Partigiani

C’è una cosa che capisco, e non condivido, ovvero quel tipo di feticismo per i partigiani, a onor del vero in entrambi i sensi: a me stan simpatici tutti coloro che combattono o hanno combattuto contro una dittatura (forse non si potrebbe dire lo stesso di alcuni partigiani dei partigiani, chessò, castristi) ma son passati sessantascinque anni. La società italiana è cambiata, e non accetterebbe più gli omocidî mirati, il confino, le leggi razziali – soprattutto l’assenza della tanto svilita libertà di parola (freedom-is-just-another-word-for-nothing-left-to-lose). E non li accetterebbe l’Europa.
Però, come dicevo, lo capisco – come quell’altra faccenda dell’immutabilità della Costituzione – per uno Stato, come quello italiano, venuto fuori dalla sconfitta della seconda guerra mondiale, eccetera.

E ce n’è una che non solo non condivido, ma proprio non capisco: quelli che, dopo essersi riempiti la fauci di partigianierresistenza, raccontano che in Italia c’è una dittatura, e i tempi di Mussolini non erano così diversi…

Ecco, se io fossi un partigiano che ha combattuto contro il vero fascismo e per queste libertà – e visto che l’olio di ricino non va più di moda – una bella bastonata in bocca gliela darei.

Viva Israele

Oggi Ahmadinejad è andato all’ONU e ha definito Israele come paese “razzista”.

La gran parte dei delegati si è immediatamente alzata, e ha lasciato l’aula fra applausi scroscianti. Altri sono entrati in sala vestiti da pagliacci. È stata una scena quasi commovente, e qualunque umiliazione che quel cane maschilista e omofobo subisca, fa sentire meglio, come quella – ormai celebre – della generale risata degli studenti della Columbia University quando affermò che «in Iran non esistono omosessuali».

Basterebbe pensare alla condizione delle donne in Iran, sarebbe sufficiente uno qualsiasi dei racconti di come vive la sua vita da fondamentalista religioso, per far schierare qualunque persona per bene, di riflesso – anche senza pensarci – dalla parte opposta.
Ed è ancora più facile schierarsi dalla parte opposta quando la parte opposta è Israele, vittima indomita degli urlacci atomici e delle promesse di distruzione da parte di quel signore lì.

Però non dimentichiamoci una cosa: Israele è un paese razzista. Probabilmente – certamente – è meno razzista di tanti altri stati del mondo che ricevono un centesimo – anzi non ne ricevono – delle critiche rivolte a Israele; ma questo non toglie che molte cose, alcuni provvedimenti, alcune leggi, alcune abitudini, vigenti in Israele siano definibili, e non possano sfuggire a nessuna delle tante accezioni con cui usiamo la parola “razzista”.
Perché un ebreo russo ha il diritto di andare a vivere in Israele e un induista no? Questo è o non è un fondamento razziale? Perché nei quartieri arabi non vengono rifatte le strade, non si può ricevere la posta, non arriva il certificato elettorale, e in quelli ebrei sì? Per una ragione specifica, che fonda queste e tante altre piccole discriminazioni che potrei elencare: perché gli uni sono arabi, gli altri ebrei.
Perché, come ebbi a dire con una definizione che raccolse una qualche fortuna, Israele – com’è ora – non è lo Stato degli ebrei, ma lo Stato per gli ebrei.

Ci sono tante ragioni che possono spiegare questi fatti, ma si può spiegare tutto, questo non lo giustifica: la decennale ossessione israeliana, ovvero l’ebraizzazione d’Israele è o non è fondativamente, endemicamente, un concetto razzista? Oltre che un concetto infame.
Di solito sento rispondere: «eh, ma un ebreo in Palestina vivrebbe molto peggio di come vivono gli arabi-israeliani». Bene, e dunque? Il fatto che un ipotetico Stato palestinese sarebbe altrettanto, o più, razzista, sconta di qualcosa l’ingiustizia israeliana? Questo è tifo, non è pensare.

