Perché la diversità è uno strumento, non il fine ultimo. Quello è che il mondo sia un posto migliore.

In realtà sei un demagogo, e neanche dei migliori

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Lo spietato dipinto di Luigi Castaldi su Antonio Di Pietro è una di quelle cose così letterariamente perfette. Quando senti che, alla fine, tutto si rimette a posto.

Solo i fessi possono credere in ciò che da sempre vorresti dar da credere, talvolta nella parte del villico sanguigno, talvolta nei panni del fiero tribuno. In realtà sei un demagogo, e neanche dei migliori. Non hai nemmeno un grammo di cultura liberale e, quando dici “democrazia”, non si fa troppa fatica a capire che stai parlando di un populismo esteticamente diverso da quello di Berlusconi, ma della stessa sostanza. Della cultura in generale, meglio lasciar perdere. In fondo anche tu hai nel fondo l’immarcescibile diffidenza verso tutto ciò che è vera intelligenza, optando per la furbizia degli ignoranti integrali. E in questo probabilmente nemmeno sai quanto somigli a Berlusconi: sei figlio della sua stessa Italietta, poi avete preso strade diverse, lui quella aziendale e tu quella clanica. Siete due facce della stesso familismo, della stessa destra prepolitica e antipolitica, della stessa subcultura da strapaese: in lui meglio mascherata, in te fiera di mostrarsi al naturale.

In difesa di chi passeggia coi maiali

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Ve ne potrei elencare diecimila di sciocchezze fatte da Calderoli e dalla Lega. C’è tutto l’arco del negativo, dall’idiozia alla deliberata criminalità: lo spray sugli immigrati, le sparate sugli spari ai barconi, il reato di clandestinità, la denuncia da parte dei medici, le idiozie delle ampolle, la discendenza dai celti, le canzoncine contro i terroni, eccetera eccetera (eccetera eccetera).

Sono tutti i motivi per i quali, nel vecchio giochino, misi Bossi come l’ultimo degli ultimi, spreferito addirittura nei confronti di Storace e Berlusconi. La Lega è il peggior partito dell’intero arco costituzionale, e vanto l’aver fatto fuggire (per manifesta inferiorità, dico io, per manifesto disprezzo, dice lei) una leghista dopo una discussione con il sottoscritto.

Perciò potete immaginare quanto sarei lieto (sarcasmo) che il PD facesse un qualunque tipo d’intesa, anche un trattato di non belligeranza con quel partito.

Però, in questi giorni, sento diverse persone citare – come misura e spregio del male della Lega – Calderoli che fa pascolare il suo maiale su un possibile luogo di edificazione di una moschea. Quello che fa pascolare il suo maiale. Che già solo a leggere ‘sta frase uno si domanda: e che c’è di male? Di tutte le cose elencate sopra, tanta gente – anche miei compagni d’anticlericalismo – trova grave ed esemplare della Lega quel fatto lì. L’unico in cui, invece, la presunta offesa dipende dall’offendibilità dell’interlocutore, e non dalle canagliate dei leghisti.

Ma siamo matti? Abbiamo deciso di accettare il metro per il quale se un maiale pascola in un posto, quel posto non è più edificabile? Se Calderoli vuole fare la sua campagna contro la costruzione di una moschea, ha tutto il diritto di fare una cosa legalissima e innocua. E se quelli (mussulmani, ebrei, sikh, scientologisti) son talmente matti da rinunciare al loro progetto per un ridicolo dogma infondato, sono del tutto fatti loro. Se domani volessero aprire una sede della Lega, e un leghista se ne uscisse con un “non vogliamo edificare su un terreno dove ha passeggiato il cane di un terrone”, cosa pensereste? Io so cosa penserei, ma sopratutto so cosa farei: telefonerei a tutti i miei amici del sud cane-muniti, e li inviterei a fare una bella passeggiata assieme.