Capisco bene che Ahmadinejad, sia in malafede e strumentalizzi la potenza evocativa di quell’espressione. Capisco anche, come ho già detto, quanto infastidisca lo squilibrio argomentativo, l’incoerenza sincronica (che è il principio di non contraddizione, non il non cambiare idea) di tanti censori d’Israele e dell’Occidente.

Capisco ancora di più l’obiezione – che immagino – di tanti benintenzionati: “non conviene” dirlo.
Però io vorrei che la smettessimo, e magari cominciassimo a combattere le immense menzogne in malafede, non con delle piccole menzogne in buona fede (che poi dov’è che il mezzo diventa fine?), ma con la genuina, semplice – perfino noiosa – nonimplicante verità.

Il terremoto e il bene

Ho letto qualche parola più concisa e più accurata di quelle che avevo già scritto, se ne avete voglia leggetela anche voi.

Questa è anche una risposta a quelli che Di Girolamo ha ragione: il vedere gli effetti, vedere gli aiuti, vedere le persone che si dànno da fare, è un catalizzatore di attenzioni che potrà far costruire case più adatte nei prossimi anni molto più che il non intervento rabbioso.

Tu che sei negro

Ma perché quelli che dicono «di colore», quando incontrano per strada un nero che non conoscono, gli danno del tu?

Uomo con le scarpe slacciate rapina una banca

Sulla homepage di Repubblica ci sono queste tre notizie, una di fila all’altra, che mi colpiscono perché hanno a che fare con una discussione che ho fatto di recente.

tre-notizie

Ho provato, allora, a fare un gioco.

Come mai questo sotto ci suona molto più razzista?

tre-notizie-it1

La questione è sempre la stessa: qual è l’utilità di mettere la nazionalità di un malfattore?

L’orgoglio d’essere altrove

Alberto mi segnala questa riflessione sul terrorismo islamico, e su quello che fu il terrorismo negli anni ’80.
Secondo me quello di cui ci si dimentica sempre è che la stragrande maggioranza delle vittime del terrorismo islamico, è composta di mussulmani a loro volta.

M’è piaciuta in particolare la frase che dà il titolo a questo post, perché – quale che fosse il significato inteso dallo scrivente – codifica in poche parole quello che normalmente sostanzia quell’argomento per cui ogni cultura ha valore in sé, anche quella più lontana dai nostri valori.

p.s. Non sono nostri.

Giochi da bambini

C’è quello scherzo scemo, di tendere la mano e quando questi vuole stringerla, toglierla. La versione sofisticata è quella di fare una pernacchia. Una cretinata, insomma. Anzi, uno scherzo da bambino di sei anni.

Ecco, però se sei un bambino di sei anni, e ti trovi davanti il centrocampista più famoso del mondo – nel tunnel di un quarto di finale di Champions League – e, non intimorito, glielo fai… beh, sei un fenomeno, altroché:

Non è successo stasera, mi son fatto fregare dalla didascalia!

Partire per l’Aquila

A seguito di questo post, molte persone m’hanno chiesto qualche informazione in più, su come andare a dare una mano, di quelle che avevo riferito.
Per capire come funziona, e chi parte – appunto – è molto utile il post di Tommaso C. Lì c’è tutto quanto di ufficiale si possa reperire.

Poi vi dico quello che ho capito io: tutti dicono di non partire da soli. Da una parte ha senso, dall’altra un po’ meno. Vi spiego. Quando invece si sente dire che non c’è bisogno di persone che diano una mano, perché i ranghi sono al completo e le persone sufficienti – beh – questo non è vero. Anche perché quattro mani sono sempre meglio di due, se organizzate. Veniamo all’organizzazione, quindi.

Ora come ora, tutte le associazioni, Croce Rossa, Modavi, etc prendono nomi che saranno utili (?) in un futuro chissà quanto lontano. Sicuramente, questo mi è stato spiegato, in questi casi è molto più facile partire se avete già un gruppo, piuttosto che come singoli. Se chiamate il Modavi e dite «siamo otto ragazzi con una discreta esperienza in montaggio, smontaggio tende, etc», avrete sicuramente la priorità rispetto ai singoli. È vero, però, che le tende per gli sfollati, come del resto i campi, sono già tutte costruite: non è di quello che c’è bisogno, ora.

Quindi cosa fare? Bisogna farla un po’ all’italiana: cercate l’associazione di Protezione Civile più vicina. Purtroppo le pratiche di iscrizione impiegano molto tempo (anche se uno ha già lavorato con la Protezione Civile), ed è per questo che ci sono queste liste d’attesa. Se invece di telefonare per essere messi in lista d’attesa, andate lì, fate due chiacchiere, vi spiegano che è possibilissimo andare come privati cittadini, che ci sono già un sacco di ragazzi che lo stanno facendo. Il punto è capire dove, perché ovviamente a seconda di quello che uno sa fare, e a seconda del momento in cui può dare una mano, le necessità potrebbero essere diverse.

È qui che serve l’aiuto dell’associazione di cui sopra, chiedete se vi sanno dire dov’è che c’è necessità: l’importante è essere introdotti, poi se si va come cittadini privati, e dopo un mese arriva la copertura della Protezione Civile, cambia poco. I funzionarî di quelle associazioni vanno e vengono dai luoghi del terremoto a distanza di pochi giorni, così se chiedete loro «la prossima volta che passi nei varî campi, chiedi un po’ dove c’è bisogno di una mano?». Quello torna e vi dice: «guarda, al campo x ci sarebbe bisogno di uno che faccia questo, etc». A quanto ho capito già moltissimi sono partiti così, ufficialmente “privati cittadini di buona volontà” ma, in realtà, inviati dalla Protezione Civile. La burocrazia ci impiega sempre un po’ più di tempo.

Per quanto riguarda me, domani sera so quando parto.

Simone e Alessandra

Oggi ero Ar mare de Roma, e c’era una scritta che diceva “Ti amo… dolce essenza che inebria la mia vita. Simo + Ale”, così mi son chiesto se fossero Simone e Alessandra, o Simona e Alessandro (oppure ancora Simona e Alessandra, o Simone e Alessandro).

E dunque, preso dal dubbio vivido, ho visto che c’erano due che giocavano a racchettoni, lì davanti, gli ho posto la domanda. Loro, per nulla stupiti, si sono guardati e lui mi ha risposto: «beh, Simone e Alessandra, perché io mi chiamo Simone, e lei Alessandra». «Ma siete voi che l’avete scritto?». «No».

La scritta sul muro, pure col suo forzamento delle convenzioni, è diventata a sua volta una convenzione, e oramai non raggiunge nessun tipo d’originalità (tranne quello lì, o quella lì, che scrisse “io e te quattro metri sopra al cielo, perché a tre metri ci sta troppa gente”).

Ma piazzarsi davanti a una scritta, fatta da qualcun altro, mantiene un che di sovversivo. Ho voluto credere che si fossero messi lì per quello.

Ho sognato un sogno

Da vedere assolutamente; la cosa più commovente. Il pregiudizio. Le apparenze. Svegliarsi.

Una improbabile signora si affaccia sul palco di quello che è una specie di X-Factor inglese. Brutta, impacciata, goffa. Anche un po’ scemotta, sembra. E ancora brutta, di una bruttezza non particolare. Per questo non suscita neanche la compassione che concediamo ai casi umani. Ha tutti contro, pronti a sbeffeggiarla. Più che pronti, lo stanno già facendo, mentre si presenta, per come si presenta.

Quando annuncia di voler cantare, e di voler cantare “I dreamed a dream” dal musical Les Miserables – una canzone enormemente più che impegnativa, e di asperrima esecuzione – perfino i cuori più cinici iniziano a preoccuparsi per lei, per la figuraccia che farà. «Vi prego, vi prego, state zitti…» pensa chiunque, rivolgendosi al pubblico. Non la offendete, non la denigrate: lo è un caso umano.

E poi lei comincia a cantare:

Grazissimo a River.