Cos’è? Siamo laici solo quando ci sono di mezzo preti e Vaticano? Io non son mai tenero con i cattolici, però mi sembra che un giorno i nostri vicini di casa potrebbero venirci a chiedere il conto di tutti i doppî standard che facciamo – e non avrebbero mica tutti i torti. Se una farmacia si rifiuta di vendere profilattici perché è contro i loro principî, qual è la prima reazione che hanno tanti di noi? Bene, domani andiamo a fare una distribuzione gratuita di profilattici lì davanti (cito questa vicenda perché è un fatto accaduto).

Il principio è molto semplice: le idee infondate (in realtà tutte le idee) non possono richiedere un’impermeabilità alle critiche o alle sfide. La libertà di pensiero non risiede soltanto nel mio diritto a pensare quello che voglio, ma anche nel tuo diritto a contestarmi ciò che penso. Perché se non si sfidano i dogmi, rimarranno sempre lì, intatti, come la Terra che è al centro dell’Universo. E invece no – ed è così che ha sempre progredito il mondo, per fortuna.

UK explained

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Se siete di quelli che quando giocavano a nomicosecittà e usciva la “o” evitavate di mettere “Olanda” fra i Paesi, perché il Paese si chiama “Paesi Bassi”, mentre l’Olanda è solo una delle province. Se dite Moldavia anziché Moldova, se sapete che il capo di stato di Andorra è Sarkozy, a metà con un vescovo spagnolo. Insomma, se siete dei nerd geografici come lo sono io, apprezzerete questo video che vi spiega tutto quello che c’è da sapere del Paese in cui vivo, che non è l’Inghilterra, neanche la Gran Bretagna, bensì il Regno Unito. E se – come spero – sapevate già tutto questo, non rimane che guardarlo per fugare il dubbio se i territorî del Commowealth facciano parte della Corona, e qual è la definizione ufficiale di quell’ottusissima Isola di Man.

 

Il partito della paura

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Leggo in giro di tanti che dànno ai referendum un significato politico: è l’Italia che finalmente si ribella a Berlusconi. Un segnale, un messaggio, addirittura un viatico per le dimissioni: la dimostrazione elettorale che il Paese non è più con il PDL, con la Lega, con le loro politiche di egoismo e speculazione sui peggiori istinti della gente.

Secondo me non c’è niente di più falso. Non che il Paese abbia abbandonato Berlusconi e la Lega – questo lo spero –, ma che l’esito di questo referendum ne sia la cartina al tornasole. Il prototipo dell’italiano medio, quello che ce l’ha con gli immigrati, che se ne frega del prossimo, quello che ai “peggiori istinti” dà libero sfogo, quella persona ha chiaramente votato per il sì. Naturalmente ci sono molte altre persone che hanno votato sì in maniera ragionata e con le migliori intenzioni, ma è fuor di dubbio che il largo partito delle paure irrazionali – quello che un partito progressista non potrà mai inglobare – abbia votato per il sì. Parlo del nucleare perché secondo me è il quesito che ha portato le persone a votare (qualcuno pensa che un referendum sul legittimo impedimento avrebbe mai raggiunto il quorum?), ma in parte si può dire lo stesso sul secondo quesito.

Provate a immaginare l’elettore leghista, il tipico NIMBY, che è fedelmente iscritto al Partito della Paura (in fondo la Lega potrebbe chiamarsi così), il quale a ogni sbarco di immigrati – sorry, clandestini – a Lampedusa si convince di più a votare la Lega. Quella persona lì, che basa sull’irrazionalità degli spauracchi il proprio voto, domenica scorsa è corsa alle urne, ed è corsa per votare contro il nucleare: dopo Fukushima, figuriamoci. Ed è ovvio che continuerà a votare la Lega che nutre queste sue inclinazioni al rigetto irrazionale, al conservatorismo come riflesso condizionato.

Lo ripeto: non ci sono dubbi che fra i 25 milioni di persone che hanno votato sì al nucleare, c’era una bella parte di persone di sinistra che ha deciso di votare così per legittima scelta ragionata. Ma c’erano anche tanti altri, c’era Forza Nuova che ha fatto un’aggressiva campagna per i quattro sì e non è per questo meno Forza Nuova (anzi, lo è di più), c’erano Zaia e Storace che hanno convintamente sostenuto il sì e non per questo sono meno Zaia o Storace (anzi, lo sono di più), e c’era tanta gente che ha votato contro il nucleare per l’irrazionale paura della catastrofe, e non per questo alla prossima elezione si disiscriveranno dal partito della paura, ma anzi, lo andranno a votare ancora più convinti.

Insomma, io penso che ci sia tanta Italia che ha smesso di stare dalla parte di Berlusconi fra chi ha votato “no” o non è andato a votare. Sul nucleare, specialmente, ne sono abbastanza certo: tutti i “no” che conosco erano molto informati – potreste dire lo stesso del sì? Di più: di tutti i miei conoscenti che erano per il “no” non ce n’è uno che simpatizzi per Berlusconi. Provate a chiedere al gelataio, quello con cui avete fatto mille discussioni vane, che sapete essere berlusconiano e che non riuscirete mai a convincere dell’inadeguatezza di Berlusconi, nonostante i numerosi argomenti a cui lui non ha mai risposto razionalmente: provate a chiedergli cosa ha votato al referendum. Scommettiamo che ha votato sì? Se sbaglio, ve lo offro io il gelato.

A meno che non si creda alla vecchia storia della Lega come costola della sinistra, le persone che bisogna convincere per riprendere il governo del Paese non sono quelle iscritte al partito della paura, quelle non le convinceremo mai. Ma è gente che – a torto – ha creduto in un Berlusconi innovatore, davvero liberale anziché personalista, a un personaggio meno ridicolo di quello che invece si è rivelato; e ora ha smesso, o ha iniziato a smettere, di crederci. Persone che – assieme a tante altre che non hanno mai votato Berlusconi – questo referendum l’hanno perso.

Il cuore e il pugno

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Vorrei tanto trovare il tempo di leggere questo libro:

Eric Greitens era un talentuoso studente universitario quando una domanda postagli da una donna bosniaca gli cambiò la vita. Era l’estate del 1994, lui era partito per i Balcani per lavorare nei campi profughi. Era su un treno e, quando incontrò la donna, lei gli chiese: «perché l’America non sta facendo nulla per fermare la pulizia etnica, gli stupri, le uccisioni?». Greitens pensava che fosse proprio quello che stava facendo.

«Pensavo di stare dando un vero contributo, ma quando arrivai in Bosnia mi resi conto che la domanda di quella donna era la domanda che tutti avevano in testa. Ricordo di un ragazzo, in uno dei campi, che mi disse: “non mi fraintendere. Apprezziamo questo rifugio per la mia famiglia, e apprezziamo il cibo che ci viene dato, e il fatto che ci sia un asilo, e tutte queste cose, ma se le persone davvero tenessero a noi, farebbero il possibile per proteggerci”».

grazie a Max

Le scommesse si pagano

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Ricordate la scommessa sul ballottaggio di Milano? Il premio per chi fosse andato più vicino all’esito finale era un post su questo blog sul cui contenuto non avevo facoltà di veto o modifica. Francesco D ha sbagliato del solo 0,09% e si è guadagnato il premio. Gli ho scritto:

Hai vinto. Ti spetta un post. Una sottile disquisizione politica? La foto della tua modella (o il tuo modello) preferito. Un messaggio di sensibilizzazione per la fecondazione assistita dei fenicotteri nani della Papua Nuova Guinea? Un insulto al tuo professore del liceo? Hai carta bianca.

Niente fecondazione assistita. Solo l’embedding di questo video: